spoiling days cinema
«Chiediamo solo questo: le gomme vanno appiccicate sotto le poltrone o inghiottite in fretta, i sacchetti di popcorn lasciati all'ingresso. Il film non ha un finale a meno che non siate voi a scriverlo... Spegnete le luci». (weldon kees)

domenica, 18 luglio 2004

the stepford wives

I magnifici titoli di testa di questo film mostrano delle casalinghe, belle e vestite bene, alle prese con gli elettrodomestici; sono titoli che ci portano indietro nel tempo, quando le donne, baciate dal loro uomo, alzavano ancora il piedino in segno d’estasi amorosa. L’estraniamento temporale è rafforzato da una grafica scintillante e pulita, una grafica da anni ’50, anni ’50 americani: quando esistevano ancora le donne perfette?

Questo noi non lo sappiamo, ma, tuttavia, quello indotto dai titoli, è solo un inganno, così come tutto il film che è fondato sull’Inganno (amoroso e non): non siamo negli anni ’50, ma ai giorni nostri, nella fantastica era dei reality-show e delle donne in carriera.

La protagonista, Johanna Eberhart (Nicole Kidman), è una delle persone più importanti del network televisivo in cui lavora,  Johanna è forte e cinica: da quello che dice e che fa sembra proprio la controparte femminile di quell’anchorman sessista e maschilista (interpretato da un certo Tom Cruise) presente in “Magnolia”.

Nella pratica Johanna è una rovina-famiglie a mezzo televisivo: organizza situazioni piccanti in modo che un coniuge possa tradire l’altro e poi riprende tutto, ordinaria amministrazione televisiva insomma. Tuttavia, questa sua spregiudicatezza, un giorno gli costerà cara: causa coniuge tradito che farà strage di moglie e amanti, Johanna non solo rischierà la vita ma, che il finto moralismo l’abbia vinta ancora una volta, perderà anche lavoro e carriera.

È qui che Johanna inizia una nuova vita e il (vero) film inizia.

Stepford è una simpatica e ridente cittadina del Connecticut, una cittadina da favola Disney dove tutti gli uomini lavorano e tutte le donne, in un modo e pure nell’altro, faticano. Un paesino dove tutti sono sempre sorridenti e in pace con sé stessi e dove  Johanna e famiglia si trasferiranno per curare matrimonio ed esaurimenti nervosi vari.

A Stepford gli uomini hanno la propria associazione dove giocare ai videogiochi e mettere i piedi sul tavolo, le donne hanno la propria associazione dove parlare di cucina e fare ginnastica elettrodomestica. Due piani di realtà completamente separati, eppur sereni.

A Stepford le donne sono tutte bionde dal seno florido e i vestiti a fiori e gli uomini sono tutti ometti grassocci e pelati; questa disparità non impedisce loro di fare del sesso fantastico, tuttavia: certo c’è qualcosa di strano.

Infatti si scoprirà poi che tutte le donne di Stepford sono robot con tanto di telecomando create da mariti stufi di mogli in carriera: siamo sicuri che c’è stato un passaggio di realtà allora?

Robot erano e robot sono rimaste, queste donne, così pare.

È solo che, per la gioia dei mariti, la funzionalità sessuale è stata aumentata (upgradata?) e la funzionalità economica, sempre per la gioia dei mariti, è stata ottimizzata al meglio; oggetti sessuali e sforna soldi: insomma le donne elettro-addomesticate di Stepford sono dei bancomat con le tette.

Mica scemi questi uomini di Stepford, non c’è che dire.

Peccato per loro che, tuttavia, le regole del buon film americano vogliano che, per quanto inquietante un film possa essere,  sia necessario il lieto fine che riporti tutto al proprio posto: che le coppie tornino insieme allora, più o meno contente questo non importa, e che, soprattutto, uno dei coniugi torni a riempire i carrelli al supermercato.

Alla fine l’importante è questo: quadro irreale per quadro irreale tanto vale scegliersi quello socio-televisivamente più accettato.

A proposito, se non fosse così magnificamente bella da lasciarci senza parole, verrebbe da chiedersi una cosa: i capelli biondi, la nostra amata Nicole, dove li ha presi?

http://www.stepfordwivesmovie.com/

visto da sand | luglio 18, 2004 10:37 | commenti (5)

domenica, 11 luglio 2004

house of 1,000 corpses

Sì, deve essere l’estate. Un altro horror, un altro film di zombie. Deve essere l’estate a risvegliarli, lo comprendiamo bene: questo è un caldo che resuscita i morti. Appunto. Un altro film di zombie che ci rinfreschi con i suoi brividi. Deve essere l’estate.

 

(rewind)

 

Questo non è un film di zombie come si poteva credere: questo è il film di Rob Zombie. Rob Zombie è un simpatico musicista che non si lava(va) mai i capelli e che suonava musica industrial in un gruppo che, tanto per rimanere in tema, si chiamava White Zombie.

È un ossessione: vedete allora che non era tanto sbagliato aspettarsi un film di zombie?

E invece no, qui al massimo troviamo qualche serial killer, qualche deviato, qualche malato di mente. Detto con le dovute cautele, il tutto non è che dispiaccia.

Questo è un film che, partendo da classici come The Rocky Horror Picture Show e The Texas Chainsaw Massacre (Non aprite quella porta, in italiano), muta sé stesso in un horror allucinato e delirante che, pur contenendo tutti gli stereotipi del cinema di questo genere, se ne allontana alla ricerca di visioni pop artistiche e vintage.

Prendiamo la questione degli inserti sgranati usati alla pari dei sample (campioni musicali) nella musica industrial: invece di svolgere la storia in modo lineare il buon Zombie ce la condisce, appunto, di immagini altre e diverse che sembrano uscire pari pari dall’archivio mondiale (americano?) dei b-movie, se mai ne esistesse uno, oppure dalle menti deviate di criminali in preda ad allucinogeni. Beh, il risultato è sorprendente: a tratti sembra di vedere un Warhol alle prese con serial killer et similia, per non parlare della body-art da Grand Guignol e degli schizzi di sangue spruzzati e colati alla maniera del grande Jackson Pollock.

È questo che s’intende scrivendo di visioni artistiche: questo film sembra un’opera d’arte moderna, con tutte le esagerazioni e le insensatezze del caso perché l’arte moderna non può non essere esagerata e insensata, va da sé; ma, ancora, la cosa che rende questo film godibile e non stancante è il suo sapore antico, anche questo si diceva prima, da horror d’altri tempi, vintage appunto.

Peccato solo che il finale, questo sì stupido e scontato, faccia perdere un po’ dell’entusiasmo iniziale: anche se non si può sempre avere tutto, la fine doveva essere molto più malata!

O che magari si scoprisse fosse stato tutto solo un sogno, o meglio un incubo: scontato anche questo, sì, ma più accettabile.

Insomma, diciamo che ci si aspettava un qualcosa di più… e non solo nel finale.

La storia è assai semplice: ci sono due coppie che, in una notte buia e tempestosa, bucano una ruota (here comes The Rocky Horror!) e, quindi, cercano e trovano rifugio in una casa che si rivelerà dimora di una famiglia di psicopatici outsider assassini (here comes The Texas Chainsaw!) in lotta contro i borghesucci. Prima di capitare in quella gabbia di matti, i quattro erano passati al museo degli orrori di tale Capitan Spaulding, un grottesco clown che, appunto, cura un museo delle mostruosità ancora più grottesco di lui se possibile: proprio qui avevano appreso, e si erano incuriositi, di un certo, misterioso, Dottor Satana.

Alfine, tra un satanista che sembra Zio Tibia non putrefatto e un papà pervertito che sembra lo Zio Sam, tra una ninfomane psicopatica assassina che (non a caso, crediamo!) ha le sembianze di Madonna e un tipo che sembra la fotocopia brutta (!!!) di Faccia-di-cuoio, senza dimenticare poliziotti caca-sotto e ragazze pom pom diventate cannibali (e successivamente massacrate)  e ragazzi trasformati in freaks, la nostra simpatica protagonista, unica sopravissuta, a quanto pare, ma trasformata tuttavia in una coniglietta di Playboy e comunque sulla via della zombizzazione, farà proprio la conoscenza del buon (?) dottore e… la curiosità ha ucciso il gatto, si sa, quindi non diremo oltre.

E allora, sì, per una volta torniamo bambini, e seguiamo il bianconiglio sotto acido, dentro il tunnel, giù in basso, alla volta della casa sotterranea ché i 1000 cadaveri ci stanno già aspettando: che il divertimento abbia inizio… o era l’Orrore!?!

 

http://www.houseof1000corpses.com/

visto da sand | luglio 11, 2004 15:08 | commenti (1)

domenica, 04 luglio 2004

la signora omicidi

Non c’è poi tanto da scrivere su questo film, se non che è un bel film. Un film che vai a vederlo al cinema e ci passi quel paio d’ore e ridi, e sorridi, e te ne esci riappacificato con il mondo. Accompagnato fuori, fino alla macchina, dalle voci potenti e gioiose di un coro nero e gospel.

La storia è semplice: si parla di una rapina; non ci sono significati nascosti da scavare, né pensieri difficili da pensare. Tantomeno possono esserci numerose parole da scrivere, quindi.

Questo è puro e semplice raccontare una storia, senza messaggi nascosti. Si ha bisogno anche di questo cinema, sarà l’Estate che avanza?

Si diceva di una rapina. Questa rapina la fanno cinque persone, la rapina è del tipo da ascrivere alle rapine perfette: i soldi sembrano essersi volatilizzati, nessuno è entrato nel caveau nessuno né è uscito. I soldi, allora? Appunto, spariti.

Dei cinque rapinatori possiamo dire che sono quanto più diversi possono essere tra di loro, ma tutti hanno la loro funzione: l’esperto d’esplosivi, l’esperto in gallerie, il braccio, la talpa, la mente. Una delle cose più godibili di tutto il film è proprio la presentazione di questi cinque tipi fatta dai fratelli Coen: per ognuno di loro un micro-film diverso, per ognuno di loro un genere di film (americano) diverso.

Ecco la squadra a nazionalità assortite: il Professore Dorr la mente, bianco affettato e azzimato; Gawain la talpa, nero e turpiloquio hip-hop a go-go; Lump il braccio, redneck muscoloso e ritardato; il Generale esperto in gallerie, orientale silenzioso e fumatore; Pancake esperto in esplosivi, europeo presuntuoso e imbroglione.

La rapina riesce bene, seppur organizzata e portata a termine da tale squadra male assortita, i soldi vengono raggiunti e intascati, seppur con imprevisti vari. E ora che succede?

Ora bisogna fare un passo indietro, tornare a quando la rapina è solo potenza e non azione: al momento in cui bisogna trovare un punto da cui partire all’assalto della banca.

Questo punto è la casa di Mrs. Munson, robusta signora di colore, anziana e battista: parla con il marito morto, ma certo non è scema, simpatica piuttosto, anche se un po’ intransigente su certe cose. I cinque disperati affittano il suo scantinato come ipotetica sala prove per provare musica rococò; in realtà quello scantinato serve loro solo per la rapina, noi lo sappiamo bene. Ha le pareti che si sbriciolano, sarà uno scherzo raggiungere la banca da lì. E infatti è uno scherzo, ma poi questa grossa signora nera, avversario formidabile e severo, riuscirà a…

Sarebbe un vero delitto svelare il finale perché questo film, remake di un originale del 1955, è un film tutto da godere, una gioia per l’anima: oltre a quello raccontato c’è un cane che sviene e un gatto isterico e fusante, ci sono morti grottesche e barconi colmi d’immondizia, c’è musica nera e Tom Hanks in stato di grazia che declama Edgar Allan Poe.

Buona visione, allora.

 

http://ladykillers.movies.go.com/splash.html

visto da sand | luglio 04, 2004 09:12 | commenti (6)







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