mercoledì, 26 maggio 2004
C’è un funzionario statale che si mette in viaggio, e c’è uno studente che tenta le arti magiche. L’uno lavora in un piccolo paesino, annoiandosi, l’altro studia in un piccolo paesino, anche lui, annoiandosi, anche lui. Ambedue sognano: l’uno una terra lontana, l’altro pure. Sognano viaggi, divertimenti, ragazze, ristoranti, soldi, cose: dove vivono di sicuro non c’è tutto questo, però forse c’è dell’altro, amaro ma anche dolce. Ma forse la cosa più importante è un altra: l’uno sta in un racconto, l’altro lo ascolta, questo racconto. Ambedue però vivono in questo film. Questo film ci racconta, appunto, di un mago e di un viaggiatore, figure archetipe, presenti ovunque e, quindi, questo film parla di tutti noi: maghi, viaggiatori… sognatori. Tutti e due i protagonisti, sognano di andare via da dove vivono, il modo può sembrare diverso ma il desiderio è comune: andare a vivere nella terra dei propri sogni. Ma dove si trova, questa terra? Questa terra può essere un luogo vero e proprio, un dove, oppure una cosa, delle persone, un quando. L’uomo vive, al tempo di oggi, in un paesino del Bhutan, uno staterello tanto piccolo che figurarsi com’è il paese: una collinetta, due case, un divertimento unico per tutti e poco più. L’uomo ascolta il rock’n’roll e quando finiscono le pile, lui le strofina a mo’ di mago; alla parete della sua stanzetta, poi, oltre allo Zio Sam che lo reclama, ci sono attaccate le modelle, modelle che non trova certo nella piazza del paese. L’uomo lavora come funzionario statale, è un uomo amato e rispettato, conosciuto: però vuole andare negli Stati Uniti d’America, a far fortuna, lì c’è tutto quello che lui cerca (o almeno crede), aspetta una lettera per diventare un raccoglitore di mele nel grande paese delle opportunità. Lui conosce l’America, ma gli Americani, probabilmente, non sanno nemmeno dov’è il Bhutan. Come noi, del resto. Il ragazzo vive, al tempo di ieri, in un paesino che non esiste forse, uno staterello immaginario: ma anche qui ci sono la collinetta, le due case, il divertimento addirittura quasi non c’è. Il ragazzo è innamorato delle ragazze, le cerca a mo’ di viaggiatore; i suoi occhi non si stancano mai di guardarle, le sue mani vorrebbero toccarle. Il ragazzo è uno studente, è un ragazzo privilegiato perché primogenito: però vuole andare lontano da casa, a cercare l’Amore, è quello che davvero lo farebbe felice (o almeno crede), aspetta l’occasione propizia per fuggire. Lui conosce l’Amore, ma alcuni, probabilmente, non sanno nemmeno dove sta di casa, questo amore. Come molti, del resto. Il ragazzo e l’uomo, ambedue, viaggiano, tentano magie, sognano: questo ci dice il racconto, un racconto fatto d’incontri, questo ci dice il film, un film che è come un incontro, con tutto ciò che ne consegue. Il racconto finisce poi bruscamente, e il film anche: s’interrompe, d’improvviso. L’uomo e il ragazzo, distratti sulla strada dei propri Sogni, trovano qualcosa, un qualcosa che credevano non volessero, eppure lo trovano, nella Realtà. A noi, intanto, restano dei pensieri, e delle immagini. Questo è il Cinema dei piccoli: immagini effimere, perciò belle e pure; questo è un film che ci mostra i piccoli che, lentamente, guardano ai grandi, questi grandi che sono tanto grandi ché manco se ne accorgono, di questi piccoli. Questo è il Cinema che ci mostra cose che molto spesso non vediamo, o meglio, questo è il Cinema che ci ricorda di cose che dimentichiamo che esistono, ma, soprattutto, questo è il Cinema che ci ricorda di non sperare mai (sperare causa dolore, dicono i monaci zen) che i nostri sogni, un giorno, si avverino: è che diventerebbero come realtà. Tanto vale tenersela, allora, questa (ricca) realtà. A volte.
http://www.travellersandmagicians.com/ visto da sand | maggio 26, 2004 09:57 | commenti (4) mercoledì, 19 maggio 2004
Quando non ci sarà più posto all’Inferno, i morti cammineranno sulla Terra, questo è quello che ci dice la Bibbia e questo film conferma: la Terra è un ottimo luogo sostitutivo dell’Inferno. Questo film inizia con un’inquadratura dall’alto: una serie di villette a schiera, i giardini ben curati, le strade pulite, le famiglie che si ritrovano a cena. What a nice day, cantano gli Stereophonics, ma, di lì a poco, si scatenerà l’Inferno, fino alla fine, senza speranza, quando la canzone che risuonerà nelle orecchie sarà quella People who died cantata da Jim Carroll, che narra dei suoi amici morti per droga: e qual è la droga che uccide, oggi? Non è difficile capirlo, guardando questo film. Ma torniamo all’azione, ché per la morale c’è tempo. All’ospedale, ci avvisano che sono già arrivate tre persone prima morsicate, poi decedute. Il dottore guarda una radiografia del cranio di un paziente: sì, il problema deve essere nella testa. La famigliola felice va a letto, tranquilla, ma all’alba sarà l’Orrore, l’Apocalisse o la sua copia: è l’alba dei morti viventi, appunto. Un prologo apocalittico ci getta subito nel caos più totale, perché la fuori niente è più come prima: c’è gente che mangia altra gente. E sarà così, gente che mangia altra gente, fino alla fine, non c’è poi così tanto da dire dell’azione, in realtà. Questo film, remake del classico horror di George Romero, è un film abbastanza riuscito; aggiornata digitalmente con zombie corridori, questa è una storia che appassiona ancora, e non poco: la tensione si mantiene alta, il divertimento pure, e questo non è poco in un tempo in cui certi videogame fanno più paura di tanti altri film che vorrebbero ma non possono. Certo manca a questo remake il dissacrante sarcasmo dell’originale, manca lo splatter e il cannibalismo estremo, però questo è, lo ripetiamo, un buon film che non annoia e non delude, andando avanti tra citazioni (come ogni buon film post-moderno è oggi obbligato a fare, e allora ecco stralci da: Shining, L’esorcista, Mad Max e lo stesso, inverosimile, meta-cinematografico, piano di fuga) e incongruenze (innocue, certo, in un film di questo genere, ma che danno comunque fastidio: perché i personaggi non hanno pensato di passare dalle fogne subito? E il cagnolino intabarrato da dov’è uscito? E la coppia di fidanzatini? E le esplosioni potenti ma non letali per i personaggi? E la vedova che nel giro di due giorni s’innamora di nuovo?). Infine, inaspettatamente, la valenza politica dell’originale non va totalmente perduta: la critica morale/moralistica alla Società delle Merci e dello Spettacolo, anche se semplicistica, viene mantenuta e rimane feroce. Infatti, le persone che non sono state ancora morse (quelle ancora sane…?) vanno a rifugiarsi in un Centro Commerciale: il Centro Commerciale, uguale a tutti gli altri nel mondo, è deserto, lindo, ripieno di merce ed ancora funzionante con tanto di iniqua muzak di sottofondo. Nel Centro Commerciale vigilano ancora i vigilanti i quali, ancora ligi al dovere, si preoccupano che non avvengano atti di sciacallaggio: nessuno tocchi la Merce! C’è in giro un Virus, molti sono (non-)morti, altri moriranno, forse loro stessi moriranno… e quelli a cosa pensano? Alla Merce, se ne preoccupano. Viene da chiedersi quale sia il vero Virus che li (ci) ha infettati, allora. Per rispondere basta vedere cosa faranno tutti quanti, una volta isolate le guardie: diventati tutti inerti manichini, al suono di una musichetta stupida e felice si daranno alla pazza gioia, usando, rubando, godendo della Merce, violando tutti i negozi, non prima di aver spento, politicamente (surrealmente) corretti, la sigaretta però. E, ancora, dove andranno a radunarsi tutti i morti viventi/non-morti? Proprio al Centro Commerciale, ovvio anche questo. Sono i ricordi della loro vita precedente, è l’istinto a portarli qui, dice, proprio come nell’originale, uno dei personaggi: è la Merce, il ricordo della Merce che continua a possederli. Ma c’è scampo a tutto quello che sta succedendo? L’America sa come risolvere i suoi problemi, risponde uno dei personaggi mentre alla tv guarda le forze dell’ordine uccidere uno dei tarantolati; disciplina, armi, fuoco, bombe: eccole, le soluzioni. È la legittima difesa, è l’attacco preventivo… è il mondo moderno, baby. La fine, anche se un po’ deludente, non lascia presagire niente di buono tuttavia, e fa a pezzi il Sogno Americano, lacerando a morsi il relativo lieto fine: ma, d’altronde, se il nemico è dentro di te, come fai a combatterlo? Allora, meglio fermarsi qui e non arrischiarsi più nell’Abisso ché, come diceva qualcuno, se guardi troppo a fondo nell’Abisso poi sarà l’Abisso a guardare dentro di te.. La Merce è (non-)morta: evviva la Merce!
visto da sand | maggio 19, 2004 16:53 | commenti (3) mercoledì, 12 maggio 2004
Questo film è una piccola poesia cinematografica: amore e sogni, film muti e parole nei fili, luci colorate e notti buie… poesia, appunto; questo film, intimo e gentile, è un tragicomico meta-film in realtà, una favola raccontata e musicata mirabilmente, una storia affabulata dalla calda voce di Silvio Orlando che ci racconta di tempi andati, quando il cinema era un invenzione senza futuro (lo diceva Antoine Lumière, padre del Cinema come mezzo tecnico e poetico) e tutto quello che vedevi erano paesaggi, che si ripetono in tempi moderni, quando il Cinema si confonde con la signora Vita addirittura, e tutto quello che vediamo sono personaggi che parlano di noi a noi medesimi. Questo film è un atto d’amore al Cinema, girato in alta definizione con pochi soldi, ché il sogno non è bisogno; però qui non abbiamo solo paesaggi, ma anche personaggi: perché come si fa a fare un film, a raccontare una storia se non ci sono i personaggi? Le storie ne hanno bisogno. In questo film ne abbiamo ben tre, di personaggi: Martino, muto e goffo custode del Museo del Cinema di una Torino buia eppur tutta brillante di matematica luminosa e organizzatrice; Amanda, piccola donna innamorata nonché lavoratrice precaria in un fast-food; l’Angelo, fidanzato di Amanda e ladro d’auto/latin lover a tempo perso. Questa è una storia d’amore, al solito, perché le storie che racconta il Cinema sono sempre le stesse, si sa, e noi andiamo sempre a vederle, così, per illuderci un attimo che la nostra vita possa essere (aiutata da) un film, possa diventarlo: Amanda che ha già nel suo nome il suo dover essere amata, per un giro di arabeschi del signor Destino, si trova ad essere amata, appunto, dai due suddetti, insieme, Martino e l’Angelo. La coppia è come la benzina, si dice nel film: inquina, eppure non s’è trovato ancora nulla di meglio; ma lo stesso, come solo i sognatori sanno fare, per un attimo, giusto il tempo di un film appunto, si prova a sognare, in un’epoca ripiena di capi rompiscatole e guardie ligie al dovere, e si cerca di vivere insieme, tutti e tre, amandosi: in quale film l’abbiamo già visto? Il Cinema, si diceva, una volta era fatto di paesaggi, mostrava la Realtà o quello che era: treni che entravano in sala, mandando nel panico gli spettatori, era un’emozione anche quella, sì, ma come poteva il Cinema continuare a vivere? La gente si sarebbe presto stancata di pagare per vedere cose che aveva sempre lì fuori, a portata di mano. I film avevano bisogno di un qualcosa d’altro… perché potesse continuare il Cinema aveva bisogno di personaggi, personaggi muti che prendessero parola: nacquero così, le storie… o dovremmo dire le favole, forse? Si va al cinema per sentire qualcuno che ci racconti una storia, infatti, si vuole tornare al tempo mitico in cui non esisteva questa maledetta televisione fatta di show-realtà (ma chi la vuole, questa realtà?) e miti (miti?) fasulli e costanzini: in questa grigia realtà si sente il bisogno di storie fantastiche fatte di gente che cade dal cielo, gente che s’innamora e prova a vivere una vita in cui sorridere non sia solo un lusso, queste storie minime e piccole che vanno e vengono, storie fatte di una polvere che si perde in un fascio di luce che illumina una notte fatta di ombre che si illuminano appunto… una polvere preziosa e fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni: la polvere da cui nasce il Cinema più grande insomma. Auguri.
http://www.medusa.it/dopomezzanotte/ visto da sand | maggio 12, 2004 07:55 | commenti mercoledì, 05 maggio 2004
Questo non è un film, è un capolavoro assoluto se vogliamo dirla tutta. In questo film troviamo il Tarantino dei tempi migliori, finalmente: ambienti kitsch, dialoghi pop, citazioni, personaggi, rock’n’roll, mazzate, atmosfera. E scrivendo “questo film” intendiamo proprio questo film e solo questo: Kill Bill vol. 2; ché il primo ci aveva, sì, colpiti ma aveva anche lasciato l’amaro in bocca, sapeva un po’ di già visto: la ragazza con la spada (in La tigre e il dragone di Ang Lee), la (seppure fantastica) rissa uno contro tutti (in Matrix Reloaded dei fratelli Wachowski), il patchwork di generi (in Natural Born Killers di Oliver Stone, sceneggiato dallo stesso Tarantino comunque). Quello del Kill Bill Vol. 1 non era completamente il nostro Tarantino, il geniaccio cresciuto a pane e videocassette, l’euforico regista che ci fece gridare al miracolo con Pulp Fiction (senza dimenticare Le iene!), sì, non possiamo certo dire che il volume 1 non ci era piaciuto, ma certo non ci aveva esaltato come questo secondo volume, pur lasciandoci speranzosi per la fine della storia. In realtà, se uno sbaglio è stato fatto, è quello di averla divisa, questa storia: dove s’è mai visto un film il cui secondo tempo si vede dopo mesi? Alla faccia dell’intervallo! Ma il buon Quentin alfine ha deciso di cedere, lusingato, alle richieste di avidi produttori e di fare due film: d’altronde come resistere alla tentazione di fare anche lui la sua trilogia (ci sono tante di quelle cose rimaste in sospeso…) narciso cinefilo qual è? Non poteva resistere, appunto. Eppure, dopo averlo visto, riteniamo che questo è un film che può vivere benissimo a sé: se non ci fosse stato il volume 1 (anche se ne godremo, estasiati, nel dvd che riunirà i due volumi, naturalmente), questo volume 2 non ne avrebbe certo sentito la mancanza. Questo film è un capolavoro assoluto, come si scriveva in apertura, ma anche globale visto che si nutre di tutti gli immaginari del mondo, e se nel volume uno, chiassoso e scoordinato, Tarantino ci mostrava tutti i suoi maestri e pagava pegno d’amore a tutti i suoi generi preferiti, con questo volume finale, invece, pur continuando a citare e scopiazzare (semplicemente magnifica la parte cinese dell’addestramento della Sposa) qua e là, ci mostra quale grande maestro lui è firmando un film grandissimo e omogeneo, con tutti i pezzi apposto e senza un attimo di stanca, in una parola: appassionante; e cosa chiedere di più al Cinema se non una storia che ci appassioni per due ore e più? Il maestro che i posteri citeranno nei loro film è Tarantino senza dubbio. Se dovessimo prendere solo una scena da questo film, a rappresentazione del Tutto, sceglieremmo sicuramente la scena in cui la Sposa, sepolta viva, riesce a liberarsi, a resuscitare per la seconda volta, ricordando semplicemente le immagini del suo addestramento con il maestro Pai Mei. Tarantino, coraggiosissimo, opera la massima negazione del Cinema: prima ci strappa i bulbi oculari, seppellendoci nel buio più assoluto, e poi ci porta alla resurrezione (altro che la Passione di Mel Gibson!), attraverso il semplice potere salvifico del ricordo sognato. Questo è il grande Cinema: immagini attraverso le quali noi, poveri esseri umani sepolti dal nero e assordati dalla terra che piano ci ricopre, riusciamo a tornare a vivere solo attraverso la forza dei (nostri) sogni. Grazie infinite, Quentin. …adesso volete sapere della storia? Vi basti sapere che questa è una storia epica di amore e di vendetta, che va avanti in discontinui capitoli, tra inusuali duelli kung-fu/western (il potentissimo incipit fuori-schermo) e citazioni fumettistiche (il personaggio della Sposa/Black Mamba, l’estetica di Superman tirata in ballo da un affascinato Bill e rapportata a Beatrix Kiddo/Arleen Machiavelli (…il fine giustifica i mezzi!), i colpi segreti alla Hokuto No Ken): nient’altro c’è più da dire. Andate al cinema e godetene tutti.
visto da sand | maggio 05, 2004 10:55 | commenti (14) |