domenica, 27 giugno 2004
"I intended to portray the joy, anger, sorrow and pleasure of our lives through four seasons and through the life of a monk who lives in a temple on Jusan Pond surrounded only by nature." KIM Ki-duk Anche questo film è un cerchio, come dice lo stesso titolo, in questo film è contenuto un ciclo: nel suo inizio c’è la fine, e viceversa. Siamo in Corea del Nord dove c’è uno laghetto, sopra il laghetto c’è una casa che galleggia, in questa casa vivono due uomini. I due uomini sono due monaci: questo film ci racconta la loro storia, dalla vita alla morte… e oltre. Appunto, come un anno è diviso in stagioni, la vita di un uomo è divisa in età e sentimenti: questo film ce ne parla attraverso vari episodi, attraverso passaggi sottolineati dall’aprirsi di una porta posta nel mezzo di un bosco che, come un sipario che si apre su varie storie, si schiude al laghetto, sulle vite dei due monaci. Il primo episodio è la Primavera (Innocenza) che sta a rappresentare la Nascita: uno dei due monaci è un bambino, l’altro è il suo Maestro. I due vivono insieme nel tempio, l’uno insegna l’altro impara: il bambino imparerà a proprie spese che il male fatto, il dolore perpetrato ad altri, torna sempre indietro, anche se fatto con gioiosa innocenza. Il secondo episodio è l’Estate (Amore) che sta a rappresentare l’affacciarsi alla Vita: il monaco bambino è diventato ragazzo, e al tempio è giunta una ragazza per curare la sua anima. Tra i due nasce subito un qualcosa, gesti gentili, forse amore: i due scoprono il piacere e il desiderio che porta sempre sofferenza. Il terzo episodio è l’Autunno (Male) che sta a rappresentare la Morte: il monaco fattosi uomo, è scappato via dal tempio per seguire la ragazza che desidera. Nel mondo esterno egli troverà quel male che non aveva mai conosciuto nel tempio: lui stesso, rabbioso, ne subirà e ne farà. Il quarto episodio è l’Inverno (Illuminazione) che sta a rappresentare il Rinvigorirsi: l’uomo è tornato dal maestro, al tempio a cui aveva precedentemente preferito il mondo esterno e la vita mondana. Monaco, tornerà a pregare, a curare il suo corpo e la sua mente: a petto nudo nella neve per capire, comprendere, in cerca d’illuminazione e purificazione. Il quinto episodio/stagione non esiste, ma è un semplice Ritorno: accese le luci, è giunto il tempo per la Rinascita. Un nuovo bambino è arrivato al tempio, portato da una donna velata, attraverso il dolore: un monaco è morto, ma la vita non si ferma e così gli insegnamenti e le stagioni, la possibilità di purezza è salvata. Finita la visione, questo è un film che lascia turbati, anche se è difficile capire perché: certo il turbamento provato non è dovuto solo alla sua potenza visiva. All’inizio questo è un film fatto di silenzi, si è immersi nel mondo naturale, animali innocenti sono compagni fedeli dell’uomo; poi il film diventa (quasi) violento, è il mondo moderno che irrompe nella vita dei due monaci, e con esso gli altri uomini, e quindi l’amore e il dolore, la sofferenza. Questo film è il racconto di una vita, un percorso, un insegnamento: un maestro che insegna, se vogliamo, e adesso diventa chiaro, forse, il perché del suo turbare. Le epifanie, le illuminazioni, possono turbare perché ci parlano di cose a noi sconosciute, anzi no, cose di cui non ci accorgiamo, cose che ci prendono per mano e ci portano attraverso territori impervi, con la speranza d’imparare qualcosa, purificarsi. http://www.sonyclassics.com/spring/ visto da sand | giugno 27, 2004 13:26 | commenti (8) domenica, 20 giugno 2004
Ad occhi occidentali questo film potrebbe sembrare un po’ noioso, e forse lo è. Il suo tempo è calmo, lento; il suo luogo è una notte iraniana. Questo film è come un cerchio, la fine la vediamo all’inizio, così come accadeva, appunto, ne “Il Cerchio”, il film precedente dello stesso regista. Ma qui non ci sono storie di donne, anche se le donne sono ben presenti, qui il protagonista è Hussein che di mestiere fa, potremmo dire, il pizza driver, se volessimo rapportarlo a quel lontano Taxi Driver di Martin Scorsese. In effetti le somiglianze tra i due film ci sono, i protagonisti sono analoghi. Hussein consegna le pizze a domicilio, Travis faceva il tassista: tutti e due vanno in giro per la città guardando, osservando, cercando forse, scrutando, preferibilmente di notte. Il film inizia con una rapina, la fine appunto, non sveleremo niente dicendo che questa rapina si risolverà in un omicidio ed in un suicidio: il soggetto è tratto da una storia vera. Dai tempi di Pulp Fiction film che iniziano dalla fine non ci sorprendono ormai più, ma qui la cosa è funzionale: noi vediamo un uomo in gabbia che si uccide, tutto il resto del film sarà dedicato alla spiegazione di quell’uomo e a come ci è finito in quella gabbia, a perché si è sparato. Hussein è la nostra taciturna guida, lui ci accompagna per le strade di questa città iraniana, la scene, quasi tutte, sono dinamiche; Hussein è quasi sempre in motorino, e noi è come se fossimo il passeggero: vediamo ciò che vede lui, cerchiamo di comprendere ciò che lui cerca di comprendere. Il nostro sguardo diventa il suo sguardo. Hussein, per un fortuito caso, si trova ad entrare in una gioielleria, ma è una cosa non adatta a lui, questa, e così ne viene malamente cacciato: anche quando si presenta con i vestiti buoni, viene umiliato dal proprietario; Hussein incontra un amico conosciuto nell’esercito, a differenza sua, è un uomo ricco, realizzato: questo quasi non lo riconosce più, ma gli regala dei soldi; Hussein deve consegnare delle pizze, ma si ritrova invischiato in una strana situazione, c’è la Polizia e un soldatino di quindici anni che aspettano dei partecipanti ad una festa, per arrestarli: non potendo andare via, Hussein prende ad offrire pizze a tutti. Questa è la Realtà che ci mostra questo film, una realtà notturna ed anomala che ad occhi occidentali, appunto, può risultare difficile da comprendere: ma d’altronde quante cose noi comprendiamo della nostra stessa realtà, quante cose Loro comprendono di Noi? Hussein, nemmeno lui capisce, inizia a sudare: non capisce perché uno sia ricco, l’altro sia povero, non riesce a comprendere le ingiustizie. L’ultima tappa del viaggio al termine della notte di Hussein è nella casa di un giovane ragazzo, laureato e ricco: è tornato dai genitori ma si sente solo in Patria, così tanto da invitare Hussein a cena. Mentre il ragazzo lo ignora, Hussein si fa la barba per apparire presentabile, mangia, beve vino, cammina a piedi nudi e sporchi su tappeti costosi, si tuffa in piscina; poi, sazio sultano, sale sulla terrazza, a riposarsi, appare stupito ma forse la sua è solo tristezza: sembra di capire che Hussein sia pazzo, prende delle medicine, ma bisogna prima vedere chi è il normale qui. L’alba sta sorgendo, la rapina è vicina, la morte arriva, il cerchio s’è chiuso.
visto da sand | giugno 20, 2004 09:52 | commenti (2) domenica, 13 giugno 2004
Lista dei marchi che appaiono nel film: leica, panasonic, hyundai, seiko, dell, skynews, fox. Dobbiamo confessare però che, colpa di uno sbadiglio malandrino, c’è sfuggito il marchio di un paio di televisori: pazienza. Insomma mica abbiamo capito cosa sia questo film: se un po’ di dialoghi tra uno spot e l’altro, un moralista mea culpa o un enorme monito millenarista. Ma certo per fare un film così c’è bisogno di grossi sponsor, ecco il perché dei marchi, ci vogliono grosse multinazionali: ma non solo nel senso più economico del termine. Per i disastri ambientali immaginati in questo film ci vogliono proprio quei marchi lì nominati in apertura: marchi multinazionali che inquinano il Pianeta globalmente, distruggendolo pian piano, nel fisico e nella mente. Intendiamo dire che multinazionali e relativi interessi economici forniscono la base sui cui concepire un film come questo: le loro azioni senza scrupoli forniscono la realtà materiale su cui lavorare, aiutano l’Immaginazione… la quale non deve tuttavia fare chissà quale sforzo visto che qui siamo molto vicini alla Realtà purtroppo. Questo, chi ha fatto il film, lo dovrebbe sapere bene, ogni effetto ha la sua causa: gli iceberg si sciolgono e le città vengono inondate, ma perché quegli iceberg si sono sciolti? Per l’Effetto Serra? È chi l’ha provocato questo riscaldamento globale? Uomini singoli, fabbriche, industrie, multinazionali? È tutto collegato: lo dice la Teoria del Caos. Ma, ahinoi, questo film sembra più interessato a mostrare, piuttosto che le teorie, solo il Caos e, consciamente o no, non ci spiega nulla. Nemmeno un qualsiasi eco-terrorista esaltato interviene a (non-)spiegarci qualcosa: dobbiamo accontentarci solo di scienziati superman, politici stupidi, uomini comuni. Al massimo di barboni con cane al seguito. Ma, tornando alle multinazionali, questi grandi signori sono così buoni che permettono sia girato un film così: un film multimiliardario nei costi e negli incassi, un film multinazionale nella distribuzione e nell’obiettivo. Ma, lo ripetiamo, questo film ci dice di disastri (neve, grandine, uragani, tornadi, terremoti, tsunami a profusione!) e di morte (in diretta tv!), questo film ci mostra l’apocalisse prossima ventura (possibile?) ma non ci mostra le cause, solo gli effetti: a che pro? Qual è l’insegnamento? Apocalisse non significa fine, ma rivelazione: ma cosa ci rivela questo film? Nulla, assolutamente nulla, se non certa ignorante pochezza tipica di alcuni produttori/registi che per sentirsi con la coscienza a posto basta che i ricconi corruttori muoiano, Hollywood sia spazzata via dai venti e i presuntuosi americani si trasformino da benestanti in immigrati clandestini. È questa ironia, o totale mancanza di vergogna? Saremmo più propensi per la seconda ipotesi. Certo, poi, dopo che alcuni sono sopravvissuti in biblioteca mangiando non si sa cosa e diventando medici senza sostenere nemmeno un esame, mentre altri si sono messi in cammino arrivando sani e salvi, non si sa come, lì dove tutti sono morti, il lieto fine non può mancare assolutamente: il Tempo torna normale, il Sole torna a splendere, il Padre riabbraccia il Figlio, il Presidente Americano diventa buono e ringrazia il Terzo Mondo. Mai visto il tempo così sereno, dallo spazio, azzarda qualcuno, appunto, dallo spazio. Di un buonismo agghiacciante (è proprio il caso di dirlo!) nonché idiota, tutto ciò, non trovate? O quantomeno un finale leggermente azzardato e irrazionale per un film che pretende di mostrarci, scientificamente, cosa ci accadrà davvero se continuiamo così, con i nostri comportamenti ambientalmente scorretti, no? La cosa più bella, poi (al di là della nave, naturalmente russa, che arriva indisturbata nel centro di New York e relativo combattimento alla playstation contro i lupi, s’intende) è rappresentata dal metodo di sopravvivenza adottato dai tipi nella biblioteca: bruciare libri! Meno male che c’è il bibliotecario sciroccato di turno che riesce a salvarlo, qualche libro, però: purtroppo non gli riesce di salvare i libri di quello sciovinista incestuoso (lo apprendiamo dal film) di Nietzsche, però, dai, salva una bibbia di Gutenberg! Ma sì certo, la metafora è semplice e accessibile a tutti: è sempre Dio a salvarci, mica il pensare! Che gli scienziati che gridano “al lupo, al lupo” si mettano l’anima in pace, una volta per tutte! Finiamo col dire che noi mica avremmo dubbi, su che film bruciare, se ci trovassimo in quella situazione, in una cineteca, alla (quasi-)fine del mondo!
Buona glaciazione a tutti… rabbrividiamo!
http://www.thedayaftertomorrow.com/ visto da sand | giugno 13, 2004 19:09 | commenti (10) domenica, 06 giugno 2004
Se in un film, o in un romanzo, è presente una pistola, oppure questa pistola compare d’improvviso, si può essere certi che a un certo punto questa pistola verrà usata, sparerà: nella vita di Rosario una pistola appare un giorno, quasi per caso, un caso dolente che porterà la sua vita a prendere una certa strada, una strada non tanto inaspettata. Il protagonista di questo film è un bambino di nome Rosario, quindi: uno dei “Certi Bambini” (titolo del libro, scritto da Diego De Silva, da cui è tratto il film) che fumano e che non vanno a scuola, uno dei bambini che la famiglia non sanno nemmeno cos’è e se conoscono la legge ne conoscono solo la parte più violenta. Rosario è uno dei certi bambini il cui destino è molto spesso un bivio: precarietà o criminalità. La prima scena getta subita lo spettatore nell’azione, sconvolge: bambini che si arrampicano lungo un costone roccioso, squallore e degrado tutto intorno, l’azzurro del mare sullo sfondo, forse devono tornare a casa ma per farlo devono attraversare quella che sembra un’autostrada, scansare auto veloci insomma. Pericoloso, certo, ma per loro è solo un gioco. Il luogo è Napoli, Italia, o così pare: l’esatta geografia non viene mai specificata infatti, se non dal dialetto, perché in effetti potremmo essere anche nelle banlieu parigine (L’odio) o nelle favelas brasiliane (Cidade de Deus); in qualunque Sud del mondo, insomma, come canta(va)no gli Alma Megretta, prima ancora che fuggissero via da Napoli. Il tempo è a-lineare, lacerato, devastato: è il tempo anarchico dei ricordi (21 grammi), forse il tempo dei rimpianti e dei rimorsi, della nostalgia e della disillusione. Rosario è in viaggio, si trova su una carrozza della metropolitana (non certo quella d’Arte, poiché le cose belle si pagano); noi non sappiamo dove sta andando, vediamo solo pezzi, frammenti di una vita che non è più, una vita dove non era ancora necessario atteggiare il viso a ringhio rabbioso. Il presente di Rosario è un presente diverso da quello che sarebbe potuto essere, infatti: Rosario adesso ha delle istruzioni in testa ed un lavoro da fare; i suoi capelli sono tagliati corti e il collo è sporco di sangue rappreso, il suo respiro pesante. Il Rosario con i capelli lunghi e il viso pulito che accudisce amorevole la nonna malata non esiste più, così come non esiste più il Rosario volontario di “Casa Letizia” alle prese con il suo primo, doloroso, amore, sfacciato e sbruffone come solo un bambino sa essere. Altre immagini mostrano un Rosario diverso: è in una sala giochi, con i suoi amici, c’è un laido signore per il quale compiono dei furti, e poi vediamo Rosario fare una rapina ad uno dei tanti adulti che derubano dell’Infanzia questi bambini. È qui che compare la pistola, ed è questo il Rosario che ha preso il sopravento: il Rosario che riceve lezioni dal camorrista di quartiere. Nella sua vita, ormai la luce è stata tolta e, se c’è, è difettosa e certo non illumina più come dovrebbe. Questo film ci racconta di questi bambini, i quali così giovani già conoscono il sapore del sangue, e lo fa molto bene, evitando retoriche buoniste e falsi moralismi; solo la recitazione in napoletano appare talvolta un po’ troppo sopra le righe, ma non necessariamente questa è una cosa che penalizza: d’altronde non siamo proprio nel territorio della sceneggiata napoletana più vera? Questo film ci parla di un bambino e della sua ineluttabile discesa in una vita nera ed amara; questo film ci parla di un bambino che chiede, poi, di tornare bambino di nuovo, tirando calci ad un pallone, ma bambino più non è. L’ultima, quasi irreale, inquadratura è un passo indietro, come uno sguardo da lontano a beneficio di chi guarda, per meglio capire, se possibile: questa storia ha messo ordine nella realtà o ha posto nuove, dolorose, domande? visto da sand | giugno 06, 2004 14:27 | commenti (8) |