domenica, 02 aprile 2006
“Nel clamore dell’insurrezione, noi potremmo anche dimenticare l’obiettivo della nostra lotta…
Danzare forse? Una spalla profumata? Pupille allargate dal desiderio o il vino?
Che abbracci l’anarchia il fracasso delle bombe e il fuoco dei cannoni…
Ma sempre ami di più la musica.”
Meglio mettere subito le cose in chiaro: rispetto al fumetto questo film è il nulla.
Lì dove infatti Alan Moore scriveva la fantastica – eppur assai verosimile – storia del vendicatore V che ci insegnava a come diventare liberi attraverso la potenza rigeneratrice dell’anarchia e la ricchezza della cultura, questo film non fa che banalizzare il tutto raccontandoci una storiella dove un terrorista “buono” si vendica contro un illiberale governo di brutti e cattivi che odia omosessuali e immigrati, e come se non bastasse ci aggiunge anche la storiella d’amore d’ordinanza: ma certo, chi non vorrebbe una storia d’amore con la dolce Natalie Portman? Anche i terroristi hanno un cuore.
Ma ai lettori di fumetti non interessano queste smancerie.
Il lettore di fumetti si immerge in mondi fantastici, alieni, irreali, non certo per cercare sdolcinatezze, il più delle volte egli preferisce la battaglia epica.
Va bene, ci saranno pure bellissimi fumetti che parlano d’amore (un nome per tutti: Blankets di Craig Thompson), ma non è questo il punto. Il punto è che quando vai a vederti un film tratto da uno dei fumetti più apprezzati di tutti i tempi, ti aspetti se non un capolavoro – perché lo sai già che non potrà mai essere un capolavoro – almeno un qualcosa di apprezzabile, decente, un film che ti faccia ritrovare quel mondo in cui ti sei immerso per un paio d’ore della tua vita, non un qualcosa che ti faccia uscire dal cinema amareggiato.
Perché sì, è questa la sensazione dopo la visione: amarezza, dovuta ancora una volta a un’occasione sprecata. Certo, a chi non ha letto l’opera del barbuto bardo questo potrà sembrare pure un buon film, addirittura un ottimo film, così come sembrò un gran film quell’altro obbrobrio di From Hell, tratto sempre da un altro fumetto capolavoro di Moore, ma chi ha letto il fumetto… be’, leggetevi il fumetto e capirete.
Moore questa volta (rimase scottato anche da The League Of Extraordinary Gentlemen) però ha imparato, e ha totalmente disconosciuto il progetto vietando ai produttori di apporre anche solo la propria firma ai titoli. Un grande.
E dire che il film parte pure bene: molto buono l’incipit con la rievocazione delle gesta del cospiratore Guy Fawkes (di cui V adotta l’effigie) che nel 1605 tentò di far saltare il parlamento inglese nella famosa “Congiura delle Polveri”, e poi V sembra proprio V, Evey sembra proprio Evey, i cattivi – anche se la caratterizzazione fumettistica va perduta – sono quelli, l’atmosfera scura e malsana di un mondo ormai allo sfascio ci sta tutta. La prima apparizione di V con il suo parlato estremamente lirico e il suo veloce duellare emoziona addirittura.
Ma di pari passo al film avanza anche la noia, è il modo in cui è stata adattata la storia che proprio non convince, anzi delude: banalizzazione è la parola chiave, come si diceva in apertura.
Moore ci narrava di ANARCHIA, la nuova amante di V tradito e deluso dall’amata Giustizia, questo film invece ci parla di terrorismo: eh sì, l’11 settembre ha fatto più danni di quanto si pensi se ha un effetto retroattivo anche sulle opere di fantasia.
Anarchia è una parola scomoda, troppo pericolosa, e quindi è meglio non toccarla, non nominarla nemmeno una volta, modificare le battute se necessario, in ogni caso non mostrarla alle masse che vanno al cinema che sicuramente sono molto più numerose di quelle che possono leggere uno “stupido” fumetto; molto meglio raccontare la storia di un terrorista che cerca la libertà quindi, un terrorista che va contro il governo sì, e alla fine tutti si mettono la maschera e diventano terroristi sì, ma è tutto un gioco, si fa per scherzare: la ribellione è finta se a produrti è la solita multinazionale di turno.
Come si dice? Entrare nel sistema come un virus per poi distruggerlo dall’interno? Sì, peccato che sia una bugia: un sistema costruisce i propri anticorpi sulla base del virus che l’ha infettato, di conseguenza lo ingloba, e quando tutti si mettono una maschera vuol dire che l’omologazione è già al lavoro: un ottimo sostrato per una nuova dittatura sponsorizzata.
Anche Moore nel suo fumetto auspicava che tutti diventassero V, ma non in un modo così scontato come si vede nel film, la differenza è sottile ma forte: nel fumetto non c’era bisogno di maschere perché non esisteva più nessuno da cui nascondersi, tutti sarebbero stati liberi, se solo avessero voluto seguire il “fa ciò che vuoi” predicato da Aleister Crowley; Moore per bocca di V spiegava, educava, ispirava: V è un’idea, anzi un ideale, non un modello da imitare, ma una nuova vita a cui aspirare.
Una vita libera anche a costo della felicità momentanea (“la prigione più subdola di tutte”, la definisce V), è questo che insegna V: anarchia significa senza capi, non senza ordine, perché se l’anarchia inizia come verwirrung, ovvero caos e distruzione, ecco spiegate le bombe che fanno saltare i simboli istituzionali, proseguirà poi come ordnung, ovvero ricostruzione sulle macerie, ecco perché… Ma non si può più andare avanti per non rovinare la sorpresa a quelli che vorranno andare a leggersi il fumetto, piuttosto che vedere il film.
Basti dire che tutto l’approfondimento politico e filosofico presente nel fumetto di Moore nel film di James McTeigue viene a mancare, certo rimane la lotta per la libertà, ma ridurre un’opera tanto complessa all’ennesimo filmetto con i combattimenti alla Matrix (i produttori sono i fratelli Wachowski, proprio i registi della famosa – già obliata? – trilogia) e adattarla goffamente ai tempi moderni (quei cappucci neri sono così familiari) con tanto di aggiunta di musica trendy e citazioni colte,rivela un approccio superficiale e semplicistico, e l’opera ne esce svilita; sono troppe le cose rimaste fuori dal film, a cominciare dalla vera storia di V, per non parlare poi di stupide modifiche (il motto dittatoriale e il simbolo sono diversi: era proprio necessario?) e aggiunte arbitrarie come una ridicola parodia televisiva del cancelliere e di V e una storia d’amore strappalacrime tra V e Evey totalmente fuori luogo: se si dipinge V in questo modo vuol dire che non si è capito nulla di lui e, se vogliamo dirla tutta, anche il personaggio di Evey non ne esce troppo bene considerando il suo carattere nel fumetto.
Infine non può mancare – ovviamente – la nota di demerito per i dialoghisti italiani: l’avranno letta la traduzione italiana del fumetto? Si dice “Prevalga l’Inghilterra”, non “L’Inghilterra domina”.
Sono le caratteristiche del mezzo cinema si dirà, si è dovuto comunque apportare qualche cambiamento per rendere più scorrevole (davvero? a tratti il film è parecchio confusionario e incoerente) il tutto, saranno i limiti di un pubblico cinematografico ormai assuefatto a esplosioni e popcorn, ma si doveva proprio stravolgere il personaggio?
V è altro, e cambiarlo equivale al più grave dei delitti.
Se non si è capaci di mantenere lo spirito originale dell’opera allora si dovrebbe desistere: quindi attenti a voi registi che vi accingete a trarre film da Watchmen (sempre Alan Moore) e Sandman (di Neil Gaiman), nessuna pietà ci sarà per voi.
Ma comunque sappiamo già che purtroppo i più considereranno questo un buon film, cosa che in effetti da un certo punto di vista è… se si tralascia il fumetto, cioè: però questa non è la storia di V, e perciò, piuttosto che una “buona visione”, preferiamo augurarvi una “buona lettura”.
Prevalga Alan Moore.
“Ma un brindisi ai nostri attentatori, ai nostri bastardi, ai meno attraenti, ai più imperdonabili.
Beviamo alla lor salute…
Per non incontrarli più.”
visto da sand | aprile 02, 2006 11:15 | commenti (12) |