spoiling days cinema
«Chiediamo solo questo: le gomme vanno appiccicate sotto le poltrone o inghiottite in fretta, i sacchetti di popcorn lasciati all'ingresso. Il film non ha un finale a meno che non siate voi a scriverlo... Spegnete le luci». (weldon kees)

venerdì, 25 marzo 2005

ingannevole è il  cuore più di ogni cosa

“Mi ricordo quando da piccolo ho visto Peter Pan. Dopo, tutti gli altri bambini volevano ricreare le battaglie fra i bambini perduti, i pirati e gli indiani, mentre io riuscivo a pensare solo alla scena in cui Peter Pan sta seduto fermo fermo mentre Wendy prende un ago appuntito e, con cura e forse con amore, gli cuce l’ombra ai piedi. E mi chiedo se il dolore lo eccitasse tanto quanto eccitava me guardarlo.”

 

 

Dolore ce n’è, e pure  parecchio, in questo film ma… è “eccitante” guardare questo film?

Che effetto fa vedere sullo schermo ciò che si è letto?

Lascia indifferenti o prende al cuore… allo stomaco?

Il problema è sempre lo stesso, quando si va a vedere un film tratto da un libro: sarà fedele? Sarà migliore? Rovinerà le immagini nate nella nostra testa ?

Se poi è un libro che si è amato molto, peggio ancora, si preferirebbe non andare proprio al cinema, restarsene soli con il libro, conservare ciò che la nostra immaginazione ha creato; ma, per una serie di circostanze o semplicemente per curiosità, va a finire che poi il film lo si va a vedere.

Ora, lasciando stare il fatto che JT Leroy sembra sia stato irrimediabilmente risucchiato dal circo mediatico da un bel po’ – non che a lui la cosa dispiaccia intendiamoci, visto quello che ha passato ciò che sta vivendo deve essere il paradiso per lui - verso questo film nutrivamo molte aspettative, non lo nascondiamo: il libro è davvero bello, ma il fatto che la regia fosse stata affidata ad una come Asia “Scarlet Diva” Argento già non lasciava ben sperare… e infatti il risultato finale è abbastanza scarso.

Il film – il libro – racconta di una certa provincia horror americana, la stessa che si ritrova in film come “Ken Park” o, in parte, “Elepahnt”. Famiglie sbandate, junk food, televisione sempre accesa, sesso, droga, rock’n’roll.

Il protagonista del libro (dei libri) è il piccolo Jeremiah - quasi un Peter Pan dark appunto, sicuramente un ragazzo perduto -  un nome biblico per un’esistenza tutt’altro che religiosa: affidato a genitori adottivi verrà - in un certo senso – rapito dalla madre Sarah, un’adolescente tossica che lo nutre a pasta in scatola e fumo passivo e non si fa scrupoli a confessargli che, se non fosse stato per il nonno ultrabigotto, lo avrebbe scaricato nel cesso appena nato. Eppure dice di volergli bene e, messi tutti i loro averi in sacchi della spazzatura, lo porterà con sé  e se lo scarrozzerà in giro per tutti gli stati uniti iniziandolo all’allucinata ebbrezza di una vita vagabonda e drogata.

Il libro è molto esplicito nel descrivere questi viaggi e certe situazioni, lascia ben poco all’immaginazione: stupri, pedofilia, prostituzione, eroina, allucinogeni… tutti buttati lì come in un “Alice nel paese delle meraviglie” più che al contrario. Il ragazzino inizia a scrivere di tutto questo inferno proprio per toglierselo dalla testa probabilmente, lo scrivere è per lui una sorta di cura psicologica.

Ma il film invece?  Roba da educande rispetto al libro. Situazioni perverse e malate, scabrose, ci sono, ma tutto questo avviene fuori campo: s’è fatto tanto parlare di questo film e poi invece non mostra nulla. Mancanza di coraggio?

Per esempio manca quasi totalmente la parte relativa alle “lucertole da parcheggio” (prostitute per camionisti, in pratica): nel film è solo accennata una parte che, al contrario, ha uno spazio fondamentale nei libri. Cioè, Asia fa tanto la “maledetta” (guai a chiamarla così!) ma alla fine questo è un film molto edulcorato.

Il film procede per frammenti, a scatti, per accumulo di situazioni ed episodi, quasi fosse una serie di racconti legati da un filo rosso, ma il risultato finale è piatto, monotono, scialbo; anche il libro procedeva per racconti, certo, ma era tutta un’altra cosa, perché una cosa è “scrivere” e una cosa è “mostrare”. Anzi, scrivere di queste cose è ancora più difficile che mostrarle: l’immagine è molto più immediata delle parole ma, paradossalmente, è più facile che cada nello scontato e nell’inutile.

Purtroppo sembra proprio che questa sia stata un’occasione sprecata: anche se JT Leroy s’è detto entusiasta del risultato finale (magari l’Argento assomiglia davvero tanto a sua madre…) a noi il film non ci convince, e forse avrebbe fatto molto meglio Gus Van Sant a cui in origine era stato affidato l’altro libro, “Sarah” , e non solo perché è americano.    

Certo qualcosa di buono c’è: per esempio certe scene allucinate, sfocate, stranianti, drogate, accelerate, rallentate… ma è troppo poco. Inoltre, al di là del fatto che la signorina Asia Argento - narcisista come non mai -  si sia cucita tutto il film addosso, le scene migliori sono proprio certe scene con il (bravissimo) ragazzino.

Un altro appunto che vorremmo fare alla signorina (signora?) Argento riguarda la colonna sonora originale: che c’entrano mostri sacri come i Sonic Youth con il suo ex Morgan?! Mai accoppiata fu più sballata: avremmo preferito mille volte di più solo l’elettricità delle chitarre soniche piuttosto che doverci sorbire anche certa malinconia pianistica italiana. Il lavoro di Morgan non è del tutto disprezzabile però una cosa è la gioventù sonica, altro è la gioventù sprecata…

In definitiva, se proprio volessimo essere buoni, potremmo dire che questo è un film “sperimentale” (vocabolo notoriamente usato dagli intellettuali per non dire che un’opera – di solito un’opera d’avanguardia – da cui ci si aspettava molto, fa schifo), ma qui non si tratta di bontà, ma di onestà: questo è un film non riuscito, scarso, e  la prossima volta un po’ di umiltà non guasterebbe per la regista che qua e là spesso appare troppo pretenziosa/presuntuosa.

 

“Come posso spiegare un dolore che brucia come una tortura ma che conforta ed eccita più di una carezza o di un bacio?”     

 

 

http://www.asiargento.it/FILM/film.html

 

 

visto da sand | marzo 25, 2005 13:45 | commenti (4)

giovedì, 17 marzo 2005

the life aquatic

Il titolo originale del film non dice “le avventure acquatiche” ma “la vita acquatica”, e forse è un titolo più azzeccato perché qui non di “avventure” si tratta ma proprio di “vita” vera.

Gente che vive a mare, in mare, e di mare vediamo in questo film strano, surreale e fantastico, un film che sembra di poche pretese, girato quasi “buona la prima” in certe parti, eppure questo è un gran film le cui immagini tornano indietro spesso, e ci si ritrova a (sor)ridere ancora, e ancora, e ancora. E cosa chiedere di più a un film, se non che – una volta terminata la visione – torni a farci visita di nuovo? Niente di più, appunto.

I protagonisti di questo film – ché di un film corale si tratta, anche se un “capo” c’è – sono gente di mare che gira il mondo filmando flora e fauna marina in documentari alla maniera di Jacques Cousteau, la loro nave si chiama “Belafonte”: è un po’ vecchiotta ma addirittura dotata di elicottero nonché di yellow submarine; come equipaggio, questi tizi, sono piuttosto variegato nonché cosmopolita: c’è lo scienziato tedesco con il complesso d’inferiorità, il fisico (americano?) che compone colonne sonore, il cameraman arabo, addirittura un musicista brasiliano con chitarra sempre a portata di mano e via così. Completano la ciurma: una giornalista incinta che non dice parolacce, un revisore finanziario scrupoloso e che parla filippino, un pilota d’aeroplano che (forse) è il figlio del capitano e, appunto, il capitano capo: uno strepitoso Bill Murray  che solo a guardarlo diverte da matti. Comparse varie ed eventuali: la moglie superintelligente del capo, l’odioso rivale, alcuni interni (noi italiani flessibili/precari li chiameremmo “stagisti”) imbranati e schiavizzati, il finanziatore a corto di soldi, la segretaria perennemente in topless, un simpatico cane a tre gambe e alcuni altri non meglio specificati. Poi c’è il povero Esteban compianto amico fraterno del capitano Steve Zissou, sbranato – poco prima che il film iniziasse, probabilmente – da un non meglio identificato squalo-giaguaro.

E il film prende le mosse proprio da qui, dalla visione della prima parte dell’ultimo documentario di Steve Zissou: documentario in cui Esteban ha lasciato la vita, appunto; la seconda parte del documentario, dice il capitano Zissou, sarà dedicata alla ricerca dello squalo-giaguaro bastardo. Quando al capitano Zissou durante la presentazione (a Napoli!) del documentario chiedono quale sia lo scopo ultimo di questa ricerca lui placido risponde: “La vendetta, suppongo”. E poi aggiunge che ucciderà il bastardo con della dinamite, probabilmente. Insomma, sarà scontato dirlo, ma questo fantomatico squalo-giaguaro è per il capitano Zissou nient’altro che quello che Moby Dick era per il capitano Achab.

La missione in definitiva sembra semplice, ma i nostri dovranno vedersela con un sacco di difficoltà: giusto per dirne una dovranno affrontare certi feroci e, diciamocelo pure, semi-incapaci pirati filippini in quella che alla fine pare proprio una delle migliori sequenze del film. Davvero bellissima. A volte, poi, è difficile capire chi stia filmando la “realtà filmica”: il regista genietto Wes Anderson, o il capitano Zissou e relativo cameraman arabo?

“Noi filmiamo tutto, riprendiamo sempre tutto” dice il capitano Zissou al fido cameraman, “perché non sappiamo mai quello che può succedere”.

Eh sì meglio filmare tutto, capace che poi ci esce un buon documentario, o un gran film: questa è un’idea minima, sì, ma carina del film: il documentario nel film, è il film nel film:  questo è il cinema nel cinema, signore e signori: ecco a voi il meta-cinema.

Altra idea originale è quella delle belle sequenze marine, con esseri acquatici fantastici: sono tutti creati con l’ausilio della computer grafica ma solo per dare quel tocco di umorismo in più, perché in effetti fatichiamo a credere che nelle più profonde profondità marine non si possano nascondere esseri anche ben più belli di quelli visti qui.

Ancora, come se non bastasse già il film di per sé, non si può ignorare la colonna sonora che si presenta grandiosa anch’essa: oltre a delle gran canzoni sparse (come quella dei Sigur Ros, al tempo in cui ancora ci piacevano), ci sono la rediviva mente dei mitici Devo – Mark Mothersbaugh – che confeziona pezzi electro-minimal techno/pop davvero carini e il musicista brasiliano di cui sopra – Seu Jorge – che canta e suona le canzoni del David Bowie dei tempi d’oro virandole in versione bossanova/portoghese.

Insomma occorre altro per correre al cinema a vedere questo gran film?

Se solo questo film – il suo umorismo leggero e non intellettualoide – piacesse a tutti, crediamo che questo sarebbe sicuramente un mondo di gran lunga migliore.

 

 

http://lifeaquatic.movies.go.com/main.html

 

visto da sand | marzo 17, 2005 00:15 | commenti (6)

venerdì, 11 marzo 2005

jingle bombs

Il 6 marzo, una soleggiata domenica mattina napoletana, parenti e amici, ma anche vari curiosi, sono accorsi a vedere –in anteprima, alla presenza di regista ed attori! – l’ultima fatica targata b.b.m. productions: Jingle Bombs.

Il protagonista della storia questa volta è un pacioso Babbo Natale, con tanto di barbone e pancione d’ordinanza rigorosamente veri. Il film inizia con il nostro mito consumistico preferito che promette a quella che (all’apparenza) sembra una povera vecchina di portare dei doni ai tre nipotini che vivono lontano lontano, nel Colorado. Ma sappiamo tutti che viviamo in un mondo difficile, felicità a momenti, e vita incerta… e il nostro povero Babbo che non ha mai fatto male a nessuno – anzi, fa regali a fondo perduto! –  se la vedrà proprio brutta questa volta: incapperà in tre soldatini reduci dal Vietnam/dal Golfo/dall’Iraq (chi più ne ha più ne metta perché –si sa- il lupo perde il pelo ma non il vizio) che, non riconoscendolo, inizieranno ad umiliarlo e torturarlo fino a quasi ucciderlo. Cioè, Babbo Natale (come Saddam Hussein e Osama Bin Laden) lo hanno inventato proprio gli americani e nemmeno lo riconoscono? Cose da pazzi!

Però la vendetta di Babbo Natale sarà tremenda e spietata… E a questo punto viene da chiedersi: in che mondo viviamo se anche un pacioccone come Babbo Natale è costretto a incattivirsi per uscirne vivo?

 

Questa è la trama del film e, come si può ben capire, il tutto prende a piene mani dalla nostra realtà sociale e politica: i soldatini qui protagonisti che fotografano le torture inflitte al povero Babbo, convinti che sia un terrorista comunista solo perché lo dice la televisione, non sono poi tanto lontani da certi soldati americani di stanza ad Abu Grahib o Guantanamo. Ragazzini mandati allo sbaraglio che non sono più in grado di distinguere la realtà dalla fantasia e, quando ammazzano le persone, si dice che è stato “solo uno sbaglio” e si usa l’odioso ossimoro friendly fire, anche se a noi risulta piuttosto difficile pensare ad un “fuoco” che possa essere anche “amico”.

La realtà è che “nemico” diventa chiunque non sia dalla nostra parte… 

Insomma questo è un film assai godibile che – pur rimanendo dissacrante e goliardico nel tipico stile di tutte le b.b.m. productions – fa comunque pensare:  alcune scelte ( vedi la scena delle Torri Gemelle) sono davvero forti, discutibili certo, ma anche coraggiose; però allo stesso tempo – lo ripetiamo – questo è un film che più volte ci ha fatto ridere a crepapelle: cosa non da poco in un paese in cui si ride per molto ma molto meno.

In definitiva politica e impegno si nascondono dietro il divertimento e la spensieratezza, ma ci sono.

 

Dal punto di vista tecnico il film (completamente auto-prodotto, è bene ricordare) si presenta molto ben fatto e curato, con un linguaggio qua e là mutuato dal videoclip musicale (con musiche ad hoc che vanno ad accompagnare ogni scenetta, con tanto di inno americano suonato da Jimi Hendrix non a caso) e dal fumetto, e citazioni sia dal cinema americano  (Le iene, Rambo, Il grande Lebowski) sia dagli spot pubblicitari. Potremmo quasi definire il regista Davide Musacchia come un incrocio napoletano tra John Waters e Michael Moore… e, certo, i più storceranno il naso a quello che è sicuramente un paragone azzardato, e lui per primo sa che strada da fare ce n’è ancora e tanta, perché non si finisce mai di imparare né di migliorare ma, nel frattempo, ai ragazzi della b.b.m. productions va tutto il nostro applauso d’incoraggiamento.

 

(Jingle Bombs verrà proiettato di nuovo martedì 15 Marzo alle 19 presso l'aula autogestita A8 dell’università di Monte Sant'Angelo, nel caso qualcuno fosse curioso di vedere il film e si trovasse a passare dalle parti di Napoli)

 

 

visto da sand | marzo 11, 2005 00:18 | commenti (8)

venerdì, 04 marzo 2005

una lunga domenica di fidanzamento

In una poesia contenuta nella raccolta “I fiori del male” Baudelaire scriveva dell’albatro, di quanto questo uccello fosse un re dei cieli ma solo un ridicolo storpio una volta toccato terra. In quella poesia Baudelaire parlava del poeta in realtà, lo affratellava in un destino comune all’albatro: per loro vivere sulla terra è una sofferenza, questa non è un mondo adatto alle persone che sognano spazi infiniti.

Gli albatri sono degli uccelli con un’apertura alare enorme – quasi due metri, se non erriamo – e grazie ad essa possono planare, anche contro vento, per distanze molto lunghe, senza mai stancarsi, con ostinazione, contro le avversità. Quelle ali che li fanno volare per distanze enormi sulla terra li intralciano, ma non per questo vanno tarpate ché alla fine sono adatte allo scopo: questi albatri sembra che restano fermi in aria - lo vediamo anche in un paio di inquadrature di questo film- ma invece piano piano raggiungono la loro meta. Sono uccelli ostinati questi albatri, appunto.

A un certo punto, in questo film, un  personaggio ne cita anche alcuni versi, di questa poesia, sebbene nessuno dei personaggi  la (ri)conosca… eppure dovrebbero, crediamo.

Perché la protagonista di questo film è Mathilde, e Mathilde –causa poliomelite avuta da bambina- è zoppa, chissà forse è solo un caso, ma vedendo come va il film noi crediamo che questa non sia una scelta casuale: Mathilde è ostinata –perché sì, questa è una storia di ostinazione, devozione e ossessione, come tutte le storie d’Amore del resto- va contro tutto e contro tutti, Mathilde va contro vento per raggiungere la sua metà. Mathilde sogna di raggiungere il suo amore Manech, ecco.

Manech lo vediamo all’inizio del film, e poi solo in poche scene, ci viene presentato insieme ad altri quattro condannati a morte: siamo giù nelle trincee delle Prima Guerra Mondiale, l’inferno sceso in terra, e questi cinque disgraziati sono stati condannati a morte, non per diserzione, ma per automutilazione. Volevano solo tornare a casa, questi cinque disgraziati, e per farlo si sono sparati in una mano; tutti e cinque volevano tornare dal proprio amore a casa, probabilmente.

Manech è il più giovane di tutti, nemmeno vent’anni, è anche il meno coraggioso visto che non ha nemmeno il coraggio di spararsi da solo in una mano, il più ingenuo insomma, il suo soprannome è Fiordaliso infatti.

In quel viaggio al termine della notte che è stata la Prima Guerra Mondiale (ma non lo sono tutte le guerre?!), un giorno le budella di un uomo dilaniato da una bomba ricoprono Fiordaliso dalla testa ai piedi: Fiordaliso esce pazzo. Vaneggia di tornare a casa, dalla sua Mathilde con cui ha fatto l’amore per la prima volta, per non dimenticarla incide le iniziali, sue e del suo amore, dappertutto, in quell’oscuro posto strambamente nomato “Bingo Crepuscolo” (e perché no “Yuppi-du, trà-là-là?).

Mathilde intanto lo aspetta a casa sperando –al di là di tutte le (apparenti) certezze- che sia ancora vivo, illudendosi attraverso strani “se… se… se…” che un giorno lui ritorni a casa, ché tanto –male che vada- rimasta sola col filo della speranza può sempre impiccarsi comunque.

Da quando Manech non c’è più, Mathilde ha preso a suonare la tuba, perché è l’unico strumento che può imitare il suo grido d’angoscia.

Un giorno però succede che Mathilde si convince a partire, in tutti i modi, alla ricerca del suo amato, ché non ha mai creduto che lui sia morto: si alza dalla sedia a rotelle –“perché queste cose non succedono solo a Lourdes,” dice a chi la guarda allibito- e va alla sua ricerca, zoppa ma ostinata. Un albatro in terra, appunto.

 

Questo film ci racconta di questa ricerca, di questo sogno di trovare un sogno perduto; questo film ci racconta della guerra e dell’amore, e di tanto altro ancora; questo film ci insegna che -a volte- l’unica via per resistere, l’unica via per non perdersi cioè, è ricordare… oppure dimenticare, magari.

Dipende dalle circostanze.        

 

 

una lunga domenica di passioni

visto da sand | marzo 04, 2005 13:22 | commenti (9)







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