spoiling days cinema
«Chiediamo solo questo: le gomme vanno appiccicate sotto le poltrone o inghiottite in fretta, i sacchetti di popcorn lasciati all'ingresso. Il film non ha un finale a meno che non siate voi a scriverlo... Spegnete le luci». (weldon kees)

venerdì, 25 febbraio 2005

sideways

Questo film è la storia di un’amicizia, di un viaggio d’amicizia o, meglio, di un’amicizia in viaggio.

Ci sono due uomini - due beautiful losers - che si stanno facendo vecchi e vogliono godersi quegli ultimi scampoli di gioventù che non torneranno mai più e decidono di farlo concedendosi una settimana di vacanza tra le valli del vino californiane; il pretesto è quello di una sorta di addio al celibato di uno dei due e, anche se i motivi che li spingono potrebbero sembrare diversi, perché più diversi non potrebbero essere  questi due amici, in realtà tutti e due sono spinti da una ragione comune: un nuovo inizio probabilmente, preso per stradine laterali magari.

Uomini molto diversi, quindi: uno è un mezzo-attore donnaiolo impenitente e – anche se non si direbbe - è proprio lui a doversi sposare, l’altro è un aspirante scrittore quasi fallito ancora depresso per il divorzio da sua moglie. Tutto il film, scandito in sette giorni sette, ruota proprio attorno alle differenze dei due amici: quanto Jack è belloccio ed ottimista tanto Miles è bruttino e pessimista, quanto Jack è debordante e positivo tanto Miles è timido e negativo; eppure sono amici dai tempi del college e come tutti gli amici si aiutano tra di loro: Jack trova una ragazza a Miles, Miles spinge Jack alla maturità.

Le note stampa dicono che è uno è il cosiddetto “uomo Cabernet”, l’altro è il cosiddetto “uomo Pinot” – sì, perché, oltre all’amicizia, l’elemento unificatore di questo viaggio è il vino – ma non chiedeteci in cosa consiste questa differenza enologica/umana ché siamo totalmente ignoranti da questo punto di vista; i tuttologi inoltre parlano di un remake de “Il sorpasso” di risiana memoria, ma anche qui veniamo colti impreparati ché eravamo troppo piccoli all’epoca dell’uscita di quel film. Ma un giorno provvederemo a colmare le nostre lacune in ambedue i campi, certo.

Comunque il film è buono, anche se non eccelso, Alexander Payne, dopo il commovente “A proposito di Schmidt” e gli elogi da parte di Altman, ritorna con una classica storia “sulla strada”: il risultato è godibile e non annoia, è divertente seguire le avventure – amorose e non - di questi adolescenti di ritorno, anche se il retrogusto che rimane in bocca è amaro e malinconico.

 

Nota (polemica) a margine: perché non è (più) possibile fare un film del genere in Italia?

Cioè, noi italiani siamo tra i più grandi produttori di vino al mondo, abbiamo bei paesaggi e, beh, anche noi avremmo un bel po’ di storie d’amicizia da raccontare… e tutto questo non ci basta a fare un film carino come questo?

Ma sì, lasciamo fare tutto ai soliti americani, che noi probabilmente siamo ancora troppo impegnati a crogiolarci tra ultimi baci e finestre di fronte, vabbé.

 

Sic transit gloria mundi!

 

sideways

visto da sand | febbraio 25, 2005 19:11 | commenti (14)

lunedì, 07 febbraio 2005

the aviator

Questo film ci racconta la storia di un uomo che vedeva troppo, un uomo i cui sogni lo hanno portato alla pazzia, un folle in scarpe da tennis che fin da piccolo aveva le idee chiare: guidare gli aerei più veloci, fare i film più visti, amare le donne più belle. Ecco le passioni di Mr. Howard Hughes: aviazione, cinema, donne; l’ordine d’importanza di queste passioni non è chiaro eppure si può dire che egli dedicò la sua intera vita ad esse: non era un ingegnere eppure progettò e costruì gli aerei più grandi e veloci dell’epoca, non era un regista ma diresse e produsse i film più innovativi e scandalosi dell’epoca, non era un uomo normale ma al contrario piuttosto eccentrico (un mostro?) però fu amato dalle donne più belle dell’epoca. Ma chi era veramente Howard Hughes resta ancora un mistero e anche questo film, bellissimo, non disvela del tutto la sua essenza: Hughes è incomprensibile perché i più preferiscono tenersi a distanza dal folle (il genio?) piuttosto che cercare di capirlo.

Hughes era uno dei pazzi sulle macchine volanti, ed una scena (è accaduto veramente?) è piuttosto indicativa del personaggio: “Mi porti delle nuvole”, disse un giorno sul set di uno dei film più inconcepibili e incredibili dell’epoca, Hell’s Angels, quelle nuvole gli servivano per mostrare quanto i suoi aerei andassero veloce, così come gli servivano ventisei telecamere, ventiquattro non gli potevano bastare, per girare una scena in volo. Basti anche pensare che Hughes all’epoca non aveva computer e diavolerie varie, eppure fece il film che fece, mentre Scorsese sicuramente avrà usato le tecnologie più avanzate per questo film: non è buffo?

Quelli costruiti da Hughes non erano aerei finti: “Sono Howard Hughes, l’Aviatore”, dirà ai soccorritori che accorsero sul posto di un incidente aereo a cui scampò miracolosamente perché, sì, dipanandosi il film, si inizia a capire che la passione principale di Hughes era il volo; perché se anche attraverso il cinema poteva mettere i sogni (mostrarli a tutti? forse i film li faceva prima per sé…) sullo schermo, costruire aerei significava rendere quei sogni realtà: alcuni uomini sognano il futuro, lui lo costruì…c’è scritto sulla locandina di questo film e non si poteva scegliere frase migliore per sintetizzare un personaggio come Hughes.

Hughes difenderà fino all’ultimo la sua compagnia aerea perché la voglia e il sogno di costruire aerei sempre più grandi e veloci era troppo forte, uscirà dall’isolamento solo per sostenere le udienze pubbliche che miravano a togliergli la TWA, trasformerà il processo in un contro-processo, perché tutto quello che voleva lui era poter dare la possibilità di volare a tutti: Hughes era un visionario, uno che vedeva oltre il suo tempo, un uomo che (si) chiedeva dov’era il futuro per raggiungerlo.

Ma a vedere troppo si esce pazzi, questa è la verità, è semplicistico individuare le ragioni della pazzia (ma nessuno provò a curarlo?!) di Hughes solo in una madre oppressiva e salutista che gli ripeteva la parola “quarantena”; “Io vedo cose che non esistono…” biascicherà spesso l’ottimo Di Caprio; perché quando i tuoi sogni iniziano a diventare realtà, e te li vedi proprio lì davanti ai tuoi occhi, inizia ad essere difficile distinguere cosa esiste veramente e cosa invece esiste solo nella tua testa; per questo Hughes passerà gli ultimi trenta anni della sua vita in preda alla sua pazzia, un uomo troppo proiettato in avanti per poter tornare indietro; morirà preda delle sue ossessioni e delle sue compulsioni, perso tra kleenex igienizzanti, proiezioni private e incubi interiori.

Scorsese, ancora una volta, ci racconta la storia di un uomo fuori dal comune, un uomo che (quasi) vive fuori dalla realtà, perché il suo essere è al limite della follia: con questo film Scorsese, senza paura, ci mostra quando il sogno (americano?) può diventare incubo. Onore a lui, quindi.

Ammirazione, ma soprattutto pietà, per Howard Hughes, un uomo il cui unico “limite” è stato solo quello di vedere “troppo”.

 

http://theaviatormovie.com/

visto da sand | febbraio 07, 2005 17:10 | commenti (19)







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