spoiling days cinema
«Chiediamo solo questo: le gomme vanno appiccicate sotto le poltrone o inghiottite in fretta, i sacchetti di popcorn lasciati all'ingresso. Il film non ha un finale a meno che non siate voi a scriverlo... Spegnete le luci». (weldon kees)

giovedì, 23 settembre 2004

stray dogs

Quanto disperata e senza nessuna prospettiva di futuro deve essere una persona per aspirare alla prigione piuttosto che alla libertà? In Afghanistan basta poco: sei un bambino, i tuoi genitori sono in prigione e non hai un posto dove dormire. Questa non sembra una cosa tanto rara da quelle parti.

Questo film, appunto, ci racconta la storia di un bambino e una bambina senza casa né genitori: il padre è prigioniero degli Americani, la madre è in prigione a causa del marito che la accusa di adulterio.

All’inizio del film i due bambini salvano un cane da morte certa (certi bambini che lo inseguivano appellandolo di volta in volta “inglese!”-“americano!”-“russo!”… insomma un nemico) e per tutto il film questo cane sarà loro compagno di (s)ventura: il titolo originale di questo film, infatti, è “Stray Dogs” (cani randagi) ed è molto più veritiero del titolo italiano.

Questi bambini diventeranno “piccoli ladri” per necessità, ma prima che ladri sono, appunto, “randagi”: vanno in giro per la città, da soli, la loro prima fermata giornaliera è una discarica dove cercano pezzetti di legno e carte da rivendere e se trovano un libro la sola cosa che possono fare è bruciarlo per riscaldarsi o rivenderlo, non certo leggerlo. Il loro unico pasto è costituito da certo pane secco che hanno la premura di offrire anche al loro piccolo amico canino, non prima di averlo affumicato sui vapori di carne alla brace.

“Prendi, sa di carne… se non mangi ti ammalerai e muori…” dice la magnifica bambina protagonista di questo film, ingenua, bravissima, trovata sulla strada (e probabilmente salvata da una misera vita) dalla stessa regista. Questi sono bambini buoni e si prendono cura del cane come dei genitori, ma non c’è nessuno di buon cuore che si prende cura di loro. Se solo il padre perdonasse la madre che s’è risposata solo per dare da mangiare ai figli e perché lo credeva morto almeno avrebbero qualcuno, ma il padre è un mullah talebano e non può accettare il disonore.

“Chi ci pensa a noi?”, chiede la bambina più di una volta, ma al padre non importa di loro.

Cala la notte e ai bambini non resta che andare a dormire in prigione: “Siamo i prigionieri di notte”, dicono, e vanno a dormire nella cella materna.

In giro non si vedono portatori di democrazia che dovrebbero aiutarli, in questo film i cosiddetti “liberatori” sono solo aerei che sganciano bombe o soldati in parata a cui fare “ciao ciao” con la mano. Non resta che aspirare alla prigione quindi, magari ispirati da un vecchio film in bianco e nero, un film di quelli artistici, quindi noiosi, come dice il commesso alla cassa: il film è “Ladri di biciclette” di De Sica, capolavoro neo-realista italiano che mostra loro come riuscire ad andare in prigione, per ricongiungersi alla madre, loro massimo desiderio.

Che paese è dove il potere salvifico del Cinema si riduce a mandare dei bambini in prigione, per metterli al sicuro? Un paese feroce, probabilmente, dove capita anche di filmare, forse per caso, una scena dove cani si sbranano l’un l’altro, feroci combattenti… una scena lasciata volontariamente però, come metafora di qualcosa di molto più grande.

Questo è un film che sembra vecchio ma invece è nuovo purtroppo, la pellicola appare sgranata ma al contrario è chiara e lucida. Spesso in questo film si vedono scene che sembrano ampie ma è assai semplice raccoglierle nell’abbraccio di uno sguardo: ci sono i due bambini e il loro piccolo cane, unico loro compagno, e poi in primo piano più di una volta c’è del fuoco… fuoco che forse li riscalda, ma non è questo il punto.

Quello è il fuoco di un mondo che sta andando in fiamme, è davanti agli occhi di tutti ormai, il fuoco di un inferno che bambini la cui unica sfortuna è stata nascere in Afghanistan, o in Ossezia sì, devono imparare a conoscere molto presto se vogliono sopravvivere… se vita si può chiamare questa, certo.

 

http://www.bimfilm.com/piccoliladri/

visto da sand | settembre 23, 2004 19:50 | commenti

giovedì, 02 settembre 2004

fahrenheit 9/11

Prima cosa questo non è un film, ma un documentario; il girato originale di Moore probabilmente è molto poco, eppure questo “film” ha vinto a Cannes: la Palma d’Oro!

Cioè il premio (uno dei) che dovrebbe designare il film più bello dell’anno… ora la domanda è: è questo il miglior prodotto cinematografico dell’anno? Noi crediamo di no, quindi la Palma è immeritata secondo il nostro modesto (modestissimo) parere.

Questo non è un film, lo ripetiamo, ma un documentario, e certo a qualcuno la questione potrà sembrare oziosa: sappiamo tutti benissimo che la vittoria a Cannes è stata votata per ragioni politiche, è chiaro. La vittoria a Cannes serviva affinché Moore avesse una distribuzione americana e sul film ci fosse più attenzione mediatica possibile alla luce delle nuove elezioni americane: questo è chiarissimo. Ragioni giustissime, aggiungeremmo. E poi la Francia aveva pur sempre un conto aperto con l’America, no?

Ma noi che siamo degli umili scribacchini che si occupano di Cinema (bene o male, non sta a noi dirlo) e non certo politicanti di professione (anche se ogni cosa è politica), guardiamo al lato filmico della faccenda e non a quello politico: è per questo che diciamo che il film non ci è piaciuto.

Moore il giullare è tornato a mostrarci quello che lui (e solo lui) vuole mostrarci, trucchi e trucchetti a profusione: ancora una volta ci presenta la sua verità ma non ci dice come ci è arrivato, a quella verità, proprio come accadeva in “Bowling for Colombine”, ci mostra delle interviste e guarda caso tutte le persone intervistate dicono quello che lui vuole sentirsi dire, proprio bravo sì, ma chi sono queste persone intervistate?

Chiamiamo Moore giullare non per offenderlo ma per dire che la sua esistenza, in qualche modo, serve proprio a dimostrare quanto sia munifico e democratico il padrone, che grande paese sia l’America che permette anche ai dissidenti di parlare: “That’s a great country, yeah”, dice lo stesso Moore. Insomma un po’ come accade dalle nostre parti con “Striscia la notizia” e “Le Iene”, importanti e giusti quanto si voglia, ma pur sempre buffoni alla corte di Berlusconi.

Certo, sia chiaro anche questo, che noi siamo dalla parte di Moore, cioè le sue idee sono le nostre idee, la pensiamo proprio come lui, è il suo stile che non ci piace perché si nutre della stessa faziosità di cui si nutre il potente di turno che vuole mettere alla berlina.

Ok, Bush ha rapporti con i sauditi, scorrono soldi e petrolio… ma poi? Spesso sembra che questo film non approfondisca, ma rimanga in superficie, sia un film superficiale quindi: chi c’è davvero dietro all’attentato delle Torri Gemelle? Questo, Moore non si azzarda a dirlo, certo accenna un movente (e nemmeno chiaramente) ma non nomina mandanti: paura di essere tacciato di anti-americanismo? That’s a great country, yeah. 

Il film poi si fa confusionario, giusto per fare un esempio, quando si parla del periodo immediatamente successivo all’attentato: insomma Bush lo cercava questo Osama Bin Laden come esecutore e mandante dell’attentato, o no? Leggendo i giornali dell’epoca a noi è sembrato di sì, ma Moore ci dice di no perché Bush era (è) in affari con la famiglia Bin Laden, eppure dopo un po’ ci mostra i cowboy anglo-americani all’attacco del povero Afghanistan. Bah.

Vedendo questo film l’impressione è che questo è quello che vogliono gli Americani: controinchieste spettacolari per una politica che si è fatta spettacolo, (lo spettacolo di) Moore vs (lo spettacolo di) Bush insomma e che vinca il migliore, proprio come un incontro di wrestling…

E allora bene le immagini della madre che prima esalta l’Esercito Americano come ottimo datore di lavoro e poi piange il figlio morto in guerra come se fare il soldato non comportasse dei rischi, bene le immagini dei bambini iracheni morti (anche se poi sul proprio sito si mette il link per aiutare “i nostri ragazzi” al fronte, vabbè), bene le immagini dei soldati americani massacrati: tutte immagini che toccano nel profondo facendo rabbrividire di commozione, certo, ma proprio perché immagini altamente spettacolari con tanto di accompagnamento musicale giusto; meglio un videoclip che semplici e freddi dati, naturale.

Sicuro che quando si vedono due marines (o quello che sono) andare in giro a reclutare ragazzini di 14 anni e comportarsi/parlare come due macchiette comiche, un minimo di sospetto viene però: come ha fatto Moore a filmarli? Chi gli ha dato il permesso? Loro? Se lo ha fatto di nascosto, ma ne dubitiamo, come faceva a sentire cosa dicevano in macchina? Insomma quei due soldati, seppur plausibili, erano due attori?

“Questa è tutta una messinscena”, dice una signora che si trova a passare casualmente mentre Moore filma la donna che ha perso il figlio… ed ecco che il girotondo delle paranoie ricomincia: cosa è messinscena e cosa no? La donna che piange davanti alle telecamere di Moore? La donna che contesta Moore e non viene tagliata dal film per rafforzare l’obbiettività documentaria?

Ancora più agghiacciante e sinistro è lì dove la Realtà più vera incontra inconsapevolmente (?) lo Spettacolo più profetico: certo non si può credere che l’arresto dell’iracheno che richiama alla mente l’arresto immaginato dal grande visionario Terry Gilliam in Brazil sia una citazione voluta… o forse sì? Come faceva Moore ad essere lì? O meglio, come ha avuto quel materiale?

Il nostro non è disilluso cinismo, ma sano scetticismo contro cotanta faziosità… Trust no-one, diceva qualcuno.

In conclusione qualcosa ci è piaciuto però, sì: il Caos buio e senza speranza post-attentato, anche se già visto con il messicano Innarritu di 11-09-2001, un vortice di carte grigie filmato al rallentatore, la nostra vita, quella di tutti sì, che se ne vola via, oppure il discorso sulla paranoia e la paura indotte dallo Stato, oppure l’analisi (naturalmente incompleta però) dell’insensato e incoerente Patriot Act che considera i pacifisti dei nemici ma poi permette a tutti di portare accendini e fiammiferi in aereo, oppure l’assalto ai senatori che non mandano in guerra i propri figli, oppure il finale (così come lo stesso inizio rivelatore) che cita George Orwell; ma, finito lo stupore e il turbamento, restano tante domande senza risposta: a queste domande crediamo che sia mille volte meglio (tentare di) rispondere con inchieste come quelle fatte da Report di Milena Gabanelli piuttosto che con le inchieste spettacolo di Michael Moore, perché noi, saremmo europei chissà, preferiamo i pensieri concreti allo spettacolo vano.

La triste constatazione è che, sia detto senza cattiveria o snobismo, forse la maggiorparte degli americani (del Mondo?) capisce solo lo spettacolo di Moore: è il loro linguaggio oramai… e allora, sì, a questo punto ci auguriamo vivamente che questo film faccia il suo dovere fino in fondo e l’idiota (non merita nemmeno la maiuscola) filmato da Moore salti in aria una volta e per sempre e venga sconfitto insieme a tutto il suo clan, perché questo è un film anti-Bush e non anti-USA e va bene così, ma siamo tanto sicuri che un film possa questo?

Visto come va il Mondo, il pessimismo permane: ci accorgiamo infatti che non ci sono state ancora le dimissioni di nessuno, né alcuna inchiesta è stata aperta, a seguito dell’uscita di questo film negli USA. Inoltre, persone come Bush sono sempre esistite e sempre esisteranno.

Quindi si torna sempre lì, alla funzione del buffone di corte: lui grida che il re è nudo, ma intanto il re è ancora lì a guadagnare, a far guerra e comandare… anche se questo re si avvicina pericolosamente all’essere buffone anche lui, talvolta.

Ma se il buffone riuscirà, in un modo o nell’altro non importa, a farsi ascoltare e cambiare una cosa da niente tipo l’esito delle prossime elezioni americane, dopo aver gridato “salute al ladro!” gridiamo anche: salute al buffone!

 

http://www.fahrenheit911.com/

visto da sand | settembre 02, 2004 11:59 | commenti (17)







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