domenica, 06 novembre 2005
Un buon horror non si vede da quanto sangue mostra ma dal modo in cui viene mostrato, questo sangue, ma anche da ciò che non mostra; un buon horror si vede anche da come mostra certi accadimenti tragici eppur normali, roba che potrebbe accadere benissimo anche a te al di là dello schermo, cioè.
Perché se è assai improbabile incontrare mostri cannibali nella vita reale, avere un incidente automobilistico o spezzarsi una gamba che esce l’osso fuori è più che probabile, possibilissimo anzi. E non iniziate a fare gli scongiuri grazie, sono esempi adatti alla circostanza.
Infatti una delle donne protagoniste di questo film ha un tragico incidente, e forse la colpa è un po’ sua; un’altra si spezza tragicamente una gamba, e la colpa è proprio tutta della sua incoscienza. In tutti e due i casi l’occhio che guarda non ha remore né pudori, lo sguardo va sulla carne viva, scava all’interno, il sangue zampilla e la visione non è attenuata da nessuna asettica disinfezione da sala operatoria. L’operazione, come si dice, avviene dal vivo e senza nessuna anestesia o censura televisiva di sorta.
Ma poi, a dire la verità, nel caso dell’incidente non si vede quasi niente, tranne che per due lance che infilzano, un po’ di sangue che schizza, tutto il resto è lasciato all’immaginazione, non c’è bisogno di andare tanto oltre quando l’orrore è già dentro di noi… perché si rallenta a vedere un incidente stradale? Per rubare uno sguardo alla morte? Per intravedere com’è la morte vera? Per vedere se è come pensiamo? O è come abbiamo visto alla televisione?
Ma non divaghiamo, in questa scena – come già scritto – niente si vede: un buon horror si vede anche da ciò che non mostra, no?
E allora torna alla mente di quando si era giovani e si andava a letto con il librone dei racconti lovecraftiani, erano consigli sclaviani quelli eppure non si riusciva a capire tanto bene: cioè, dov’erano quei mostri di cui tanto si favoleggiava? Il richiamo di Chtulu sì, ma dove?
Ogni sera, al riparo delle coperte, la luce accesa, il librone aperto, si confidava in un qualche incontro mostruoso, una descrizione raccapricciante di una qualche maligna creatura arrivata dallo spazio lontano… ma il massimo che si poteva avere era una – talvolta noiosa, eh sì – cronaca in prima persona dell’impazzire di un tizio che vedeva, o credeva di vedere, mostri che a noi non era dato di incontrare. Certo da giovani l’immaginazione è più sviluppata, il sogno ad occhi aperti più frequente, ma si ha anche bisogno di cose più concrete.
Ecco perché un tipo come Clive Barker dava più soddisfazione: in una manciata di secondi i suoi cenobiti ti artigliavano la carne senza scampo, e tu ti ritrovavi già bello che morto di paura.
Signore e signori, il vostro film di sangue è pronto.
E non stiamo certo parlando a vanvera, badate.
Perché a una prima lettura la trama di questo film può farlo assomigliare al solito, stupido, noioso, slasher movie: sei più o meno giovani donne si ritrovano a fare i conti con mostri che tenteranno in tutti i modi di farle fuori, anzi di mangiarsele; ma oltre a questo c’è dell’altro però, questo non è il solito slasher movie.
Lo splatter è abbondante certo, anche il gore è copioso,ma come si diceva in apertura il problema del genere horror non è la quantità del sangue mostrato, ma la qualità dell’assassinio, il problema è come si arriva a questo sangue cioè.
È un po’ lo stesso problema che si ha con il porno che da molti viene considerato il genere gemello e complementare dell’horror: non è ciò che mostri, ma come lo mostri, ché la noia è giusto dietro l’angolo.
Ma sarà meglio andare avanti prima che prendiate il vostro recensore di fiducia per uno di quei pazzi che i mostri ce li hanno in testa o uno di quei perversi che invitano a casa demoni sadomaso.
Le protagoniste di questo horror sono sei amiche che, in seguito al tragico incidente in cui una di loro perde marito e figlia, decidono di affrontare un’avventura speleologica: un calarsi all’interno di grotte sconosciute che diventerà una vera e propria immersione all’interno di se stesse. Antri angusti e buchi oscuri che ben presto riveleranno anche altro però: presenze maligne che abitano lì chissà da quanto, ci sono dei graffiti preistorici sulle pareti, mostri carnivori e all’occorrenza anche cannibali che si sono adattati all’ambiente in cui vivono, demoni ciechi e albini che comunicano attraverso suoni e ultrasuoni, proprio come i pipistrelli. Alcuni hanno visto in questi oscuri esseri rassomiglianze con il tolkieniano Gollum, ma permetteteci di dire che il gracile e patetico Gollum è un agnellino in confronto a queste bestie.
Queste creature si muovono agili nelle grotte, scalano anfratti, strisciano, ti arrivano alle spalle e azzannano, sì, non aspettano che tu sia morto, ti mangiano vivo.
Ecco allora da dove esce fuori Clive Barker, non è solo la rassomiglianza fisica a certi demoni da lui immaginati, ma ecco anche perché si parlava di Lovecraft, perché queste caverne sono buie, non si vede nulla, ciò che fa paura è il buio, un rumore, ciò che si crede di vedere, ciò che si crede vivere nel buio. Non a caso nel trailer originale del film non c’è nemmeno un’inquadratura, dei mostri.
È ciò che non si conosce che terrorizza, una delle protagoniste chiede a un’altra (è un medico! la fredda razionalità personificata!) con cosa hanno a che fare: è una domanda che serve a capire come uscirne.
Ma poi, rapportandoci ancora al porno, come si fa a non notare un che di voyeuristico in questo film: le protagoniste sono tutte donne, e tutte più o meno belle. Come si fa a non leggere una metafora sessuale in questo discendere tutto al femminile (sono amazzoni? virago? addirittura lesbiche?) all’interno delle viscere della terra, quando già il comunicato stampa del film dava fin troppo facilmente adito a battute di cattivo gusto.
Solo un essere che sanguina per cinque giorni senza morire (le signorine lettrici scusino la southparkiana citazione sessista) può sperare di uscire vivo da una situazione del genere e placare i (propri?) demoni ostentando – come insegna il buon Elio – come insegnasicumera: una donna che va incontro alle sofferenze del ciclo mestruale ogni mese sa il dolore fisico cos’è, il contatto con il sangue non le è estraneo, sa come affrontare queste cose. E se le signorine lettrici continuano a storcere il naso (perché? non è mica maschilismo, semmai proprio il contrario: ammirazione) a leggere queste parole, aspettate di vedere – letteralmente – il bagno di sangue (mestruale?) a cui va incontro una delle femmine protagoniste.
Sì perché alla fine il tutto si riduce al femminile, non c’è niente di più spaventoso di una donna a cui viene rubato l’uomo o, peggio ancora, di una donna che difende la prole: l’unico modo per sopravvivere è proprio regredire, è la femminilità più pura e primordiale (l’istinto) a farsi strada tra gli ultimi barlumi di razionalità, si ritorna belve feroci… e se ne esce vittoriose.
E questo è finalmente un grande horror che non lascia insoddisfatti, né stupido né noioso, un horror che permette di scrivere addirittura una recensione decente… oddio, si è tentato almeno. Speriamo che sia il primo di una nuova rinascita, e abbasso Hollywood e i suoi patinati remake.
Ma certo sarà difficile avere dei buoni film fino a quando l’horror continuerà ad essere visto solo come un genere da andare a vedere con una ragazza in modo da avere una scusa per abbracciarla… Che il popcorn vi vada di traverso e gli incubi vi mangino il sonno, se la pensate così.
visto da sand | novembre 06, 2005 12:36 | commenti (13) |