venerdì, 16 settembre 2005
L’incipit deve essere potente, come in un romanzo.
Deve attirare e incuriosire, spingerti ad andare avanti. Questo film inizia con un massacro.
Un ragazzo andato fuori di testa (quelle maledette voci: katch’em and kill’em) fa strage dei suoi familiari quando sono più indifesi, nel sonno. Una notte oscura, verso le tre di mattina. L’unica ad accorgersi di qualcosa è la sorellina (quanti anni avrà avuto? sei? sette?) ma non ci sarà pietà neanche per lei. Finirà ammazzata come tutti, con un colpo di fucile alla testa, con l’ulteriore dolore di aver guardato in faccia l’assassino: suo fratello.
“Questa è una famiglia di pazzi!”, urla a un certo punto il maschio adulto della nuova famiglia insediatasi nella casa maledetta che non tarderà a far calare ancora una volta la propria maledizione su persone innocenti. Loro, i grandi, lo sanno quello che è accaduto in questa casa, l’abile ma preoccupata piazzista immobiliare lo definisce “l’inghippo” (che magnifico eufemismo!), ma il prezzo è davvero stracciato, sarebbe da pazzi non approfittarne. Certo, da pazzi.
Il punto è che in quella casa pazzi ci si diventa, come infatti urla in un impeto di autocoscienza il capofamiglia di cui sopra.
Questo film è il remake di un vecchio horror fine anni ’70, Amityville Horror appunto, tratto da una storia vera pare, film sicuramente visto negli anni dell’adolescenza, anni troppo lontani per i confronti e i raffronti del caso però, difficile quindi capire se la storia è proprio la stessa o in questo remake si immagina una nuova famiglia (i Lutz) che prende possesso della casa maledetta.
Come nell’originale anche qui si dice che è tratto da una storia vera, ma il dubbio rimane perché appunto, nel film e nell’incipit confuso e oscuro (ma come creare l’inquietudine, d’altronde?), si parla di una famiglia precedente (i DeFeo)…
Si dovrebbe (ri)vedere il film originale, certo, ma la (re-)visione non è comunque necessaria ai fini della valutazione di questo remake… Anche perché è bastato farsi un giro su internet per concludere che la storia è proprio la stessa dell’originale.
Comunque questo remake appare più che dignitoso e appassionante e, diciamocelo pure, inquietante. Un film che conserva quel sapore da horror anni ’70, nelle ambientazioni, nei vestiti, nelle immagini. Quelli erano anni in cui non esistevano tutti questi computer pronti a elaborare zombie e squartamenti ad libitum, e quindi ci si doveva arrangiare, creando l’Orrore attraverso situazioni e psicologie… Anni in cui si doveva impaurire gli spettatori con poco insomma.
Ma certo questo non è un film “arrangiato”, anzi, quello che vogliamo dire è che qui la paura nasce da poco: anche qui appaiono i soliti curatissimi non-morti/fantasmi, ma se andrete a vedere questo film vi accorgerete che a farvi sobbalzare sulla sedia sarà tutt’altro.
L’uso degli effetti digitali è davvero parco, uccisioni e amenità simili – seppur buone – in verità sono molto poche; quello che vi metterà paura sarà una casa, e le dinamiche familiari che vengono a crearsi in questa casa: un “padre” che esce fuori di testa e inizia a vedere diavoli nei propri familiari…
Cominceranno le torture, e le crudeltà: cattiveria psicologica, ecco ciò che fa paura.
Più di una volta c’è tornata alla mente una certa vicenda ambientata in un certo Overlook Hotel… ma comunque adesso sarà meglio non esagerare.
Però, però… in conclusione, che importa se è la solita storia della casa costruita su una qualche specie di cimitero indiano, che importa che a un certo punto compare una più che improbabile sexy babysitter, che importa degli svariati blooper (per esempio il tizio che si tuffa in acqua e l’inquadratura dopo ha il pigiama completamente asciutto), al giorno d’oggi è sempre più difficile trovare un buon horror, e questo Amityville si rivela più che sufficiente.
Che l’orrore sia con voi.
visto da sand | settembre 16, 2005 19:37 | commenti (12) giovedì, 08 settembre 2005
La scena madre del film è sicuramente quella in cui Jordan Two-Delta guarda la “vera” se stessa (Scarlett Johansson) in una vetrina, in uno schermo televisivo, nello spot vero (senza virgolette) della Calvin Klein. Il capolavoro della presa in giro. Cioè, quando mai s’era visto uno spot televisivo completo, in un film? Certo, in ogni multisala che si rispetti veniamo annichiliti da almeno venti minuti di pubblicità prima che il film inizi, ma una cosa così non s’era mai vista.
Da applausi veramente.
Geniale.
Quelli del dipartimento marketting (sic!) chiamano tale tecnica product placement, così definita da Wikipedia:
Product placement is a promotional tactic used by marketers in which characters in a fictional play, movie, television series, or book use a real commercial product. Typically either the product and logo is shown or favourable qualities of the product are mentioned. The product price is not mentioned nor are any negative features or comparisons to similar products. Very generally, product placement involves placing a product in highly visible situations. The most common form is movie and television placements.
E, per in non-anglofili, ecco venire in soccorso l’ultima versione (aggiornata al 2005) dello Zingarelli:
product placement
[loc. ingl., propr. 'collocazione (placement) del prodotto (product)'; 1996] loc. sost. m. inv. (pl. ingl. product placements) * Tipo di pubblicità indiretta, che consiste nell'inserire o nel citare in un film, in uno sceneggiato televisivo, in un romanzo ecc. un marchio o uno specifico prodotto. Detto in due parole: pubblicità nascosta.
Vediamo un film, e all’improvviso ecco apparire un prodotto: la luce è quella giusta, il logo è perfettamente a favore della telecamera. Fico. Rende il film più realistico, dice.
Ma poi va a finire che il film diventa uno spot pubblicitario: ambienti, situazioni, dialoghi, tutto.
È quello che accade a questo The Island: questo non è un film, ma uno spot.
Quali prodotti pubblicizza The Island? Puma. Nokia. Budweiser. Il sopraccitato Calvin Klein. Apple, e – per par condicio, certo – Microsoft. Più altri marchi che sicuramente ci saranno sfuggiti: la bottiglietta d’acqua minerale, i pennarelli nella casa del tizio “vero”, l’orologio, e non dimentichiamoci delle automobili (e sul sito del film si pubblicizza addirittura lo yacht!). E forse anche quella gigantesca “R” sul grattacielo è il simbolo di una famosa casa produttrice di videogiochi che magari si occuperà del videogame tratto dal film… Solo paranoie?
Quello che stupisce è fino a che punto certi attori miliardari e, almeno si presume, “intelligenti” come Scarlett Johansson e Ewan McGregor (e Steve Buscemi, che comunque non ha un ruolo da protagonista) siano disposti a (s)vendersi e a sostenere (e quindi a perpetuare) questo tipo di mercato cinematografico (non Cinema, ecco). Inutile menzionare il regista, un sicuro mestierante cresciuto a blockbuster e videoclip, assoldato dai soliti produttori che se producessero bibite ipercaloriche per loro sarebbe lo stesso. Bastano che ci siano i soldi.
Ma poi leggiamo che il produttore sarebbe addirittura Spielberg… e allora la tristezza si fa ancora più grande.
Perché la storia, in questo tipo di film, è secondaria.
Nello specifico qui si tratta di un clone (un “agnato”) tutto di bianco vestito che, grazie a un amico “umano”, inizia a porsi delle domande e dopo un po’ capisce di essere solo un prodotto nato per partenogenesi (come ci viene mostrato) e cresciuto a messaggi subliminali, ricordi indotti e sogni potenziali (la fantomatica “isola”/paradiso terrestre, appunto), e il cui unico scopo di vita in realtà è quello di essere una polizza assicurativa per cittadini molto abbienti che pagando miliardi si sono garantiti il diritto all’eternità.
Le cose si complicano quando Lincoln Six-Echo, tale il nome del disgraziato, si innamora (così pare) della sua amica Jordan Two-Delta (la tizia della Calvin Klein), grazie alla quale scopre anche la vera “isola” (…).
Lincoln decide quindi di salvare tutti i cloni e per fare questo dovrà combattere contro il solito frankenstein pazzo suo creatore e i soliti “uomini in nero” che sfoggiano le solite ultra-sofisticate e terrificanti, e purtroppo oggi del tutto verosimili, armi/tecnologie di controllo.
Insomma, il solito saccheggio dal povero – incompreso in vita, spremuto al massimo alla sua morte – P.K. Dick con qualche citazione/scopiazzatura “colta” qua e là: un po’ di Blade Runner (il capannone abbandonato e la storia) appunto, un po’ dell’immancabile Matrix (dove abbiamo già visto una corsa sull’autostrada così?), e ci è sembrato addirittura di cogliere una citazione biblica quando i due cloni – novelli Adamo ed Eva rinati alla vita – vagando nel deserto s’imbattono in un serpente indicato sbrigativamente come il male.
Tuttavia l’apoteosi del luogo comune viene raggiunta quando il nero (fino a poco prima un cattivissimo “uomo in nero”…) si ricorda del passato da schiavo del padre e (ben vengano gli spoiler, se serviranno a non andare a vedere questo film!) salva alcuni cloni lì lì sul punto di essere gassati come gli ebrei ad Auschwitz, e non è un caso se compare anche la parola “eugenetica” nel film… ma per favore!
Stendiamo pure un velo pietoso sul presidente simil-bush che viene definito “un idiota”: wow, satira corrosiva eh! Una pernacchia fatta da un bambino sarebbe stata più cattiva.
Superfluo menzionare numerosi buchi della sceneggiatura e coincidenza ridicole, a questo punto.
Basta.
Il non andare a vedere questo tipo di film – nemmeno per divertimento – deve essere una presa di posizione decisa, sicura. Solo così si smetterà di spacciare questi ibridi (qui non è in gioco solo la dicotomia finzione/realtà ma quella ben più pericolosa pubblicità/non-pubblicità!) come film, e si potranno cercare nuove strade per il Cinema.
Che poi, in verità, pare che questo film sia stato un clamoroso flop (tanto da buttare la Dreamworks sul lastrico?) in quel paese lì, al di là dell’oceano.
Ci piacerebbe credere a una giustizia divina o, addirittura, a una presa di coscienza del pubblico, a un’intelligenza finalmente (ri)messa in moto… ma la nostra grande disillusione non ce lo permette.
Magari c’era solo un qualche blockbuster più allettante nelle sale, in quei giorni lì.
visto da sand | settembre 08, 2005 15:10 | commenti (11) giovedì, 01 settembre 2005
È dura essere adolescenti in America.
I bulli che ti rompono le palle a scuola. Tuo fratello maggiore che ti fa da padre, visto che quello vero s’è spiaccicato il cervello su tutto il muro. Oppure, quando ce l’hai, c’è che c’hai due genitori omosessuali che non sarà mica un problema, ma andate pure a dirlo agli altri. O magari sei un ciccione dislessico e un po’ ritardato, forse pure buono, ma bastardo quanto solo un bambino può essere.
Ecco – diciamolo subito – niente di che, questo film: roba da Sundance Film Festival, si va a vederlo giusto per curiosità, in un’estate al solito zeppa di horror fatti male e commedie che già a definirle tali gli fai un complimento. Che già pensi che sarà la solita roba intellettualoide (ovvero quando gli americani senza soldi – né talento – fanno i cool), però quello che ti incuriosisce sono tutti quei riconoscimenti appuntati sulla locandina a mo’ di stellette guadagnate sul campo: Cannes, Torino, London e via così. Poi leggi la storia e già ti interessa un tantino di meno, e se fai caso anche al fatto che il nome richiama alla memoria la cazzata tardo-adolescenziale di quest’ultima generazione (Dawson’s Creek: eppure, quanti giovani attori ha sfornato?) allora la voglia di vederlo scema ancor di più. Però si va lo stesso.
Perché potremmo dire anche Stand by me o Il signore delle mosche, giusto per inquadrarlo. Ovvero quando gli adolescenti si scontrano con l’orrore o, meglio, quando i bambini diventano grandi. L’orrore è una tappa obbligata della nostra vita? Pare di sì, in un modo o nell’altro.
Queste sono storie che attirano, perché bambini lo siamo stati tutti no? E quanto bravi sono gli americani (mai cresciuti) a raccontare queste storie?
Quando si andava in giro, con gli amici, a fare passeggiate, nella natura per i più fortunati, in mezzo alla strada per quelli meno, meno fortunati ma sicuramente più svegli. All’avventura.
Che andavi a scuola tutti i giorni, e poi arrivava il giorno della scampagnata con gli amici, perché era il giorno del tuo compleanno (ma anche no) e allora decidevi di festeggiare fuori, però giusto due giorni prima quel bullo del cazzo ti aveva preso a pugni, proprio davanti alla tua ragazzina poi, e allora decidevi di invitare anche lui, perché tuo fratello più grande e i suoi amici gliel’avrebbero fatta pagare. E allora sì, in macchina, si parte.
E ti (ri)trovi in mezzo alla natura.
E dopo un po’ che ci sei stato insieme e ci hai parlato capisci che in effetti quel ciccione non è tanto cattivo, ti ha fatto pure un regalo costoso, è solo un bambino che ha la testa al contrario, un po’ crudele certo, ma solo perché non è mai cresciuto. Non capisce bene quello che gli accade intorno. Ha una videocamera che porta sempre con sé, vuole fare un documentario da conservare nella capsula del tempo che ha sotterrato in giardino per gli alieni, pensa. Per mostrare quello che (non) è. E allora dopo un po’ ti senti in colpa, e pensi basta, adesso non si scherza più, ché questa è la realtà. Ma sembra troppo tardi, e il ciccione certo non aiuta.
La natura intanto è calma, placida, tranquilla. L’acqua scorre piano, verde, opaca. La quiete prima della tempesta. L’orrore della natura dicono, la natura ostile, ma la natura non è orrore, la natura è. La natura umana, invero, è un’altra cosa. È lì la crudeltà. E allora è inutile, la colpa non è del fiume (cattivo). Inutile uccidere una lumaca con rabbia.
La realtà prende quindi un corso strano: dei ragazzi escono dalla finestra, un altro fa una rapina e piange. Di un altro resta solo memoria filmica.
Ma la macchina del tempo non esiste.
Condire a piacere con musica adolescenziale, e triste.
(they say i’m mental but i’m just confused / i am hoping for a rearrival of my health)
Servire freddo.
Niente più bambini, i ragazzi sono tutti pazzi.
visto da sand | settembre 01, 2005 18:08 | commenti (6) |