giovedì, 30 dicembre 2004
Diciamoci la verità: anche questo è il solito film di Natale, carino e accomodante, cioè un film da sale zeppe di genitori che zittiscono bambini vocianti e di gente che per il resto dell’anno il cinema non sa nemmeno dov’è. Certo, c’è anche un’altra variante di film “natalizio”, ovvero trattasi di quel film per decerebrati che normalmente non farebbe ridere nessuno ma che, non si sa perché, continua a tornare puntuale e riempire imperterrito le sale, deve essere una tradizione natalizia vedere film brutti chissà. Fortunatamente, con la seconda puntata di questo Shrek non siamo da quelle decerebrate parti (anche se…), tuttavia a fine proiezione il risultato sarà lo stesso: accenno di timidi applausi e strato di pop-corn e immondizia non inferiore ai cinque centimetri sul pavimento. Bah, certa gente sembra che venga al cinema per mangiare: ma compratevi il dvd falso e statevene a casa vostra allora; e poi, al di là del valore artistico dell’opera, che vi applaudite? Non è polemica la nostra, ma semplice osservazione della realtà dei fatti: si dovrebbe avere più rispetto del Cinema ecco, non trattarlo come un semplice passatempo distratto. Vabbè, adesso passiamo a parlare del film. Questa è una favola, e lo si capisce fin dall’inizio: un libro si apre, e una storia inizia. Sembrerebbe proprio una favola come tutte le altre: un re e una regina, una principessa da liberare e un principe azzurro liberatore… Solo che poi si scopre che la principessa bella non è, e nemmeno tanto principessa, anzi lei vuole proprio rimanere vittima dell’incantesimo, vuole rimanere cioè brutta per poter sposare il suo amore salvatore che, essendo il principe azzurro in ritardo, capita che è un orco verde e puzzolente: il nostro amico Shrek appunto. Nel film precedente Shrek, con l’aiuto delle doti “seduttive” del logorroico Ciuchino aveva sconfitto la Dragona Sputafuoco, portando in salvo la principessa Fiona e guadagnandosi così il suo cuore fino alla fine dei suoi giorni… senza aver fatto i conti con i suoceri però. Perché loro si aspettavano che il Principe Azzurro avrebbe rotto l’incantesimo e sposato la loro bellissima figliola e quindi, quando si vedono arrivare in casa (un qualcosa che sta a metà tra Hollywood e Disneyland… brrr…) il signor orco e la signora orchessa, un minimo straniti ci rimangono; e stranita ci rimane anche la mafiosa nonché bulimica Fata Madrina, madre dell’immaturo nonché narcisista Principe Azzurro, a vedere che non è suo figlio ad essere sposato con la principessa e così s’infuria e tenterà in ogni modo (pozioni amorose e non) a rompere il sodalizio tra Shrek e Fiona (che nel frattempo già si sono goduti la luna di miele) e a riportare le cose al loro posto, come in ogni favola che si rispetti. Questa la storia di questo secondo episodio, tutta condita e impregnata di citazioni filmiche e non, canzoncine e nuovi personaggi fiabeschi. Il film alla fine è pure godibile e divertente, ma non tanto quanto fu il primo purtroppo: è molto meno dissacratorio e innovativo, molto più allineato a un certo cinema (kitsch) americano. Cioè, i difetti stanno proprio negli aspetti nominati un po’ più su: è bello fare a gara a riconoscere tutte le citazioni ma costruire tutto un film solo su di esse è troppo facile e ruffiano; le canzoncine sono belle (Nick Cave e Tom Waits in un film per bambini… addirittura!) ma pensavamo che questo fosse un film d’animazione e non una serie di videoclip attaccati uno dietro l’altro; i nuovi personaggi sono teneri (il gatto con gli stivalucci e gli occhioni) e divertenti (Pinocchio) ma non si capisce perché la maggiorparte di loro, per dirla con la Fata Madrina, sia “sessualmente confusa”. Forse è questo l’umorismo che piace (tutto l’anno) agli americani, e forse questo è l’umorismo che ci meritiamo (sotto Natale) pure noi. Sempre meglio che andarsi a vedere Boldi e De Sica comunque.
visto da sand | dicembre 30, 2004 20:23 | commenti (28) giovedì, 23 dicembre 2004 Caro Babbo Natale, e sì che se sei un bastardo, ti ho visto al cinema sai. Ubriacarti, vomitare, pisciarti addosso, bestemmiare, scoparti quella che tu chiami la sorella della Befana… Ok, ognuno è libero di fare quello che vuole… Ma ti sembra il modo, davanti ai bambini? Che cazzo. Va a finire che crescono male, già credono che tu gli rubi i pasti pronti, già la maggiorparte di loro crede che sei solo la mascotte della Coca-Cola, già ti chiedono regali costosissimi, poi ti ci metti pure tu! Neanche il consulente d’immagine del nostro sempre onesto illustrissimo presidente del consiglio onorevole Silvio Ban(d)ana potrà poi risollevare le tue sorti! Ma guarda te se devo mettermi a fare la paternale a un cicciobomba adulto e vaccinato come te. Vabbè, passiamo oltre. Inutile dirti che io a te già non ci credo da tempo ma, ciancio alle bande, qui dalla regia insistono che devo scriverti la letterina, quindi farò finta di non sapere che sei solo un vecchio ubriacone globalizzato e consumista con sicuri problemi alla prostata e ti chiederò anch’io qualcosina. Sei pronto? Allora. Caro Babbo Natale, io quest’anno sono stato veramente buono, te lo giuro, è il mondo che è cattivo: quindi orsù non lasciarti ingannare dal mio cognome e porta il carbone a chi se lo merita veramente. Io un paio di suggerimenti, giusto rimanendo all’ambito cinematografico, ce li avrei: per esempio carbone sicuro a quegli str…ops…ignoranti che hanno tradotto orrendamente i titoli di film, ma anche a quegli avidi arraffoni che fanno uscire 10 film alla settimana che poi non ce la fai a vederti tutti quelli belli. Tieni presente che io su un film ci scrivo su: e allora che dovrei fare secondo te? Chiudermi in un cinema tutta la settimana, e poi chiudermi a casa a scrivere? Come? Dici che già lo faccio? Non sono affari tuoi babbo, chiudi il becco e finisci il tuo cuba libre piuttosto. Come faccio a fare finta di non sapere che sei irrimediabilmente annebbiato e obnubilato dall’alcool, se ti comporti così?! Vabbè. Passiamo a me adesso, io non ti chiedo tanto guarda… devi solo fare un piccolo sforzo immaginativo. Ci riuscirai o sei totalmente andato? Chissà. Caro Babbo Natale, Io ti chiedo solo una ragazza che sia bella come Nathalie con cui vivere incredibilmente felice e contento, ecco. Però non ti sto chiedendo la donna perfetta né la Sposa, caro babbo, ma una ragazza semplice e dolce che mi ami, una ragazza a cui possa dedicare una canzone d’amore e mi sia sempre (più) vicino, una ragazza che se anche torno a casa dopo mezzanotte e la sveglio perché mi va di stare un po’ con lei fino all’aurora (ogni tanto può capitare di rimanere senza sonno) non mi dica con maleducazione frasi stupide tipo “se mi lasci ti cancello”, ma piuttosto mi doni l’infinita letizia della mente candida, o l’eterno splendore della mente immacolata che dir si voglia. L’alba del giorno dopo vorrei trovarla ancora lì, nel mio letto, e non ritrovarmi invece in una casa vuota: sarebbe un incubo come l’alba dei morti viventi. Io per questa ragazza vorrei essere il suo eroe, ma non dover stare sempre a combattere come l’ultimo samurai per averla. Vorrei passare tutto il tempo con lei ma non giocando a carte però, ché i cartai da un po’ di tempo a questa parte mi fanno schifo; mi basterebbe anche stare insieme in un bar, chiacchierare tra caffè e sigarette. Vorrei che fosse sempre come il primo amore, anche se ogni tanto mi capitasse di suonare il blues. Vorrei che io per lei fossi uno dei 100 ragazzi più belli di sempre, anche se sono rimasto un po’ Peter Pan ed ho i capelli lunghi; vorrei che lei mi amasse così tanto da venire a visitare la casa dei 1000 corpi insieme a me solo perché poi possa stringerla a me quando ha paura. La porterei a conoscere i paesi più lontani e sconosciuti, andata+ritorno via terminal: saremmo un po’ maghi, un po’ viaggiatori. Io vorrei che con questa ragazza ci fosse tanta passione, ma non di quella disgustosa e truculenta, ma di quella che ti fa stare bene in sua compagnia, quella che nasce dall’eros più delicato… ma anche torrido, perché no. Insomma una ragazza che ti faccia perdere l’equilibrio solo con una carezza della sua mano e che non sia spaventata, o imbarazzata, dal filo pericoloso delle cose. Vorrei vivere con lei in un mondo dove se si muore si diventa grandi pesci e quindi non si muore veramente. Io questa ragazza, se solo riuscissi a trovarla, non la lascerei mai, neanche se ogni tanto mettesse su 21 grammi, ché come diceva qualcuno il pancino delle ragazze è sexy. Se lei vorrà essere la mia Mary-Jane, io per lei diventerò il signore degli anelli per quanti gliene regalerò. Io con lei vorrei passarci tutta la vita: la primavera, l’estate, l’autunno, l’inverno… e ancora la primavera. Che dici, chiedo troppo? Lo so che tu non sei un agenzia matrimoniale, né tantomeno un ruffiano… però, dai, non ce la fai proprio? Io posso pure aspettare, ché aspetto già da così tanto, lavora pure con lentezza quindi… ma possibilmente esaudiscimi entro il 2046, ok? A questo punto posso confidare solo in te, ché io le regole dell’attrazione non le ho mai capite, né tantomeno le conseguenze dell’amore. Ecco, ho finito. Con tanto affetto, nonché infinita speranza, ti mando un caro saluto. Ciao Babbo, in gamba eh! Mi raccomando!
visto da sand | dicembre 23, 2004 22:04 | commenti (16) martedì, 21 dicembre 2004
Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia realtà o sogno, ci avverte il regista Kim Ki-duk. Questo, certo, quando uno ci riesce, a vivere. Cos’è che ci fa andare avanti? Questa è la domanda che ci pone il regista coreano. Com’è che la vita che ci sembrava brutta ed invivibile all’improvviso ci fa sorridere di felicità? Saranno le illusioni ad aiutarci ad andare avanti, questo sembra di capire da questo film. Sì perché questo film è una storia d’amore e di fantasmi, illusioni appunto: cosa c’è di più illuso di un essere umano che ama? Il protagonista di questo film è un ragazzo, non sembra avere un lavoro, attacca dei volantini pubblicitari in giro, certo, ma per altri motivi. Infatti dopo un po’ ritorna nelle strade in cui ha affisso i suoi volantini e cerca quelle porte dove non sono stati rimossi: significa che i proprietari non sono in casa. Egli quindi s’introduce in queste case, case vuote, proprio come un ladro, ma in realtà ladro non è. Resta un po’ in queste case, ci dorme, si fa da mangiare, si lava, innaffia le piante, ripara le cose rotte, lava i panni a mano. È attento a lasciare tutto come ha trovato, se ha bagnato un libro ne stira con cura le pagine per esempio. Prima di lasciare la casa, da lì a pochi giorni, si farà una foto con l’autoscatto, insieme a una foto dei veri proprietari, proprio come se fosse un loro amico. Ad una prima occhiata può sembrare che questo sia un ragazzo un po’ strano che s’impossessi delle vite degli altri, almeno per un po’, ma è proprio così? A noi sembra il contrario piuttosto, e cioè a noi sembra che questo ragazzo porti un po’ della sua vita pura in certe altre vite che sembrano aver dimenticato dov’è la felicità: questo ragazzo si prende cura di queste case vuote e così facendo si prende cura anche dei proprietari. S’infila in queste vite come una carezza, regalando bontà, persisterà come una presenza, una presenza difficile da comprendere. In un mondo dove uno dei valori dominanti è l’individualismo, questo ragazzo si nutre di vuoti e di interstizi; in un mondo veloce, questo ragazzo è lento; in un mondo in cui l’esistenza è misurata dal tipo di lavoro che fai, questo ragazzo non si preoccupa di cercarne uno; in un mondo che urla, questo ragazzo è muto; in un mondo in cui tutti vogliono apparire, questo ragazzo si nasconde e scompare; in un mondo violento, questo ragazzo si difende con una delle armi meno usate, come la mazza da golf numero 3 appunto: il sorriso. Difficile parlarne di questo film, e non solo perché è quasi un film senza parole; bisognerebbe vederlo, e poi accoglierlo… Sì, perché è impossibile non accogliere la filosofia di questo film: zen, alla fine di questo si tratta. Il mondo in cui viviamo sa ancora comprendere una storia così? I poliziotti del film non si fanno capaci del comportamento del ragazzo e quindi lo incasellano nella burocrazia di un numero e lo picchiano anche, se necessario, perché si ha sempre paura di ciò che non si comprende; però questo ragazzo risponde alle loro violenze facendosi invisibile fantasma e disegnandosi un occhio sulla mano affinché possa vedere a 360 gradi. Ecco, il fantasma, ma s’è detto che questa è anche una storia d’amore: e, dov’è l’amore? L’amore è quello che scaturisce dall’incontro di due solitudini silenziose: in una casa che il ragazzo credeva vuota, troverà invece una donna a pezzi, sola, triste. Con la sua sola presenza, in quello che non si capisce se sia sogno oppure realtà, il ragazzo riuscirà comunque a salvare la donna, a portarle la felicità. Qualcuno potrebbe dire che, sì, i protagonisti di questo film scappano dalla realtà, fuggono dal mondo. Ma se il loro fosse solo un diverso modo di viverla, questa realtà? Vivere con leggerezza, quasi prendendo il volo, in silenzio. Se un film si giudica (anche) da quello che ci da, e non solo per quello che ci mostra, allora questo film è un capolavoro. http://www.cinemacoreano.it/ferro3/ visto da sand | dicembre 21, 2004 17:59 | commenti (13) martedì, 14 dicembre 2004
Strano film questo, che a fine visione lascia interdetti e anche un po’ delusi ad essere sinceri. Cioè, leggi sulla locandina tre maestri del cinema raccontano l’erotismo, e già la cosa ti attira, poi più in basso leggi i nomi dei registi (Kar-Wai, Soderbergh, Antonioni) e allora veramente ti aspetti un qualcosa di grande… e invece. Qualcosa di bello c’è in queste immagini, intendiamoci, ma il problema è che è troppo poco; il doppio intento del progetto, un trittico che declinasse l’eros attraverso lo sguardo di Michelangelo, sembra essere andato fallito ed è un peccato. Ma prima di andare a parlare dei vari corti separatamente, una cosa va comunque detta: i disegni di Lorenzo Mattotti sono mirabili, la canzone di Caetano Veloso è sublime. Il primo episodio è quello di Michelangelo Antonioni, si chiama “Il filo pericoloso delle cose” e vede protagonisti una coppia di amanti più una ragazza molto libera, il luogo è la Toscana odierna. L’eros qui messo in scena è un eros in crisi, la coppia discute fin dalla prima inquadratura, i due decidono di andare a fare una gita, salgono in macchina e prendono una strada poi fanno marcia indietro (una metafora? e di cosa?) e si ritrovano in un posto strano e sognante, bello, dove ragazze nude sono al bagno. “Perché non siamo mai venuti qui?”, si chiedono i due amanti; “Forse perché non siamo mai stati abbastanza curiosi”, si rispondono all’unisono. Un'altra metafora? Ecco, il problema di questo corto sono i dialoghi: al di là del pessimo doppiaggio non in sincrono, non si sa se definirli artefatti, retorici o semplicemente brutti. Qui viene detto quanto di più scontato possa esserci sull’amore e, anche se certe movimenti registici e certe inquadrature sono veramente belle, certo con dei dialoghi così sarebbe stato preferibile il silenzio; inoltre la visione si fa ancora più faticosa lì dove gli attori paiono più disorientati e spinti dalla macchina da presa che, appunto, attori. Anche l’incontro con la ragazza libera, senza farci domande sulla plausibilità o meno della cosa, pare alquanto artefatto: Antonioni ha dovuto tagliare ben tre minuti della scena del “monologo” femminile, ma a noi è bastato un minuto per renderci conto di quanto quella scena fosse imbarazzante al di là della sicura sensualità dell’attrice. Anche la fine è piuttosto imbarazzante, e non certo per la materia trattata. Il secondo episodio è quello di Steven Soderbergh, si chiama “Equilibrium” e vede protagonisti un uomo (e forse sua moglie) e il suo psichiatra, il luogo è l’America della metà degli anni ’50. L’eros qui è un qualcosa di sfuggente, il protagonista sogna ogni notte la stessa donna ma non si ricorda chi è, un qualcosa che non vediamo o, semplicemente, non ricordiamo di conoscere. Questo episodio è ancora più difficile da giudicare perché sembra brillante, umoristico, quasi divertente, ma poi dopo un po’ ci si stufa a sentire parlare dei problemi di un pubblicitario in crisi mentre il suo psicanalista cerca l’oggetto del suo desiderio altrove, scadendo spesso e volentieri nel ridicolo. Questo è l’unico episodio in cui non c’è eros vissuto ma, piuttosto, sublimato nelle parole: poteva essere altrimenti? C’è la psicanalisi di mezzo. Anche qui tuttavia abbondante uso di metafore (?!): la realtà è in bianco e nero e il sogno è blu, e si scappa via dalla grigia realtà con l’aiuto di un aeroplanino di carta. Il terzo episodio è quello di Wong Kar-Wai, si chiama “La mano” e vede protagonisti una prostituta d’alto bordo poi in rovina ed un giovane sarto, il luogo è la Shangai dell’inizio degli anni ’60. L’eros visto dall’Oriente è struggimento, sofferenza, nostalgia per qualcosa che c’è stato e non s’è mai più ripetuto. Un giovane sarto, un giorno, va a prendere le misure ad una bellissima donna che di mestiere fa la prostituta e questa, con la crudeltà che sa essere solo donna, lo legherà a sé per sempre, con l’ausilio di una severa carezza; egli, qualcosa di più di un amico, rimarrà devoto a lei fino alla fine dei suoi giorni quando, ormai in disgrazia, non (si) potrà fare altro che rimpiangere l’amore non vissuto. In questo episodio, sicuramente il migliore, non c’è esibizione di corpi, eppure Kar-Wai, mantenendo un suo stile preciso che si spera non diventi cliché, riesce a narrarci una storia ricca di un eros delicato ma anche torrido, e a parlarci del vero amore, quell’amore così forte che fa perdere ogni dignità: il dramma del giovane sarto sta proprio nel rendere la sua amata sempre più bella ma solo per gli altri, poter toccare il suo corpo ma dover trattenere il desiderio, non poterla avere mentre l’hanno avuta tutti semplicemente pagando. visto da sand | dicembre 14, 2004 12:35 | commenti (5) martedì, 07 dicembre 2004
Ma cos’è, questo film? Certo, è questa la domanda che ricorre più spesso durante la visione. È la puntata di una serie tv, un teen movie, una buona idea abortita, un film anni ’80, una presa in giro, un capolavoro, un buon film e niente più? Probabilmente è tutto questo insieme, ed è questo che lo rende un film di culto: ovvero un film che senza necessariamente essere bellissimo piace, e pure tanto, ma le ragioni di tutto questo culto quali sono? Beh, questo è un mistero; tuttavia da questo film ne siamo stati risucchiati anche noi, lo ammettiamo, e il perché non riusciamo a dirlo o, meglio, capirlo. Sarà quell’atmosfera alla David Lynch, ecco il maestro a cui si può rapportare questo film, quelle musichette inquietanti che vanno a sonorizzare una certa scialba nonché squallida provincia (in realtà è Los Angeles, ma un L.A. assai provinciale) americana, quell’intrecciarsi tra fantascienza e horror, quegli strani personaggi, quell’alone di mistero inquietante che aleggia su tutto il film senza che accada nulla: ecco, questo film sembra proprio una puntata dilatata al massimo del serial culto Twin Peaks e probabilmente è questo che (ci) attrae. In questo film, proprio come accadeva a Twin Peaks, la vita sembra scorrere tranquilla, tra sorrisi borghesi e noia adolescenziale, ma poi accade qualcosa di strano e il velo che copre tutta questa normalità viene squarciato lasciando intravedere l’orrore, la noia, la tristezza o quello che è. Tutti muoiono soli, si dice a un certo punto nel film e forse questo film, tra le altre infinite cose, è proprio questa cosa qui: senza amore non vale la pena di vivere, non a caso alla festa si sente cantare love will tear us apart … e quanto amore girava a Twin Peaks? A occhio e croce potremmo dire tanto quanto ne gira qui, nella Los Angeles di Donnie Darko. Eccolo il nostro eroe dall’iniziale doppia, Donnie Darko, che è vero, come gli dice la sua ragazza, che sembra il nome di un supereroe, e lui pronto risponde: “Chi ti dice che non lo sia?”. Donnie è un adolescente introverso con problemi di schizofrenia (qual è la causa? la società o cosa?) a cui non piace tanto l’ipocrita mondo in cui vive e perciò lo sfida dicendo mestruazioni a tavola e chiamando anticristo lo stupido guru new-age; Donnie ha 17 anni, l’età in cui tutti sognano di distruggere il mondo, solo per vedere l’effetto che fa, o per cambiare le cose chissà; Donnie è in cura da uno psichiatra e prende delle pillole che gli causano delle strane allucinazioni; Donnie ha un inquietante amico immaginario che gli predice la fine del mondo e gli fa fare delle cose, Frank un nero coniglio gigante che però non ha niente di dolce e carino come ci si potrebbe aspettare da un coniglio. Tutto ha inizio con la prima volta che Donnie vede Frank, è lui che lo attira fuori casa e così facendo gli salva la vita; il reattore di un aereo precipita in camera sua (senza alcuna spiegazione plausibile, visto che non c’è traccia dell’ aereo) e se lui fosse stato lì, a letto, sarebbe morto di sicuro, e invece no, Donnie si risveglia in mezzo alla strada e non capisce nemmeno perché. Donnie continuerà a prendere le sue pillole e a incontrare Frank, anche al cinema, dove gli mostrerà delle cose: cose già avvenute o cose ancora da avvenire? È da qui che nasce la confusione, nostra e di Donnie, confusione aumentata dalla lettura di un libro (inesistente?) riguardo certi eventuali viaggi nel tempo e relativi universi tangenti: il tempo in questo film scorre veloce, lento, mai normale. È per questo che la fine arriva improvvisa e inaspettata e certo non aiuta alla chiarificazione del tutto, anzi, se possibile, ingarbuglia ancor di più la faccenda; una frase, però, ci è rimasta impressa in testa, una frase forse nemmeno tanto importante, buttata lì per caso dalla ragazza di Donnie, quando racconta dei suoi genitori: certi hanno la tragedia nel sangue dice; e chi è che, ad un certo punto della sua vita, non necessariamente nel tempo adolescenziale, non ha sentito di avere la tragedia nel sangue? Donnie Darko siamo noi, e forse, in una qualche parte di un universo tangente, continueremo ad esserlo, per sempre. visto da sand | dicembre 07, 2004 18:17 | commenti (12) domenica, 05 dicembre 2004
“È solo un film”, dice Polly (Gwyneth Paltrow) al suo preoccupato capo mentre si avvia ad un appuntamento segreto per avere certe informazioni riguardo a determinate misteriose sparizioni di famosi scienziati. E infatti la dolce, ma intrepida, Polly proprio un film va a vedere: “Il mago di Oz”, pare di capire, dove per mezzo di un tornado che porta via la casa della protagonista la realtà viene sovvertita dal sogno e la suddetta protagonista si ritrova a vivere in un altro mondo e nel frattempo si ritrova a scoprire qualcosa su sé stessa: in pratica una metafora del cinema stesso. Se ci va un adulto, a vedere questo film, pensa “Una storia semplice, un bel film”; ma se ci va un ragazzino molto probabilmente a fine film, gli occhi che brillano, urlerà “Che fantastica avventura!”, e chiederà al genitore di turno, maschere permettendo, di restare in sala, per vederlo un’altra volta. E infatti proprio di questo si tratta, una fantastica avventura, fantastica avventura con tutti i crismi: c’è un cattivo, c’è una minaccia, c’è un eroe e la sua bella che lo combattono con l’aiuto di uno scienziato geniale e di un’altra eroina nonché rivale d’amore della bella. Il malvagio Totenkopf (Lawrence Olivier?!) ha preso a rapire tutti i più famosi scienziati del mondo, per un suo segreto progetto, e per far questo invade saltuariamente parti della Terra con giganteschi robot ai suoi ordini che, inutile dirlo, provocano spaventosi sfaceli ovunque posino piede; è per questo che deve intervenire necessariamente Sky Captain (Jude Law), aviatore fuori dal comune, a difendere Una storia veramente semplice come si può vedere, ma che storia! I nostri si troveranno a viaggiare in terre bellissime e nascoste, a combattere robot e traditori, a salvare Questo film è la realizzazione di un sogno probabilmente, il sogno di un ragazzino chiuso in camera a leggere fumetti e inventarsi storie fantastiche, appunto, un ragazzino poi cresciuto e che ha cercato di capire poi come fare a girare un film che raccontasse una di quelle storie che tanto lo divertivano da piccolo. Già, come fare a rendere le sue fantasie realtà? Oggi abbiamo i computer! È questa la particolarità del film, è tutto girato al computer, solo gli attori sono reali (e nemmeno!), ma tutto il resto è tutto finto, inesistente… creato! La cosa buffa, e bellissima, è che questo film, pur essendo di fantascienza e contenendo la parola tomorrow nel titolo, in realtà è un film del passato, un passato neanche tanto recente, questo è un film sci-fi, ma retrò, tecnologico, ma virato in seppia e ricoperto da una patina polverosa, eppur, alla fine, moderno e futuristico nella concezione e nella realizzazione: che cavolo di corto circuito! visto da sand | dicembre 05, 2004 14:42 | commenti |