spoiling days cinema
«Chiediamo solo questo: le gomme vanno appiccicate sotto le poltrone o inghiottite in fretta, i sacchetti di popcorn lasciati all'ingresso. Il film non ha un finale a meno che non siate voi a scriverlo... Spegnete le luci». (weldon kees)

martedì, 30 novembre 2004

bad santa

Una premessa dovuta: in questo film non si parla del Babbo Natale istituzionale tutto panza e coca-cola, quindi badate bene che i bambini restino a casa…

Ma portateceli pure di corsa se volete che i vostri pargoletti imparino da subito come va il mondo: Babbo Natale non esiste e chi dice il contrario è solo un truffatore che mente sapendo di mentire e mira all’annuale truffa miliardaria che gira intorno ai cosìddetti regali di Natale.

In questo film si parla di Babbo Bastardo infatti, un tipo non troppo onesto che almeno però, di questo bisogna dargli atto, non sta lì a menarcela con la storia del “dovete essere buoni” ma, appunto, si mostra subito, sin dalle prime scene, in tutto il suo marciume: vomita e si piscia (scusassero il termine volgare, ma lui avrebbe detto proprio così) addosso.

Questo Babbo Bastardo cosa fa di mestiere? Con l’aiuto del suo piccolo aiutante (gnomo come personaggio e gnomo di fatto) svaligia i centri commerciali dove ha lavorato fino a pochi giorni prima come intrattenitore (ma caliamo pure un velo pietoso su questo intrattenere) per mamme e bambini, e questa certo non è una cosa che stupisce dopo che lo si era già visto in azione in vari spot televisivi: in Italia pare che avesse preso a fregare pasti pronti ai ragazzini.

Come si vede il nostro Babbo fa un lavoro come un altro, da un certo punto di vista è pure un lavoro accettabile visto che provvede a una redistribuzione (certo a suo favore!) della ricchezza: i centri commerciali (con la scusa del Natale e non solo) fregano i soldi a noi poveri contribuenti, e lui frega i soldi ai centri commerciali. Bravo Babbo.

Il problema è che questo Babbo non viene preso per quel che è realmente è, un alcolizzato rapinatore che fa dannatamente bene il suo mestiere cioè, ma tutti si ostinano a credere che lui sia il vero Babbo Natale: tra questi un ragazzetto obeso non troppo intelligente e una gran bella gnocca (scusassero ancora il termine volgare ma, lo ripetiamo, lui si esprimerebbe esattamente così) che, pare di capire, ha sviluppato una certa perversione sessuale (chissà i suoi traumi infantili!) per la figura di Babbo Natale.

Ora passi pure per la bella tipa, che certo avere a che fare sempre con le ciccione del reparto taglie forti non deve essere il massimo della comodità, ma per quanto riguarda il ragazzino petulante? Va a finire che devi fargli da padre e questa sì che può essere una bella scocciatura.

Beh, senza svelare altro della storia, si sarà capito ormai che questo non è il solito film di Natale, grazie a Dio, certo un film non originalissimo ma senza nessun pretesa particolare se non quella di farci fare quattro risate politically uncorrect, e in un paio d’occasioni ci riesce pure bene; certo un film il cui cinismo viene alla fine stemperato ed addolcito (confidiamo però nella versione non censurata Badder Santa), però sempre meglio che andare a vedere l’ennesima cretinata dei Vanzina no?

 

Babbo Bastardo

visto da sand | novembre 30, 2004 17:25 | commenti (3)

martedì, 23 novembre 2004

la mala educacion

Se si dovesse etichettare questo film per un eventuale reparto home-video si potrebbero scrivere sull’etichetta due parole: Noir Omosessuale. È un genere che esiste? Probabilmente no, almeno non nel circuito ufficiale. Però di questo si tratta, se dobbiamo dire di questo film. Peccato solo che questo film non sia né un buon noir né, tantomeno, un film che tratti bene gli omosessuali.

Questo è un film cupo, senza colore, tranne che per quel vestitino verde acido, ma tuttavia non riesce a rendere bene l’atmosfera noir, e neanche il bianco e nero probabilmente avrebbe reso giustizia al film perché, e qui arriviamo alla seconda parte della definizione, i personaggi (omosessuali, appunto) qui rappresentati sono troppo ridicoli per essere credibili. Non a caso, in una delle scene del film, ci sono grossi mascheroni sghignazzanti… di chi sghignazzano, questi mascheroni? Dei protagonisti di certo, lo ammettono loro stessi in un attimo di razionale lucidità.

Questo, in effetti, non sembra proprio un film almodovariano: colori non ce ne sono, donne nemmeno; forse sta proprio qui la delusione, il non avere ritrovato quegli elementi del cinema almodovariano che tanto ci sono piaciuti precedentemente: sentimenti, colori.

E qui invece cosa c’è? Vari omosessuali alla ricerca di sesso più che amore, e poi tanta torbida morbosità: passino pure certe scene di sesso abbastanza gratuite, ma qui veramente sembra che tutti gli omosessuali siano dei malvagi sfruttatori con la voce effeminata (ma forse è solo un problema di doppiaggio?) e, certo, questa superficialità e questi cliché negativi riguardo l’omosessualità lasciano un attimo sconcertati in un film di Almodovar.

I personaggi principali sono tre: il regista Enrique, il misterioso Ignacio, il laido Padre Manolo.

Enrique e Ignacio, compagni di collegio, si sono scambiate le prime esperienze amorose nello stesso collegio, collegio dove Padre Manolo insegnava letteratura e abusava dei ragazzini che avrebbe così segnato per sempre. Padre Manolo scopre l’amore innocente di Ignacio ed Enrique e, pazzo di gelosia per Ignacio, fa espellere Enrique dal collegio separando i due ragazzini: i due si ritroveranno poi, anni dopo, uno regista, l’altro attore, per lavorare insieme ad un film semi-biografico in cui ricomparirà anche Padre Manolo e non solo come attore… perché alla fine, qui, non tutto è come sembra e qualcuno non è quello che dice di essere.

Il meccanismo del film è affascinante, e non solo per la caratteristica metanarrativa del film nel film, ma anche per lo svolgimento della storia a scatole cinesi che ci porta a scoprire la verità piano piano, però il risultato finale è assai fiacco: Almodovar inciampa qua e là e le belle scene collettive al collegio religioso, o anche quelle cantate, non riescono tuttavia ad evitare che il film risulti infine confuso e farraginoso, noioso a tratti… che peccato.

Pedro, il noir non è cosa tua!

la mala educacion

visto da sand | novembre 23, 2004 17:33 | commenti (5)

martedì, 16 novembre 2004

nathalie...

Il film si apre con una sorpresa, una festa a sorpresa: è la festa di compleanno che la moglie amorosa ha preparato per il marito che però a casa non è tornato. Mai fare sorprese in campo amoroso perché poi va a finire che la sorpresa la fanno a noi, questo è basilare.

La mattina dopo la moglie si sveglia e il marito è lì, tornato dal viaggio d’affari. Ha perso l’aereo, dice; la moglie poi, sospettosa, ascolta inopportunamente i messaggi vocali al cellulare del marito. La sorpresa, la tragedia: il marito la tradisce.

È un film francese questo, non si può trattare altro che di turbamenti d’amore quindi: tante parole, donne sensuali e bellissime, amori in crisi appunto.

La moglie non può capacitarsi del tradimento del marito, eppure pare che vivano da estranei da anni ormai, non può accettare di non conoscere il marito quindi inizia a pagare una prostituta affinché le possa raccontare tutti i sogni e le fantasie nascoste del consorte; come se una moglie non dovesse fare proprio questo: conoscere il marito, ma da sola.

La prostituta è Marlène, anzi Nathalie, come viene ribattezzata per questo suo nuovo compito, ed è interpretata da Emanuelle Béart, che quando appare sullo schermo mozza il fiato e accelera il cuore, non solo quello maschile, per quanto è bella; la moglie tradita è un’altra bellissima del cinema francese: Fanny Ardant.

Il film è tutto basato sul rapporto di queste due donne, e quando sono ambedue sullo schermo, lì a parlare o fumare, non importa, qualcosa di straniante accade: il tempo viene sospeso, come a voler indugiare quanto più possibile su questi occhi, queste bocche, queste visi.

Sarebbe stato un film diverso (minore?) senza la Béart e l’Ardant?

Probabilmente sì, la storia è assai semplice ma questo film riesce ad attrarre proprio grazie alla forte sensualità ed all’estrema bellezza di queste due donne: i loro sguardi e le loro parole riempiono lo schermo e noi stiamo lì a guardarle…

Un po’ di noia nasce, sì, ma solo perché non facciamo parte del loro esclusivo rapporto: una paga per ascoltare, l’altra racconta… per essere pagata?

Non è proprio così, le cose si complicheranno un po’; alla fine non si tratterà più solo di conoscenza per interposta persona, cioè, si farà fatica a capire chi è l’interposta persona in questo rapporto: la prostituta, il marito, la moglie?

Morale della favola: molto spesso l’inventare, l’immaginare, si rivela molto più eccitante della (misera?) realtà… ma bisogna starci attenti perché è la realtà quella che conta, e a raccontarsi troppe storie si rischia di perdere l’amore.

Nathalie...

visto da sand | novembre 16, 2004 16:42 | commenti (10)

mercoledì, 10 novembre 2004

2046

2046 non è un semplice numero né tantomeno solo l’anno in cui Hong Kong sarà definitivamente affrancata dall’Impero Britannico, 2046 è un luogo dove passato e futuro s’incontrano: è lì, nel futuro più lontano, dove si va alla ricerca del passato più remoto.

La stanza 2046 è dove si ritrovano i ricordi che si credevano persi e con essi rispuntano le illusioni future, 2046 è dove vengono messi in scena i frammenti di un discorso amoroso, 2046 è ipnagogico insieme di lussureggiante suono e lussurioso colore che non lascia molto spazio alla razionalità. D’altronde qui si parla di sentimenti, e come procedere all’esatta descrizione di questi? Lo scrittore bravo può avvicinarsi, tentare di raccontare ciò da cui è mosso il cuore, ma descrivere la materia dell’amore è cosa assai difficile.

La lingua dell’amore, anche se universale, è talvolta incomprensibile, non si capisce, una persona innamorata risulta spesso aliena agli altri: non a caso una delle amanti di questo film si esercita a parlare la lingua con cui comunicare col fidanzato lontano, lingua che per chi le sta accanto è solo suono indistinto e anche fastidioso, è un caso che si tratti del giapponese, in realtà (?) quella è la lingua dell’amore, lingua misteriosa per definizione.

Però, quello che tenta di fare questo film, è proprio questo, parlare d’amore: questo film non è una storia d’amore – come ha più volte precisato lo stesso Kar-Wai - ma proprio una storia sull’amore.

Il protagonista di questo film sembra proprio lo stesso del precedente In the mood for love, ma è proprio così? È molto più cinico e disilluso, quasi un bastardo, ma forse solo perché ha mancato l’amore della sua vita (quello del film precedente?) ed è consapevole di non poter tornare più indietro; adesso è uno scrittore, è lui che racconta la storia, anzi le storie, una storia per ogni donna amata: sta scrivendo un romanzo di fantascienza chiamato 2047, romanzo che parla d’amore, inutile dirlo, e intanto ci racconta le storie che ha avuto con varie donne e alla fine non si riesce a capire se ci sta raccontando della sua vita oppure è tutto solo un frutto della sua immaginazione. Ma è così importante saperlo?

Quello che colpisce nella vita di quest’uomo poi, è la quasi totale assenza della dimensione temporale presente: egli o ricorda il passato o scrive il futuro, come se il presente fosse totalmente occupato dalla nostalgia, che sia qualcosa di già accaduto (o qualcosa di non-accaduto e perciò rimpianto) o qualcosa che deve ancora accadere non ha importanza. E allora ecco apparire i ricordi, ricordi di vigilie di Natale quando tutti hanno bisogno di più calore, ricordi che sono sempre bagnati di lacrime; e poi i segreti: lettere segrete passate attraverso il muro così come nel passato, quando volevi che nessuno sapesse del tuo segreto, andavi in un bosco, facevi un buco in un albero e ci sussurravi dentro il tuo segreto, richiudendo poi tutto con del fango… e nel futuro?

Nel futuro non cambia nulla, perché l’amore continua ad esistere, a far soffrire, per ragioni che possono sembrare differenti ma sono sempre uguali: perché lei non mi risponde? È perché non mi ama, o perché le sue sono emozioni differite? È perché è un androide e un giorno finirà?

Ma perché questa nostalgia, questa tristezza? Qui infatti, rispetto al precedente film di Kar-Wai, l’amore è vissuto, fino in fondo, certo amore non corrisposto, ma tuttavia amore nel senso più fisico del termine: come se l’amore, dalla poesia del non-vissuto, sia alfine caduto sulla terra, a bagnarsi di tutti gli odori e gli umori degli amanti. Amore non più delicato ma consumato e bruciante… amore felice?

Kar-Wai ha dichiarato che non racconterà mai storie di amori felici, sarebbero noiose, e infatti in questo film capita spesso che l’inquadratura sia occupata per metà da un uomo o da una donna, più spesso da una donna, e nell’altra metà non ci sia nulla se non il vuoto, come a dire che alla fine si resta sempre irrimediabilmente soli.

Unrequited love quindi, amore non ricambiato e perciò sofferto e doloroso piuttosto che amore felice: quando l’amore si fa tristezza e la tristezza diventa lacrima.

 

http://www.wkw2046.com/

visto da sand | novembre 10, 2004 20:16 | commenti (9)

lunedì, 01 novembre 2004

eternal sunshine of the spotless mind

L’infinita letizia della mente candida, o l’eterno splendore della mente immacolata che dir si voglia… recita il titolo originale di questo film, anzi declama, dato che si tratta di un verso di una poesia scritta da Alexander Pope: “Eloise to Abelard”; titolo bellissimo che i traduttori (o i distributori?!) in questione, avendo probabilmente la stessa cultura della ragazzina che nel film scambia il poeta per Papa Alessandro, hanno storpiato nell’osceno “Se mi lasci, ti cancello” spacciandoci il film per l’ennesima commediola idiota/sentimentale di Jim Carrey, qui comunque assai bravo.

E invece no, questo non è il nuovo film di Jim Carrey ma piuttosto il nuovo film scritto da quel geniaccio di Charlie Kaufman (già sceneggiatore di Essere John Malkovich, Il ladro d’orchidee, Confessioni di una mente pericolosa) e diretto da quell’altro mezzo genio di Michel Gondry (autore, tra le altre cose, di videoclip di gente come Radiohead, White Stripes, Bjork, Chemical Brothers).

Beh, il risultato è un capolavoro sull’Amore finalmente, una storia semplice ma sincera, bella, perché qui si parla delle cose che veramente ti accadono quando sei innamorato, quando ami devoto e ossessionato un’altra persona, quando finisce una storia e sei più devoto e ossessionato di prima… Un film bello perché, nella vita vera, storie posticce tutte plastica e miele non esistono e tutto quello che rimane è quasi sempre un’infinita malinconia triste.

Storia semplice, si diceva: un ragazzo, solo sulla banchina a rimuginare sulla derive commerciali di S. Valentino, incontra una ragazza, su un treno, il suo colore di capelli si chiama sfacelo azzurro ed è lei a parlare per prima infatti: “Dove ti ho già visto?”, il modo più banale per attaccare bottone, ma poi dice io sono sicura che ti sposerò, e qui già qualcosa è cambiato… siamo nel campo del Sogno più totale, dell’Amore più totalizzante e bello.

I due iniziano a frequentarsi, uscire, andare a cena, in giro, a fare le cose che fanno tutti i fidanzati insomma; solo che, come tutti i fidanzati, litigano anche: “Tu non saresti una buona madre,” dice il tipo alla tipa, per esempio, e questa, se non è proprio la cosa peggiore che puoi dire alla tua ragazza, ci va molto vicino. D’altronde il colore dominante del film avrebbe dovuto metterci in guardia fin dall’inizio, questo film è tutto blu: il colore della tristezza, quello della malinconia. Quindi i due si lasciano, come da copione.

Ma a questo punto non pensiate che sia inutile andare a vedere questo film: questo è quello che accade nella prima ventina di minuti del film, poi partono i titoli di testa e poi viene tutto il resto che rende questo un film assolutamente magnifico.

Un film che è come una seduta di auto-analisi per chiunque sia stato innamorato e gli sia capitato di perdere il suo amore per strada, perché in questo film vedi proprio quello che accade quando ti ritrovi in una situazione come questa: stai lì a pensare a tutto quello che hai fatto con la tua amata, a tutto quello che hai vissuto con lei, a quello che hai sbagliato anche, a quello che avresti potuto fare diversamente, forse sarebbe stato meglio chissà. Questa è la realtà.

Però in questo film c’è che è possibile dimenticare tutto, evitare mal di testa e mal di cuore e, se una cosa del genere sia mai possibile, cancellare completamente dalla testa la tua amata: è un’operazione assai semplice, questa, quando la Scienza ti viene in aiuto, neanche tanto costosa magari.

Lacuna quindi, i due protagonisti decidono di rivolgersi a questa ditta per dimenticare tutto: “Beati gli smemorati, perché avranno la meglio anche sui loro errori,” scriveva Nietzsche. Ma è davvero così, poi?

Cancellare dalla mente qualcuno che hai amato può essere semplice, ma cacciarlo via dal tuo cuore è un’altra storia. Quella raccontata da questo film, appunto.

Quando tutto sta cadendo a pezzi dimenticare tutto, i momenti più brutti, ma anche quelli più belli, tutti gli errori, tutti i bivi e le decisioni, giuste o sbagliate che siano state, dimenticare come ci siamo procurati quell’ammaccatura bluastra al cuore risolve veramente qualcosa?

Sperare che tutti i ricordi, finito l’Amore, si sciolgano come fiocchi di neve in acqua ci renderebbe meno tristi, meno soli… meno fragili forse?

È questo che vogliamo veramente?, sembra chiederci questo film; perché quando sei veramente innamorato di una persona ti aggrappi a tutto, pure ai ricordi più tristi e alle cose più brutte, e ti spacchi la testa sopra a pensare come sia possibile rimediare; perché quando ami veramente una persona, anche se stai soffrendo come un cane e la tristezza ti sale fino agli occhi, non vuoi dimenticare proprio nulla e forse l’infinita letizia della mente candida sta da tutt’altra parte che nel dimenticare, anche se non riesci a capire dove.

Un film che probabilmente ai più risulterà cervellotico e sconclusionato se non (addirittura!) noioso, ma che invece tenta di parlarci e rispondere a queste domande, un film che parla al cuore più profondamente di quanto si creda e lo fa con il linguaggio del Sogno e del ricordo, ecco la difficoltà: magari non verrà capito proprio perché, il cuore, è una cosa così lontana, nascosta, misteriosa.

A noi, portatori sani (?!) di sentimenti senza miele e senza plastica, più volte ci ha regalato commozioni infinite e melanconiche e siamo contenti così.

 

http://www.eternalsunshine.com/

http://www.lacunainc.com/

visto da sand | novembre 01, 2004 10:38 | commenti (10)







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