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domenica, 17 aprile 2005

“Questo non è un film dove troverete elfi felici e contenti,” ci avverte una voce dallo schermo, “ma un film senza lieti inizi né lieti fini. Questo è un film che racconta di come i ragazzi Baudelaire diventarono gli orfani Baudelaire”, conclude la voce narrante, e subito i colorati elfi di plastilina vengono spazzati via da colori scuri e ambientazioni gotiche; è così che inizia questo film, attraverso l’uso di una cornice meta-narrativa dov’è lo stesso scrittore che sta battendo la storia a macchina a invitarci a uscire dalla sala, se non vogliamo assistere a una storia spaventosa.
Il film accorpa i primi tre libri di una serie di libri scritti da tale Lemony Snicket e alla fine è abbastanza semplice: protagonisti principali sono i tre fratelli Baudelaire (rimasti orfani a inizio film, appunto) che vengono affidati al malefico Conte Olaf (loro parente alla lontana) il quale però pensa solo a come impadronirsi della cospicua eredità.
La storia è tutta costruita sui vari tentativi (sotto un treno, giù da un dirupo, mangiati da terribili sanguisughe) del conte di levarsi di torno i tre nipotini, però i Baudelaire sono tre fratelli fuori dal comune: Violet è un intelligentissima inventrice, Klaus è un vorace lettore, Sunny un’assidua morditrice, e grazie a queste loro caratteristiche riusciranno sempre a cavarsela.
Ma la parte del leone, più che ai fratellini, spetta al Conte Olaf (e sue relative trasformazioni) interpretato da un magnifico Jim Carrey: da inetto guitto adorato dalla sua personale corte dei miracoli si trasforma prima in sedicente erpetologo alle prese con serpenti fintamente cattivi e poi in lupo di mare seduttore di zia paranoica; cioè, il Carrey che troviamo qui non è quello di film come “Se mi lasci ti cancello” o “The Truman Show”, ma piuttosto l’istrione mattatore di film come “Ace Ventura” e “The Mask” e resta il motivo principale per cui andare a vedere questa serie di sfortunati eventi.
In conclusione crediamo che questo film, godibile ma forse fin troppo “povero” e “leggero” per gli adulti, tuttavia non dispiacerà a bambini e ragazzi, soprattutto a quelli che non si accontentato delle storielle che hanno per protagonisti degli stupidi elfi e sono attratti più dai lati “oscuri” delle favole: d’altronde le favole (quelle vere) in fondo in fondo non sono sempre dei racconti horror?
Parliamo delle (inquietanti) favole dei fratelli Grimm per esempio, piccoli rifugi per dimenticare una realtà che magari è ancora più “horror” di qualunque altra fantasia.
Menzione dovuta per i bellissimi titoli di coda.
visto da sand | aprile 17, 2005 10:16
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giovedì, 07 aprile 2005

Probabilmente dire che il rapporto che si viene a creare tra Frankie e Maggie è come quello tra padre e figlia è una cosa assai banale da dire, e iniziare la recensione di questo magnifico film in tal modo è ancor più banale, sì, ma è proprio così.
Frankie e Maggie sono due solitari disadattati, una famiglia ce l’avrebbero pure ma non conta: la figlia di Frankie rimanda sempre al mittente – senza nemmeno aprirle – le lettere che il padre le scrive di settimana in settimana, e la madre di Maggie – il suo amato padre non c’è più – non capisce quello che fa la figlia e quasi si vergogna di lei perché la gente le ride dietro.
E a questo punto nella vita dove tutto intorno sembra nero – il tuo pugile ti lascia un attimo prima di diventare campione, oppure lavori dalla mattina alla sera come cameriera – che fai? O ti suicidi o decidi di seguire il tuo sogno e prenderti la tua occasione, ecco quello che fai. E Frankie, un allenatore frustrato, e Maggie, una pugile autodidatta, sembrano essere fatti proprio l’uno per l’altra, l’incastro è perfetto: padre e figlia, maestro e discepolo.
Maggie sta tutto il tempo a chiamare Frankie “boss”, anche se lui non vuole, Frankie sta tutto il tempo a dire a Maggie “la prima regola è proteggersi, sempre”; lo scopo è comune: raggiungere quel sogno che ai due sembra essere stato negato, a lui per un motivo e a lei per un altro, ma quello che alla fine otterranno è molto di più…
Anche se sono due tipi silenziosi, Frankie e Maggie, e non si dicono certe cose, lo sanno benissimo quello che c’è tra loro, un legame molto più forte di quello che può esserci tra allenatore ed atleta: il nondetto qui non è lo stesso nondetto che c’era nel precedente “Mystic River”, qui si tratta di cose così profonde che è inutile dirle. Basta lo sguardo ingenuo di Maggie quando si allena, bastano i piccoli movimenti che fa Frankie per farle vedere come si fa: c’è amore tra i due, come quello che c’è tra padre e figlia appunto.
E quando una figlia ha un sogno così forte che la porta a passare il suo compleanno da sola, che la porta a passare tutta la vita da sola, che la porta ad allenarsi sempre e comunque, un sogno che la spinge a combattere al di là di ogni sopportazione e al di là delle costole incrinate e dei reni fatti a pezzi e delle retine distaccate, perché quel sogno è l’unica cosa a cui pensa e che la fa sentire veramente viva quando proviene da una famiglia devastata ed è così povera da dover rubare gli avanzi del bar dove lavori e a conservare gli spiccioli, cosa fa un padre per questa figlia? L’aiuta a raggiungere quel sogno, ecco cosa fa.
Il film ci racconta tutto questo, e anche di più, questo film ci racconta la volontà di prendersi quell’occasione che la maggiorparte delle persone non avrà mai e la voglia di combattere per raggiungere il proprio scopo: passione e tenacia, ecco le parole chiave. Non sai se raggiungerai mai il tuo scopo, ma almeno avrai avuto la tua occasione. La boxe come metafora di riscatto quindi, una cosa che abbiamo già visto prima: in Rocky di Sylvester Stallone ma soprattutto in quel gran capolavoro che è Toro Scatenato di Martin Scorsese.
In questo caso può apparire strano – perché trattasi di una donna – che il sogno da raggiungere sia rappresentato dal volere prendere a pugni un altro essere umano, prenderlo a pugni fino a farlo cadere a terra, ma all’inizio ci viene subito detto – è Scrap ad ammonirci, ex-pugile dal grande onore che ci racconta la storia – che la boxe è una questione di rispetto: non conta quanti pugni dai al tuo avversario, quanto male gli fai, conta piuttosto come glieli dai, quei pugni, alla fine conta il fatto di prendersi il rispetto del pubblico togliendolo al tuo avversario.
“I vincitori fanno quello che i perdenti non vogliono fare”, si legge – se ricordiamo bene – su un poster attaccato nella palestra di Frankie&Scrap: combattere lealmente, ecco cosa fanno i vincitori.
Può capitare che questi vincitori passino la maggiorparte del tempo in ombra, certo – e infatti questo è un film molto buio, ma non è certo il buio dell’anima questo – alla fine però il tempo dei riflettori arriverà sempre e comunque.
Capolavoro.
visto da sand | aprile 07, 2005 20:14
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