spoiling days cinema
«Chiediamo solo questo: le gomme vanno appiccicate sotto le poltrone o inghiottite in fretta, i sacchetti di popcorn lasciati all'ingresso. Il film non ha un finale a meno che non siate voi a scriverlo... Spegnete le luci». (weldon kees)

lunedì, 25 settembre 2006

Questo è un film su una traduzione. Traduzione significa portare le cose da un posto all’altro, che siano parole o altro non fa differenza, fa lo stesso. La traduzione presuppone un uomo, o una donna, che si faccia carico di queste cose e che le porti, materialmente o mentalmente, dal posto d’origine al posto d’arrivo. Il traduttore in questione deve armarsi soprattutto di buona volontà, perché tradurre è un lavoro difficile che molto spesso può sfociare nel tradire, e cosa peggiore non può esserci per un traduttore: tradire il senso, il significato, l’essenza di una cosa, un concetto, una persona (Gesù Cristo fu tradotto nel giardino del Getsemani, e lì tradito).

Il traduttore di questo film si chiama Vincenzo Buonovolontà, appunto, e per mestiere fa il manutentore, si occupa di cose e del loro funzionamento cioè, sta attento che queste cose funzionino bene e non causino problemi. È un lavoro di responsabilità, che può anche diventare un’ossessione.

Pare di capire che però Vincenzo (Vincè, si traduce in napoletano) abbia perso il lavoro, o che almeno al momento non lavori, sia disoccupato quindi: la fabbrica di cui si occupava, la sua fabbrica, è in procinto di essere smontata pezzo per pezzo ed essere portata in Cina da alcuni dirigenti cinesi, onnipresenti moderni.

Questo è un film su una traduzione, che vi avevo detto?

 

Un vocabolario tecnico è quello che ci vuole, in casi come questi.

Ma in questi vocabolari qui non sempre, anzi quasi mai, sono presenti tutti i termini necessari a imprese come queste, perché di imprese si tratta, e faticose. Per esempio in un vocabolario tecnico può essere presente una parola come dismissione, sì, ma in che senso?

Se a uno gli dici che è stato dimesso, e siamo sicuri che una cosa come questa oggi accada più di quanto si pensi, di sicuro questo qui si offenderà, e non poco. Ha ragione. È come dire vattene, non servi più a niente, sei inutile, le tue conoscenze sono inutili.

Ma Vincenzo Buonavolontà è un uomo tenace e (come dicevano i latini?) il destino ce l’ha scritto nel nome. Si è convinto che in quella fabbrica, la sua fabbrica, smontata pezzo per pezzo, c’è qualcosa che non va, un pezzo mancante, e il rischio è grande, il danno possibile, possibilissimo; lui che di mestiere fa il manutentore deve stare attento proprio a questo, che non si verifichino problemi, come si è già detto, la sua è una responsabilità precisa, non può permettere che accadano cose come queste, tipo che muoia un operaio. Vincenzo sa che il suo lavoro non è finito ancora quindi, quella fabbrica è roba sua, deve funzionare, ci lavora da anni al suo buon funzionamento.

Perciò alla grande traduzione della fabbrica Vincenzo affianca la sua, una piccola traduzione, modesta ma importante: ovvero porta con sé il pezzo che non c’è, una centralina studiata con ostinazione negli anni e assemblata con perizia in un attimo, una centralina che a sentire Vincenzo è fondamentale per il buon funzionamento della fabbrica. Anche tradurre è una questione di responsabilità, soprattutto e prima verso sé stessi. Che poi il tutto possa trasformarsi in un’ossessione, questo è possibile, ma non sempre deleterio.

Vincenzo parte per la Cina quindi, che una lingua s’impari sul posto è risaputo, non puoi imparare una terra da un vocabolario, meno che meno da un vocabolario tecnico: quelle pagine non contengono un popolo, e va a finire che poi pronunci una parola in un modo sbagliato e ti rendi ridicolo. Un po’ di cinese Vincenzo lo sa, il resto verrà da sé. L’idioma straniero non suonerà più tale alle sue orecchie, con l’andare del tempo. All’avventura dunque, sulla strada.

 

Eppure quando arrivi in una terra nuova non smetti mai di stupirti: come si dice quando vedi un bambino che mangia felice spaghetti in una fabbrica inalandone allo stesso tempo i fumi tossici? Come fai a spiegare che in Cina esistono palazzi-formicai dove vivono ottomila persone, e città dove ne vivono otto milioni, di persone? Esiste una parola che indica una fabbrica che funziona anche di notte, accanto a un albergo? E per dire di quelle lunghe file di camion dirette chissà dove, cariche di manodopera (è questo), come si fa? Bisogna vederle queste cose, per capire.

Solo sul posto puoi renderti conto che non tutto è stato cartografato, indicicizzato, denominato.

 

Lo stupore può avere valenza positiva o negativa, magari i tuoi occhi si riempiono di meraviglia di fronte alla più grande diga mai costruita da mano umana, ma la gente del posto ti saprà dire che una canna da zucchero non è dolce da tutti e due i lati. Saggezza popolare, una cosa presente a tutte le latitudini.

Può essere che a un certo punto tu ti senta pure tradito, «straniero in terra straniera» si dice, ma la saggezza del posto ti ricorderà ancora una volta che dopo che ti ha fatto lo sgambetto il tuo ospite ti aiuterà ad alzarti. È in casi come questi che una guida torna utile.

Ti aiuta a vedere le cose con gli occhi dell’ospite, ti fornisce la giusta – per quello che può significare – visione. È uno scambio.

 

Dalle nostre parti si dice che adesso si buttano pure i giocattoli (la stella che ancora non c’è, e se c’è mai stata non funziona), come le scarpe, non si aggiusta più niente. È una frase che può essere detta con il sorriso, anzi il più delle volte è proprio così, ma è una frase che contiene anche un minimo di insofferenza, come a dire che stai a perdere tempo, (ri-)comprati una cosa nuova. Il nuovo che avanza. La Cina è vicina, e via così.

In realtà quella frase, quella dove si butta via tutto e non si aggiusta più niente, è una frase malinconica, nostalgica del tempo che fu. Cercare sul vocabolario malinconia, e anche nostalgia.

Chissà perché i tempi andati ci sembrano sempre migliori dell’oggi.

 

Modernità regresso, il dialogo che non c’è.

Eppure potrebbe anche capitare di innamorarsi, talvolta.

 

 

 

(capitare che i silenzi si riempiano di parole)

 

visto da sand | settembre 25, 2006 20:08 | commenti (15)







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