domenica, 16 ottobre 2005
Non è il modo migliore scoprire di avere un padre di cui hai ignorato l’esistenza per grossomodo vent’anni nel buio di un parcheggio, mentre sei intento a baciare la tua ragazza e sei anche un po’ alticcio. Il minimo che puoi fare è sospettare di lui, chiedergli cos’hai da guardare, perché mi stai seguendo, quasi tirargli un pugno secco. E il minimo che può fare questo scomparso padre è mettere in moto e andarsene, ecco.
Che poi va a finire che non ci capisci più niente, della tua vita, e hai paura (ma anche voglia) che lui entri dentro di te, e inizi a tirare giù dalla finestra tutto, la vita presente e quella passata, perché davvero non ci capisci più niente, di questa vita, e mandi via tutti, e non vuoi vedere più nessuno, men che meno questo presunto padre.
Che lui ha anche la faccia tosta di ripresentarsi, sotto la tua finestra andata in frantumi, e allora tu scendi e quasi lo sfidi a duello, come in un western sì – la vita vera si mescola al film e noi preferiamo l’epopea filmica da sempre, questo si sa – e gli urli in faccia tu chi sei, io non ti conosco, proprio lì in mezzo alla strada, tra tutti i resti della tua vita, che a un certo punto niente ti sembra avere più significato.
E allora te ne vai, lasciando lì quel vecchio patetico cowboy a dormire tutta la notte su quel divano così kitsch e così sfondato, ché la luce è calata su di lui.
Ma poi ci ritorni, tra i numerosi detriti e i vecchi dischi in vinile, perché come fai a esorcizzare il blues che hai dentro se non suonando, come fai, come fai. Perciò prendi una chitarra da due soldi e l’attacchi a un piccolo amplificatore semi-sfondato e ti metti a suonare e a cantare fuori l’anima, ecco come fai.
E ti chiedi, ancora una volta, dov’è finito tuo padre, dov’è andato a finire ancora una volta quel padre che non hai mai visto, tanto che quando ti si è parato davanti quasi non potevi crederci di avercelo davvero, questo padre.
Perché questo è un film non solo su padre e figlio, ma un film sulla ricerca di se stessi, un viaggio che passa tra goffe manicure e scintillanti casinò. Chi siamo, dove andiamo, quelle robe lì. Stupidate, ma che fanno fremere il cuore però.
Cowboy in fuga da se stesso torna dalla mamma e si ritrova papà, ecco un buon titolo a effetto se qui si trattasse di scrivere un pezzo senza pretese, di ordinaria amministrazione, ma così non è, ché qui si cerca di fare cinema.
E questo è un film semplice, un po’ inquieto ma in definitiva tranquillo, tutto virato in blu, fateci caso; un film che si nutre di grandi spazi e grandi vuoti, e non solo dell’anima.
Quei grandi spazi che spaventano – di non far entrare il mondo esterno all’interno, perché nulla è cambiato dagli antichi orrori, consiglia sulla via del ritorno il saggio avvocato al cowboy sperduto – ma che, se presi per il verso giusto, sono grande fonte di libertà.
E allora guardarsi indietro, quando le rughe iniziano a scavarti il viso e ci si sente così persi, può essere un azzardo e anche un modo un po’ egoista per dire aiutami, dammi un riparo dalla mia vita, ma non solo questo però; guardarsi indietro significa anche tornare e rimediare ai propri errori, tornare da un figlio di cui non si era mai venuti a conoscenza, tornare da una figlia i cui genitori – preziose reliquie – sono conservati in una chiavetta usb e in un’urna (blu), tornare da una cameriera che ti piange disperata in faccia tutti i tuoi sbagli, eh sì.
Perché in questo film i maschi non parlano, troppo infantili – più che orgogliosi – non sanno proprio cosa e come dire, al massimo ti buttano un divano sulla testa o ti regalano una macchina anni ’50 e credono di aver risolto tutto così, e perciò sono le femmine (una ragazza, una donna) a dover parlare e a darti i brividi giù lungo la schiena, e a niente può servire chieder loro vuoi star zitta per favore?
Non serve nemmeno chiedere di non bussare alla mia porta – e poi perché farlo? – ché il passato ritorna sempre, in forma di piccola cittadina (dimenticata ma presente) con tutte le sue discese e le sue salite, sta a ognuno trarne guadagno poi, e questo è.
visto da sand | ottobre 16, 2005 11:47 | commenti (3) domenica, 09 ottobre 2005
C’era una volta un bambino che al posto dei denti aveva il ferro, il ferro era la sua faccia, e tutto ciò lo rendeva un bambino infelice, perché dolci non ne poteva mangiare, era suo padre ad averglielo vietato, suo padre che faceva il dentista e un giorno di Halloween bruciò tutti quei dolcetti che felicemente aveva raccattato in giro… Altro che scherzetto!
Ecco, se vogliamo trovare una ragione all’eccentrico comportamento dell’eccentricissimo Willie Wonka (dotato di super-occhiali e guanti di gomma scricchiolante), il buon Tim ci consiglia di andare a rovistare, scontatamente, nel suo passato. Suo padre lo terrorizzava proibendogli di mangiare dolci ed ecco così che da grande lui farà proprio tutto il contrario di quello che gli diceva il paterno genitore: se ne andrà via di casa e produrrà dolci, e dei più buoni, e chi se ne importa se la sua vita è un po’ strana, d’altronde la stessa cosa si può dire del mondo là fuori no?
Là fuori dove c’è un’altra casa, una casa tutta storta, che s’attorciglia sotto la neve, una casa dove vive un altro bambino, povero ahimè, una casa minuscola eppure ci vivono in tanti: doppia coppia di nonni, sereni gli uni brontoloni gli altri, e poi i genitori del bambino in questione, figlio unico, eh sì.
E cosa c’entra con l’altro bambino, l’eccentrico Willie di cui sopra, questo piccolo Charlie qui?
C’entra, ché Willie Wonka è il padrone della più grande fabbrica di dolci, anzi di cioccolato, della città, fabbrica in cui lavorava uno dei nonni, fabbrica divenuta misteriosa e strana dove non si sa più chi ci lavora adesso; Charlie ama il cioccolato Wonka, e ammira Willie, e vorrebbe tanto vedere cosa c’è in quella fabbrica lì.
Fortunatamente un giorno lo strano Wonka indice un concorso che solo cinque bambini (e relativi accompagnatori) potranno entrare in quella fabbrica lì, e vedere cosa c’è dentro, Charlie sarà uno dei cinque fortunati, pura fortuna la sua, mica calcolo o ricchezza come per gli altri vincitori… ma cosa c’è sotto?
I bambini (-1) che ci presenta il grande sognatore Burton (dark sempre e comunque nei secoli dei secoli, anche nei dolci colori di un Big Fish) viene naturale odiarli, sono dei mostri (e non di quelli simpatici): un grassone bulimico che mangia non per gusto e nemmeno per fame, una viziata e capricciosa riccastra che viene sempre accontentata, un’insopportabile maschiaccio che ambisce a essere la prima in ogni circostanza, un odioso saputello teledipendente che passa tutto il suo tempo davanti a videogiochi violenti. La loro mostruosità verrà molto bene alla luce all’uscita della fabbrica, dopo la “cura” Wonka: l’unico a salvarsi sarà il povero e dolce Charlie, e in tutti i sensi.
Tim Burton ritorna alla grande con questa specie di musical, se vogliamo definirlo così, un musical che di colori sembra talvolta averne ancor di più del bello e commovente Big Fish (di cui viene ripreso anche il tema della famiglia), ma colori affogati in un’ottima e abbondante salsa horror però: basta vedere le orribili “morti” a cui vanno incontro le quattro pesti (con degli scoiattoli veri – o “topi sotto anfetamina”, come li ha definiti lo stesso Burton – da antologia), ma anche certi disturbanti particolari della visita guidata (quella mucca frustata…) e l’introduzione – con tanto di marionette che si sciolgono nel fuoco – a questa sorta di tunnel degli orrori… Senza dimenticare il Wonka bambino (ostrica?) con mostruoso apparecchio ai denti di cui si parla più su, e gli inquietanti – ma simpaticissimi – Oompa Loompa (anche nuotatori sincronizzati!) a cui dà voce (purtroppo andata perduta nel doppiaggio italiano) e musica il magico Danny Elfman.
In conclusione un ottimo film per bambini (e relativi accompagnatori), ma trattandosi di Tim Burton poteva mai essere altrimenti?
Certo sarebbe stato ancora più bello se si fosse spinto di più sull’horror, ma va benissimo anche così.
Gustose le (ormai immancabili) citazioni da 2001 Odissea nello spazio, Pulp Fiction e La famiglia Addams.
visto da sand | ottobre 09, 2005 10:36 | commenti (11) |