spoiling days cinema
«Chiediamo solo questo: le gomme vanno appiccicate sotto le poltrone o inghiottite in fretta, i sacchetti di popcorn lasciati all'ingresso. Il film non ha un finale a meno che non siate voi a scriverlo... Spegnete le luci». (weldon kees)

giovedì, 25 maggio 2006

«Io sono il Diavolo, e sono qui per fare il lavoro del Diavolo», dice infine lo stakanovista Otis al povero Roy dopo averlo invitato a pregare il suo Dio, che lo salvi se esiste, che scenda un fulmine dal cielo a fulminarlo, qui e adesso.
Ma nessun fulmine scenderà a fulminare chicchessia, Dio non esiste, anzi è morto e sepolto nell’America narrata dallo Zombie Rob… e meno male, aggiungiamo noi, ma vi prego non capite male, non fraintendeteci.
 
Questo è solo un film e come tale va considerato, non ci sono lezioni o morali da fare, o almeno le lezioni vanno cercate nei punti giusti, e non certo in superficie, a prima vista.
Zombie mica invita tutti a prendere la macchina e andare in giro ad ammazzare allegramente chiunque ci attraversi la strada, no di certo, ma invita ad guardare meglio la realtà piuttosto, a scavare una fossa in profondità e magari buttarci dentro il cadavere di questa realtà putrescente.
Certo il buon Rob è un’entusiasta, come tutti gli appassionati, un bambinone che si crea questi personaggi giustizieri che si fanno giustizia da sé (da un lato, e pure dall’altro) torturando e ammazzando chiunque non gli vada a genio, ma parliamoci chiaro: chi è più deprecabile, un disturbato mentale che se ne sta a casa sua e campa come meglio crede e può, o uno sceriffo disturbato anch’egli ma legittimato? Una sadica ragazzina aspirante ballerina di burlesque,o degli orripilanti e stupidi commentatori tivvù?
A ognuno la sua scelta morale, ma se i reietti del Diavolo sono come i protagonisti di questo film, questa non è che un’altra prova a dimostrazione della tesi che l’Inferno è un posto molto più divertente dell’ebete Paradiso.
Il Diavolo avrà pur le sue ragioni per scegliersi tali compagni di giochi.
 
Ma basta con queste disquisizioni morali che lasciano il tempo che trovano e buttate lì per scherzo più che altro, e torniamo al film.
La casa del Diavolo (The Devil’s Rejects in originale, appunto) non è altro che il tanto atteso sequel di quel La casa dei mille corpi (House of 1000 Corpses, cadaveri in originale) che un paio d’anni fa tanto sconvolse chi di cinema horror sia appassionato un minimo: «Capolavoro!», fu l’urlo unanime degli appassionati. E a scanso di equivoci diciamolo subito, non può essere altro che «Capolavoro!» anche il (nostro) giudizio per quanto riguarda questo nuovo capitolo della saga di questi simpatici pazzerelli inventati da Rob, sì perché la saga mica finirà qui, come capirà il fortunato spettatore che andrà a vedere questo film… be’, almeno così lascia intuire il più o meno idilliaco epilogo della vicenda. Speriamo.
(Continua così, Rob! Siamo tutti con te!)
 
Questo film qua riprende più o meno le mosse dal punto in cui lasciammo i nostri alla fine del primo film: le conigliette tutte sporche di sangue sono giù in cantina nelle loro brave gabbiette a gemere e piangere, la famiglia più simpatica del mondo è a letto a godersi il meritato riposo. A un certo punto, com’è come non è, mentre il piccolo Tiny (il bello della famiglia) è intento a trascinare con i gentili modi che lo contraddistinguono una nuda ragazzina (morta, pare di capire) per il bosco chissà a quale scopo, la polizia circonda tutta l’accogliente fattoria intimando agli assassini di venire fuori con le mani in alto secondo l’usanza di rito.
Il fatto è che i nostri un errore l’avevano commesso, nel film precedente: avessero continuato ad ammazzare ragazzine in età da paginone centrale di playboy e relativi stupidi ragazzotti magari in questo mondo malato l’avrebbero pure fatta franca, ma no, loro dovevano ammazzare pure lo sceriffo locale fratello dello sceriffo disturbato di cui sopra, ed è qui che hanno origine i guai.
Fattisi carico delle proprie responsabilità e senza lasciarsi prendere dal panico i nostri eroi quindi si buttano a capofitto giù dal letto e, infilatisi in costumi di ferro (non saranno comodi come una vestaglia di cachemire ma sono più che adatti allo scopo, ossia difendersi) all’ultima moda, si danno allo scontro a fuoco. Dato l’ultimo saluto alle conigliette, solo due di loro riusciranno a scappare al massacro attraverso il passaggio più congeniale a dei tipi come loro: le fogne.
I due fortunati sono il cristico Otis e la sensuale Baby, mentre Rufus resterà ucciso, Mother Firefly verrà incarcerata, Tiny chissà. Otis e Baby si ricongiungeranno poi con Capitan Spaulding, simpatico clown paparino di Baby, e da qui in poi sarà tutto un attraversare l’America più squallida e malata, in fuga da uno sceriffo che con l’aiuto di due tagliagole professionisti nonché orrendamente sfregiati vuole fargli la pelle; da un motel da quattro soldi fino a passare per un allucinato bordello, si tornerà infine alla fattoria di famiglia dove avrà luogo il gran finale: questo è un film on the road, tutto girato a spalla, un viaggio.
 
Il bello di questo film è che il regista non ha paura di mostrare ciò che va mostrato, la tensione sale e così la paura e il disgusto, mica come certi aborti patinati e tanto sponsorizzati che parlano d’improbabili ostelli porno-horror, eh. Altro che Quentin Tarantino, se l’imbolsito Quentin non riuscirà ad uscirsene con qualcosa di meglio di questi inutili e ruffiani “Quentin Tarantino presenta” non disperate e segnatevi questo nome: Rob Zombie, aspirante al titolo di nuovo dio dei b-movie. Fatto? Adesso possiamo andare avanti.
Come si diceva, Rob non ha paura di mostrare ciò che va mostrato, ecco qualche esempio: una tortura psicologica a sfondo sessuale fatta tanto per vedere l’effetto che fa, un massacro a colpi di bastone, un paio di chiodi che penetrano nella carne (Mel, questa è per te!), una poveretta mascherata con il viso del suo (ex-)ragazzo che finisce maciullata da un tir.
Certo anche Rob qualche volta fa i suoi “errori”, tipo mostrarci la dolce Baby (di cui noi tutti maschilisti maschietti non possiamo non ammirare le perfette grazie) sinceramente impaurita da uno che quanto a torture non vale nemmeno l’unghia del mignolo di suo fratello Otis, ma a lui perdoniamo queste piccole incongruenze: stiamo pur sempre guardando un film horror, non abbiamo mica bisogno di coerenza, paura e divertimento è quello che ci basta.
Il film ogni tanto sembra impantanarsi in certi tempi morti anche, sembra che non c’entrino nulla col film e invece no, sulla lunga distanza questi rallentamenti acquistano un loro senso, è la tensione che cresce appunto, e crediamo che queste pause non servano ad altro che ad aumentare l’effetto realtà: insomma un (serial) killer come si deve non sta mica sempre lì ad ammazzare, anche lui si prende i suoi meritati momenti di riposo.
 
Inutile e superfluo aggiungere poi che tutto il film è un caleidoscopio di tecniche cinematografiche varie (ralenti, istantanee congelate, primi piani estremi, sfocature) e di citazioni cinefile sparse (L’esorcista, Easy Rider, Natural Born Killers, addirittura Thelma e Louise?), lo stesso Rob Zombie in una gustosa e dissacrante sequenza ci mostra esplicitamente cosa pensa dei critici cinefili sempre lì a cercare rimandi e significati lì dove niente di tutto questo è importante. Molto meglio il rock’n’roll di Elvis suggerisce il musicante Rob, ma anche un certo country alla Johnny Cash, perché no? A pensarci adesso, questo film in definitiva potrebbe benissimo essere un western.
Comunque la cosa buffa è che, tutti presi come siamo stati a cercare inquadrature horror nel film precedente, non abbiamo colto la citazione più palese: i Fratelli Marx che danno il nome ai componenti dell’intera famiglia. Chiniamo la testa in attesa del perdono, caro Rob.
In fondo è questa la chiave con cui, superata la paura (e il disgusto, certo), va guardato questo tipo di film: l’ironia. Tutto il resto è sciocchezza.
 
 
Abbiate il coraggio di entrare quindi, prego, accomodatevi.    
 
 
 
http://www.thedevilsrejects.com/
 

visto da sand | maggio 25, 2006 12:45 | commenti (13)







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