mercoledì, 27 ottobre 2004
È come un videogioco… questa volta è proprio il caso di dirlo, ribaltare il luogo comune che ci porta a trasformare la realtà in film e dire, qui e adesso, che questo film sembra proprio un videogioco, visivamente bellissimo certo, ma freddo, digitale, quasi monotono e dopo un po’ noioso… proprio come certi videogiochi appunto. La parola chiave qui è “reiterazione” e non la scriviamo solo per far vedere che conosciamo parole difficili, ma perché è quanto mai adatta alla materia di questo film: reiterazione o ripetizione, che dir si voglia. In questo film troviamo una serie di combattimenti ripetuti da diverse angolazioni, cinematografiche e non: quattro personaggi principali con il proprio personale sapere di mosse segrete (ancora un richiamo al mondo dei videogiochi…) che si combattono non una, ma più volte nello spazio/tempo dello stesso film… reiterazione, monotonia. I combattimenti si ripetono perché vengono raccontati da diversi punti di vista: il primo a raccontare è l’Eroe/Assassino (l’Hero senza nome del titolo), poi ci sarà il Re/Tiranno a scoprire la bugia e a svelare le storie, così come sono andate veramente. L’eroe ci racconta di come ha ucciso i più acerrimi nemici del re, i loro nomi sono Cielo, Spada Spezzata, Neve che cade: ed ecco quindi tutto un delirio inverosimile di duelli volanti e un profluvio abbagliante di colori… ma tutto questo basta? L’eroe lo ha fatto per salvare la vita al re, così dice. Poi viene il turno del re. Il re racconta la storia dal suo punto di vista, i personaggi sono ancora gli stessi, l’eroe senza nome, Cielo, Spada Spezzata, Neve che cade: ancora un delirio, ancora un profluvio… ma tutto questo basta? Il re dice che l’eroe ha fatto tutto questo per arrivargli quanto più vicino per ucciderlo. Alla fine questo film si riduce a una serie di spettacolari combattimenti tra esperti di arti marziali (ognuno con le sue mosse speciali, ognuno con le sue armi segrete) virati di volta in volta in un colore diverso… le dominanti cromatiche: grigio, blu, rosso, verde, giallo, bianco. Avete presente il videogioco Mortal Kombat? Beh, vedendo questo film non ci siamo così lontani. La storia c’è pure, insieme di fatti storici e leggenda, ma è minima: una serie di intermezzi esplicativi tra un combattimento e l’altro e basta, proprio -e torniamo ancora lì- come accade nei videogiochi. Per non parlare della (supposta) morale del film: la necessità di un Tiranno unificatore affinché possa regnare la pace sotto un unico cielo… cosa, seppur per certi versi giusta, sicuramente agghiacciante coi tempi che corrono. L’unico pensiero veramente affascinante del film è quello che paragona la calligrafia all’arte della spada, pensiero che sembra comunque contraddire tutto l’impianto del film a dire la verità, e poi, certo ripetiamolo, il film resta strepitoso dal punto di vista visivo… ma, ce lo chiediamo ancora una volta, tutto questo può bastare? Al signor Tarantino, supremo sponsor del film che nei promo (e non solo) ha addirittura oscurato il povero (eppur famoso!) regista Zhang Yimou, ci piace rispondere, per una volta tanto, di no.
http://www.hero-movie.jp/phase2/ visto da sand | ottobre 27, 2004 18:24 | commenti (2) martedì, 19 ottobre 2004
Libri dappertutto, in questa casa. Libri all’ingresso, libri in soggiorno, libri in cucina, libri nel bagno… no, forse nel luogo in cui di solito ci si aspetterebbe di trovare qualcosa da leggere non c’è traccia di libri. È che i libri sono cosa sacra, bisogna prestarci attenzione, non si possono leggere distrattamente. Siamo a New Orleans, Stato della Lousiana, la calura (l’afa) mozza il respiro; in questa casa ci vivono due alcolizzati, questa è la prima impressione: si alzano e fanno colazione a vodka e succo di frutta. La casa è lercia, sporca, gli unici oggetti non impolverati sembrano essere una chitarra acustica ed una vecchia macchina da scrivere. Questa casa è di Lorraine ma adesso che Lorraine non c’è più questa casa è diventata di Bobby, un disilluso professore di lettere in pensione, e del suo allievo Lawson, uno scrittore che non riesce a scrivere; poi c’è Pursy, figlia diciottenne di Lorraine che ha lasciato la scuola e sbanda tra junk food e televisione trash. Tutti e tre sono uniti dall’assenza di Lorraine, da ciò che ricordano di lei, che siano ricordi inventati o no. Guarda l’invisibile, si dice a un certo punto nel film, e saprai cosa scrivere…Bobby, Lawson e Pursy sono persone che, per un motivo o per un altro, sono diventati invisibili e adesso trascinano la propria esistenza stanchi, confusi, arrabbiati, tentando di pulire via il fango dalle proprie esistenze… scrivono, danzano, suonano, leggono. Quando la vita si fa difficile, si cerca altrove, questo altrove per loro è rappresentato dai libri: Bobby cita poeti e scrittori, affinché ci aiutino nei casi della vita; Lawson legge e scrive, per scacciare via i demoni dalla testa; Pursy inizia a studiare, affinché una vita senza scopo possa acquistarne uno. Tre persone alla deriva, che si aiutano tra loro, ognuna di loro ha uno scopo: Bobby vuole tornare ad essere padre, Lawson vuole scrivere il suo libro per essere redento forse, Pursy vuole capire chi è lei: tutti e tre riusciranno, attraverso il loro incontro e a Lorraine, a trovare un po’ di pace alfine. Tutto andrà al suo posto, tutto verrà spiegato: in quello che sembrava un film di perdenti, una colata di miele finale aggiusterà tutto. La vita vera non è così, ma d’altronde questa non è la vita: è un film. E cosa fai quando il blues ti prende? Ti leggi un libro oppure vai al cinema, no? Di solito si va a cercare quello che ci manca altrove, come già scritto, nelle storie: le storie servono a questo, a raccontarci come potrebbe essere la nostra vita se non fosse tutto così difficile. Storie che ci lasciano quella malinconia finale che ci fa dire sempre che forse siamo solo gente che ha letto troppi libri…o vede troppi film magari.
visto da sand | ottobre 19, 2004 19:59 | commenti (1) martedì, 12 ottobre 2004
I pochi spettatori che avranno la pazienza di aspettare oltre l’ultima immagine del film e la fine dei titoli di coda si ritroveranno ad ascoltare proprio l’audio originale dello sgombero carabiniero di Radio Alice: “Se non fosse per le pistole alzate, sembrerebbe un film… sembrerebbe di stare al Cinema…” si sentirà dire, più o meno, a un giovane bolognese impaurito. “È come un film”, si dice sempre così quando succede un qualcosa incredibile… ma perché? La Verità è cosa difficile da definire, questo è chiaro, ma molto spesso i film ci tentano: tentano di raccontare cose se non propriamente vere, almeno verosimili. Questo film è uno di quei film che ambiscono a fare chiarezza e a raccontare quello che tanti anni fa sembrava un film e adesso, appunto, lo è diventato davvero: un film postumo che tenta di raccontare verosimilmente ciò che allora sembrava un film ma era reale, proprio un bel paradosso non c’è che dire. Questo film ci racconta di due giovani disoccupati, uno del Sud e uno del Nord , che per sfuggire alla morte in fabbrica (dove si fanno cose che poi non ci si può permettere… produci, consuma, crepa è il motto, come cantavano i grandi CCCP) decidono di iniziare a lavorare per un ladro filosofo, bisogna scavare un tunnel (verso una banca o la Libertà?) sotto terra; poi c’è la storia di un commissario triste (e buono?) che vive lontano da casa dove ha moglie e figlio handicappato; poi c’è un ragazzo che rischia la galera e una giovane avvocatessa (hippy) che tenta di aiutarlo… il tutto è tenuto insieme da Radio Alice, una radio pirata il cui atto di nascita viene ironicamente rievocato in quello che sembra un film muto di Ejzentejn: fine anni ’70, Bologna, a Via del Pratello nasceva una radio per dare voce a chi la voce non aveva o, soprattutto, non sapeva di averla. Un appartamento occupato, materiale elettro-militare, tanti dischi… era tutto quello che serviva: arrivavi in quella radio e ti davano da mangiare pasta, fumo e sogni. Clima pesante ma anche sorrisi, colori grigi e lividi ma anche sgargianti, il tutto restituito dalla pellicola di questo film; si lottava nelle università, e forse anche nelle fabbriche, questo film è come un osservatore che era lì a scattare foto, foto granulose ma ben nitide. Sogniamoci un altro sogno, perché siamo pazzi…si sente dire, ancora, in un audio originale e, allora sì, lavorare con lentezza perché lavorare stanca e lavorare uccide, sognare di poterlo fare almeno per una settimana perché l’Arbeit macht frei nazista è sempre risuonato agghiacciante alle nostre orecchie… stare chiusi in casa a far l’amore mentre fuori infuria battaglia contro giovani creduti un pericolo per la sicurezza nazionale… ed ecco che il film si adagia sui giorni nostri, aderisce perfettamente agli scontri (ri-)visti negli ultimi anni, va ad incastrarsi in quel di Genova, sì, dove un estintore passava di mano e un carabiniere sparava ad altezza d’uomo. Storia e finzione qui si incrociano, si abbracciano, sicuro, però le storie raccontate qui sono belle è aiutano la rievocazione e la comprensione di un tempo che sembra non poter tornare più… forse questo non sarà un film perfetto, anzi è sicuramente un film imperfetto, siamo sinceri, non sarà nemmeno un film bellissimo, eppure è un film necessario proprio nella sua imperfezione: il suo fine è quello semplice di parlarci di un tempo in cui sembrò che il flusso creativo del linguaggio mao-dadaista di certi giovani potesse farcela, a cambiare la realtà… e la cosa più apprezzabile di questo film è che non cade in fastidiosi luoghi comuni né in stupidi manicheismi: infatti c’è anche il carabiniere che batte il piede al tempo di Radio Alice e il comunista che applica la censura “estetica”. Un film necessario quindi per tentare di capire quei giovani il cui mitra era il contrabbasso come cantavano gli Area, qui ricordati al Parco Lambro attraverso quella che sembra una citazione da Woodstock… dove sono andati a finire quei giovani, quei tempi? Chissà… di questi tempi l’unico luogo in cui potersi sognare un altro sogno sembra essere solo il Cinema, bello sì, ma anche sconfortante. http://www.lavorareconlentezza.com/ visto da sand | ottobre 12, 2004 18:14 | commenti (7) mercoledì, 06 ottobre 2004
“Beato il paese che non ha bisogno di eroi”, scriveva Bertold Brecht un po’ di tempo fa… beh a quanto pare l’America non deve essere un paese tanto beato perché di eroi ne ha bisogno eccome, e nemmeno di semplici eroi, visti i super-cattivi che ci sono in giro, ma proprio di super-eroi! Spiderman è il supereroe del caso, ma prima di tutto lui è Peter Parker, un ragazzo, ed ha gli stessi problemi di tutti noi: ha un lavoretto con cui sbarcare il lunario, ma viene licenziato a inizio film; va all’università, ma arriva tardi alle lezioni; vive da solo, ma ha problemi con l’affitto; ama una ragazza, ma il suo Amore non può che essere problematico… insomma, quando Peter sbaglia pure candeggio e si dimentica del suo compleanno, la prima impressione è confermata: Peter Parker è uno sfigato proprio come noi. Peter Parker o dei dolori del supereroe da giovane, quindi: ecco di cosa ci parla questo film. Peter ha dei superpoteri, certo, ma questi non lo aiutano mica a vivere la sua vita normalmente, anzi, come se non bastassero i problemi di cui sopra, Peter deve anche occuparsi di salvare il Mondo: “Grandi poteri, grande responsabilità”, come diceva suo zio e “Supereroi con superproblemi”, come dicevano alla Marvel… ma il fatto è che, a un certo punto, Peter si stufa di non avere più una vita sociale e, soprattutto, diciamoci la verità, si stufa di non poter stare insieme a quella gran bella ragazza di Mary-Jane e così decide si buttare via il costume e di vivere come una persona normale: perde addirittura i poteri (forse ha somatizzato?) e diventa pure miope, così sarà più facile non vedere più tutto lo schifo che c’è intorno. Insomma questo film ci parla del gran rifiuto di Peter: se il paragone non fosse troppo irriverente potremmo dire che il nostro Peter assomiglia un po’ al giovane Rimbaud che abbandonò la Poesia perché si soffriva troppo…. e così fa Peter, appunto, per il mal d’Amore abbandona i suoi superpoteri alla ricerca di una nuova vita con la ragazza che ama, inizia addirittura a leggere poesie per conquistarla ma… La pace dura poco per il povero Peter, infatti c’è in giro un certo Otto Octavius che dice di voler avere il potere di un sole nel palmo di una mano e per fare questo non si capisce bene perché ma si trapianta certi tentacoli biomeccanici nella sua propria carne viva. Inutile dire che questi tentacoli meccanici ben presto prenderanno il sopravvento sulla sua coscienza umana e decideranno di voler conquistare il mondo intero e uccidere tutti. Continuando con i nostri rimandi sballati adesso potremmo parlare dello strano caso del Dottor Jeckyll e Mr. Hyde, del mito (cyberpunk?) della Macchina che vince sull’Uomo, addirittura di certe tragedie shakespeariane con relativi cattivoni fuori di testa… ma andiamo pure avanti. Vedendo tutto questo casino il nostro Spidey non può non intervenire anche perché, fatto non secondario, il semi-Polipone biomeccanico gli ha rapito la ragazza… e l’Amore fa girare il mondo, si sa, quindi ecco il ritorno di SpiderMan contro Doc Octopus con relative mazzate pesanti. Questo film è proprio un’americanata post-moderna, ma una grandissima americanata post-moderna! Di quelle da sudore alle mani e brividi lungo la schiena, di quelle che commuovono e divertono, di quelle che provocano vertigini… un film da vedere comunque, anche solo per grandi sequenze d’azione come quella della metro o quelle dei combattimenti: tra un film d’autore e l’altro, tornare bambini fa bene ogni tanto. Quanti capitoli sfornerà questa serie? Certo è che, vista la (fastidiosa) scena-trailer messa lì apposta, il terzo capitolo è già in lavorazione, anche se il grande Sam Raimi (il cui gran mestiere si vede nella scena ospedaliera della ribellione dei tentacoli: puro Horror!) pare non sia stato riconfermato purtroppo; però se anche la rosso-crinita MJ, dopo il disvelamento del suo eroe, ha dato il suo benestare, fregandosene se il suo amato mancherà a qualche prima o lei stessa verrà presa in ostaggio qualche volta, chi siamo noi per dire basta? Spiderman is back in action e che sia pure una serie infinita, se tutti i capitoli ci faranno divertire a questa maniera! Unica perplessità: perché Mary-Jane dice a Peter: “Falli secchi, Tigre!”? Lui è l’Uomo Ragno!
http://spiderman.sonypictures.com/ visto da sand | ottobre 06, 2004 22:37 | commenti (8) |