martedì, 24 maggio 2005
La casa è vecchia, enorme, ma cade a pezzi, e dentro ci fa un freddo cane. Fuori c’è un bosco, grande, sembra dare un senso di libertà, e verde, all’apparenza rigoglioso. C’è rumore d’acqua. Un ragazzo, i capelli biondi che gli coprono il viso, si avvia, in basso, scende verso il fiume, inciampa – è un ragazzo che inciampa spesso questo, quando non si accascia del tutto – ,si spoglia dei suoi luridi vestiti e fa il bagno.
È così che inizia questo film, il film sul suicida eccellente della nostra generazione: Kurt Cobain. Perché ogni generazione ha diritto al suo suicidio, certo c’è stato anche Jeff Buckley (ma fu vero suicidio, poi?) e vedendo Blake immergersi nel fiume la mente non può che andare a lui, ma è diverso: Jeff era un romantico che morì per mancato amore forse, Kurt un maledetto che si sparò un colpo in testa per disperazione. Come fa a uccidersi un uomo – a boy – che ha tutto? Tutto? Ma cos’è poi, questo tutto?
Un verso di una canzone di Cobain diceva “I’m so tired / I can’t sleep”, era così stanco da non poter dormire, questo verso c’è venuto in mente ascoltando una delle canzoni (musiche curate da Thurston Moore dei Sonic Youth) del film, “Venus In Furs” dei Velvet Underground (velluto sotterraneo: ci può essere nome più rappresentativo di un certo modo di essere?), anche loro cantori dell’eroina, che invece dice “I am tired / I am weary / I could sleep for a thousand years”, sono stanco, sfinito, potrei dormire per mille anni; il punto è proprio questo: nemmeno l’eroina aiutò Cobain a dormire. La sua era una disperazione molto più profonda, ed è inutile adesso farsi domande sull’origine di questa disperazione: disperazione esistenziale, o disperazione nata dalla stessa droga? È inutile cercare di capire, psicoanalizzare, speculare. Quello che resta sono le canzoni, ma nemmeno in quelle vanno cercate risposte, perché risposte non possono esserci.
Van Sant che viene da un film come Elephant, ovvero lunghi piani sequenza alla ricerca di realtà piuttosto che di responsabilità, lo ha capito: risposte non ce ne sono, piuttosto si può cercare di capire o, meglio, immaginare quello che è successo. E con questo film Van Sant continua sullo stesso percorso, anzi porta all’estremo quello che aveva fatto in Elephant; Last Days non è altro che la naturale – necessaria – evoluzione di Elephant, quindi: assenza di trama, personaggi muti o che al massimo borbottano, scene ripetute, lunghi piani sequenza (o fissi) che seguono il protagonista nella sua vita. Ecco quindi il film farsi ancora più scarnificato, perdere direzione, avvitarsi su se stesso senza logica: non c’è logica nell’alienazione, e allora come può esserci logica in un film che cerca di raccontarcela, questa alienazione? Questo film è una spirale discendente in un universo tossico, e come tale non poteva avvenire diversamente.
Questo è un film coraggioso e onesto, un film che nella sua economia – in tutti i sensi – va applaudito, perché forse alla fine non dà niente né tantomeno si propone di fornire verità, eppure mostra, umilmente; non si può dire di questo film “è bello” o “è brutto”, “mi piace” o “non mi piace”. Sarebbe una cosa senza senso. È un film che va accettato così com’è o no (semmai), perché (forse) non c’era altro modo di aprire una finestra su quei determinati ultimi giorni, (almeno) per Van Sant; il suo è un tentativo certo, e probabilmente la maggiorparte dei fanatici dei Nirvana, anzi di Kurt Cobain, non lo apprezzerà, ma un giorno appronteranno per loro una megaproduzione hollywoodiana in grado di tirar fuori i soldi dei diritti per i nomi e – soprattutto – le canzoni originali e magari saranno contenti così.
Ma noi lo accettiamo, questo film: Van Sant non cade in luoghi comuni e, evitando perché e percome del caso, ci mostra semplicemente un ragazzo che si trascina nel buio, un ragazzo che aveva perso la libertà di suonare la chitarra, di essere se stesso, un ragazzo che si vestiva da donna ma andava in giro con il fucile: un ragazzo la cui identità era a pezzi, appunto. Van Sant lo (in)segue da dietro, a distanza, con rispetto.
In questo film non vedrete siringhe che entrano in vena quindi, ma solo un ragazzo con un teschio in testa (…), né ascolterete canzoni punk, perché sarebbe stato estremamente stupido fare un film in un modo così scontato su un uomo che era diventato un cliché del rock’n’roll (come ricorda la sonica Kim Gordon…) suo malgrado, non sarebbe stata più una cosa in sua memoria così, ma una cosa da farlo rivoltare nella tomba.
Una delle poche volte in cui Blake si mette a suonare noi vediamo – ascoltiamo – il tutto dall’esterno, da lontano… In questa ripresa che si allontana sta tutto il film, Van Sant non poteva spiegarsi meglio: noi non possiamo entrare lì, non ci è permesso e non è un nostro diritto.
Van Sant si limita a filmare quegli ultimi giorni, con pudore. Giorni morti che potevano essere filmati solo così, lo ripetiamo. Il vuoto, e l’assenza.
Che ognuno si cerchi la propria verità poi, mettendo in conto i rischi del caso, ché a cercare la verità va a finire che ci si ritrova in un abisso. Chi lo ha detto? Proprio William Blake, ci pare.
“I wish I was like you -/- Easily amused”
(Kurt Cobain)
visto da sand | maggio 24, 2005 08:26 | commenti (22) |