spoiling days cinema
«Chiediamo solo questo: le gomme vanno appiccicate sotto le poltrone o inghiottite in fretta, i sacchetti di popcorn lasciati all'ingresso. Il film non ha un finale a meno che non siate voi a scriverlo... Spegnete le luci». (weldon kees)

mercoledì, 28 aprile 2004

peter pan

Tutti i bambini diventano adulti, tutti tranne uno: quel bambino si chiama Peter Pan.

Questo film ci racconta proprio la storia di quel bambino, sì, ancora una volta, e lo fa in una maniera leggera, bambina (e come potrebbe essere altrimenti?), fatata.

Questo film ci racconta dell’eterna battaglia dei bambini sperduti, ancora capaci di volare grazie ai loro pensieri felici, contro gli adulti che, coraggiosamente (?!), chiudono i propri sogni nei propri cassetti, come si usa fare con i romanzi e con le favole, e decidono di crescere, iniziare a vivere.

Questo film inizia proprio così: ci sono tre bambini e poi ci sono i genitori, e poi c’è anche la zia.

La zia si accorge che Wendy non è più una bambina però, ha il suo bacio nascosto sulle labbra, sta diventando grande, non può più essere una bambina, deve crescere... ma come si fa a crescere? È una cosa bella? Come si fa a sapere se si è pronti?

Niente di meglio che rifugiarsi nel mondo delle favole, allora, per capire, per vedere, per toccare: Wendy è una che racconta le storie ai fratelli, e non solo, e lo fa così bene che alla fine ci finisce dentro, proprio in una storia, risucchiata sull'Isola che non c'è, insieme ai fratelli, dal Padre di tutti i bambini perduti… Peter Pan, il bambino la cui ombra scappa via, mica un bambino qualunque.

E cosa c’è di più avventuroso e fantastico che una storia di pirati? Ma niente, naturalmente!

Ecco così che i tre fratellini si ritroveranno insieme a Peter e i bambini sperduti (evidentemente allergici a sapone e medicine) a combattere contro i pirati cattivi e mostruosi capitanati da Capitan (appunto!) Uncino.

Questa, detta così, sembra una fiaba, in realtà è una tragedia, ché questa storia contiene il dramma di noi tutti: il dramma di crescere, diventare grandi, adulti, vecchi… e poi morire. Sì, è questa la cosa triste di crescere: morire, perché crescere non significa solo andare prima a scuola e poi in ufficio ma anche abbandonare per sempre il mondo delle fiabe, un mondo in cui non si muore mai.

Ma crescere significa solo questo, oppure qualcosa di più?

Forse che crescere qualcosa di buono ce l’ha: crescere significa anche completarsi attraverso gli altri, imparare a provare dei sentimenti, ma, soprattutto, provare amore, amare, uscire fuori da sé e affacciarsi all’altro quindi, imparare a lasciare via l’egoismo e vivere anche per gli altri.

Non a caso Wendy, la bambina che sta diventando grande, è attratta da Capitan Uncino, la parte oscura, che ha lo stesso viso di suo padre, la parte dolce: è il complesso di Edipo che, dalla notte dei tempi, in un modo on nell’altro, regola la nostra vita, la nostra crescita e la nostra maturità.

Rifarsi ancora una volta a una psicologia da due soldi può sembrare stupido e banale, ma uscire dal mondo delle fiabe significa anche questo: entrare in una vita fatta di banalità e stupidità… ma anche di cose nuove e ricche.

La scelta sta ad ognuno di noi: accettare una certa banalità per poter vivere una vita felice, una vita completa in cui ci sia posto anche per l’Amore e per gli altri e non solo per i giochi, oppure continuare a rimanere chiusi, nel mondo dei propri sogni, vivendo così una vita che, forse, ci porterà a morire tristi, soli e dimenticati da tutti, ché il tempo, alla fine, come inesorabile tic-tac, passa sempre e ci attraversa e, come bestia feroce, ci fagocita e ci uccide, sempre e comunque.

E poi, chi dice che in una vita adulta non ci sia posto anche per fate e nuvole rosa?

 

http://www.peterpanmovie.net

visto da sand | aprile 28, 2004 09:11 | commenti (4)

domenica, 18 aprile 2004

the passion of the christ

Mai vista tanta gente, di pomeriggio, al cinema dove andiamo noi. La sala non è tutta per noi, come sempre. Gente non abituata al cinema rumoreggia, parla, discute come se fosse davanti alla televisione, come se fosse a casa sua. Addirittura la maschera, figura desueta in questi moderni cinema semi-vuoti, deve intervenire a dirimere questioni riguardanti i posti (posti numerati, tant’è) con tanto di torcetta elettrica. È tutto così irreale che siamo costretti a prendere un posto defilato, lontano, non al centro, per cercare uno sguardo diverso a tutto questo… tutto questo che Cinema non è, ma forse qualcos’altro.

L’inizio sembra buono, l’atmosfera greve, buia, pesante: Gesù prega, e ci mostra tutta la sua umanità di uomo disperato e impaurito. Si arrabbia con i suoi discepoli che non sono riusciti a vegliare nemmeno un’ora con lui, ma come biasimare la loro umanità, la loro stanchezza naturale: non possono più aiutare un uomo chiamato a fare una cosa che umana non è più. Arrivano i soldati e la ferocia disumana ha inizio, così, e continua, per due ore: una volontà di violenza in ralenti e dolby surround che spaventa e inorridisce.

Cosa scrivere di più che non sia stato già scritto e letto, cosa dire di più di una cosa che non è nata come film e, appunto, Cinema non è? Nient’altro è possibile scrivere sul “film”, solo tentare delle riflessioni su ciò che si è visto.

Siamo andati al cinema, per vedere questo film, senza pregiudizio alcuno ma, anzi, disturbati da pettegolezzi superficiali e stupide accuse di anti-semitismo: siamo poi usciti dalla sala attoniti, annichiliti dal sadismo, arrabbiati più che disgustati, colpiti e distrutti da tale mostra di violenza senza senso, la quale violenza è perpetrata prima a noi, inermi spettatori.

It is as it was, si dice abbia detto il Papa dopo aver visto questo film, ma il punto è, ancora: è, questo, un film? Il Cinema dovrebbe mostrarci il Sogno, ma tutto quello che viviamo qui è l’Incubo: era, questo, l’unico modo di mostrare le ultime 12 ore di Gesù? Dov’è la poesia e l’amore insegnati dal Cristo? Miseri e ridottissimi flashback non possono bastare a parlarci della figura rivoluzionaria, e amorosa allo stesso tempo, che fu Gesù Cristo. Dov’è l’arte del Caravaggio di cui parlano le note di produzione? Qui c’è solo body-art, e di quella più mortifera e sanguinolenta.

Tutto quello che vediamo qui è Sangue, dall’inizio alla fine, sì, e poi Violenza. Violenza senza senso e gratuita, violenza di fronte alla quale si rimane ammutoliti, ma con una domanda martellante in testa: che bisogno c’era?

Il Cristo ci viene mostrato colpito, frustato, flagellato in tutti i suoi colpi, in tutte le sue frustate, in tutte le sue flagellazioni: i chiodi vengono mostrati lacerare le carni, prima la mano destra e poi la mano sinistra (i veri chiodi andarono nei polsi però, ma evidentemente Gibson ha le sue fonti), infine i piedi. Gli sputi, le derisioni, le ferite, le piaghe: ecco tutto quello che ci rimane di questo film.

Mel Gibson, il regista, s’è difeso dicendo che lui non ha fatto che mostrare la realtà dei fatti, così come sono avvenuti: la sua sceneggiatura è nei Vangeli. Ma dov’è tutta questa Violenza nei Vangeli, dov’è scritta? Dov’è questa estremizzazione, questo indugiare, questo affondare nella piaga?

Sangue, ecco cosa ci mostra questo "film" che si dice non essere horror, sangue violento che diventa grottesco, quasi ridicolo. Quali sono i testi che Mel Gibson ha letto? È questo l’Amore che gli ha insegnato Gesù? Un amore violento in cui anche i bambini non vengono risparmiati e appaiono come mostri demoniaci agli occhi della carogna Giuda?

La realtà è che questo "film", queste immagini, sono immagini figlie dei nostri tempi, tempi anestetizzati dove sangue e morte vengono serviti all’ora di pranzo e di cena, a intervalli regolari, tempi in cui si combattono guerre in nome di Dio, dall’una e dall’altra parte, tempi violenti in cui anche i bambini, talvolta vittime, talvolta carnefici (anche loro, sì), sono coinvolti… e allora la soluzione qual è? Mostrare nient’altro che Violenza, perché la mia violenza è più forte della tua e il mio Dio è più giusto del tuo e allora, guardala questa violenza affinché impari; il risultato è questo: un film che ci parla di una religione che ci riporta indietro nel Medioevo.

Sembra quasi vederlo Mel Gibson, anche lui, in mezzo alla folla chiedere il Sangue del Nazareno, affinché perdonata sia la colpa, urlare “A morte!”, ridere anche lui della sofferenza; è proprio quello che ha fatto con questo film: sporcare di sangue uno straccio bianco, con le sue mani, baciare poi un corpo grondante sangue.

Unici attimi di tregua, verso la fine, quando le amorose madri si raccolgono attorno alla Croce, in un quadro stupito, quasi a non voler credere che la violenza e il sangue si siano, finalmente, fermati e, ancora, quando il Cristo si alza dal sepolcro, inondato di luce, e non è più maschera di sangue.

In Italia, unico paese al mondo, grazie all’ipocrisia cattolica questo film è uscito senza alcun divieto in modo che anche i bambini possano andare a vederlo e imparare della colpa e della violenza, quando film molto meno violenti ma (forse) con un poco più di sesso vengono tagliati se non censurati ingiustamente, e allora non resta che chiedersi una cosa: e se questo film fosse uscito dall’altre parte delle religioni, magari in Islam, e ci avesse raccontato dell’eroe talebano di turno?

Dubitiamo vivamente che quel film avrebbe raggiunto le sale italiane in un modo così massiccio, con legittimazione cattolica annessa e merchandising miliardario apposito.

Questo è un horror pessimo e senza senso, un “film” che ci riporta indietro, a tempi macchiati da sangue scuro e ragioni cieche, proprio quando questo è il tempo in cui si dovrebbero ascoltare ben altre parole insegnate da Gesù .

 

http://www.thepassionofthechrist.com/

visto da sand | aprile 18, 2004 10:52 | commenti (3)

domenica, 11 aprile 2004

andata+ritorno

“L’amore non esiste”, dice lui, amareggiato.

“E’ per questo che lo facciamo”, risponde lei, con tutta l’innocente sicurezza di questo mondo.

Ecco, la banalità della dolcezza… una cosa che può dar fastidio, a pensarci, diventa però una verità, felice, leggera.

Questo film è una favola nera: è Natale, siamo a Torino ma anche a Barcellona, ci sono due ragazzi che s’innamorano nonostante tutto il nero che c’è intorno appunto. Marco Ponti, già regista del leggero ma pe(n)sante “Santa Maradona”, ci presenta questo secondo film: il tema è (quasi) lo stesso, la sensibilità uguale.

Due ragazzi che si innamorano, si diceva: Dante, interpretato da Libero “faccia da schiaffi” De Rienzo, è un pony express che decide di andare via da Torino, verso l’altra parte del mondo, infatti è braccato da certi sgangherati tipi che devono aver imparato a fare i criminali guardando i film di Tarantino, Dante gli deve dei soldi , è per questo che scappa via da casa; poi c’è Nina (vero nome: Nefertiti), interpretata dalla fresca Vanessa Incontrada, è una hostess con la testa fra le nuvole, dimentica tutto, dovrebbe tornare a casa, a Barcellona, ma, causa sciopero, rimane a terra, senza nemmeno un posto dove stare.

È la nostra Italia, questa, dove uno sciopero che blocca tutto si trova sempre, un’Italia abitata da tanti tipi strani, stranieri anche, un’Italia multietnica, quella raccontata da Marco Ponti; infatti i personaggi sono tanti, qui, e non solo semplicemente abbozzati, certo alcuni sono ridotti a macchiette dai loro tic, ma ognuno risulta simpatico alla fine: c’è  il taxista che ha una crisi quando parla di Berlusconi (scena cult), gli amici traffichini di Dante, il portiere asmatico che si crede abile ipnotizzatore, il redivivo Kabir Bedi, facchino d’albergo affascinante e filosofo (qualcuno ha detto Monsieur Ibrahim?). E poi ci sono i cattivi, criminali che più sgangherati non si può, però, come si è scritto più su, malconci e vestiti tutti di nero, stanno ancora studiando per essere cani da rapina provetti.

Ma torniamo alla trama: Dante, per un incidente di percorso, è costretto a tornare a casa, a Torino, anche se in galera a Barcellona fa in tempo a conoscere un certo Babbo Natale dentro per violazione di domicilio e pedofilia, ma a casa sua c’è Nina ormai, l’ha anche ridipinta tutta di blu. Nina adesso conosce molto bene Dante, ne ha letto i diari, le lettere e i libri: s’è innamorata.

Dante torna a casa, a dormire, morire… sognare, forse? I due si ritrovano insieme a letto, si baciano, fanno l’amore, come in un sogno al rallentatore. E i cattivi?

I cattivi inseguono ancora Dante: i modi per restituire i soldi sono tanti, pensa il facchino filosofo, ma l’unica è rubarli, sì, con l’aiuto degli amici e del padre di Dante (Remo Girone!), già in galera per fatti suoi. Inutile dire che anche questa rapina si rivelerà più che sgangherata, ma tant’è.

E l’amore che fine fa? L’amore ritorna, anche se è difficile… o è forse il contrario?

In conclusione, questo è un film carino, divertente, leggero, in questa dura settimana di passione, leggero ma pe(n)sante però. Forse un film a cui va bene anche, semplicemente, lo schermo televisivo… ma Vanessa Incontrada vestita da hostess anni ’60 vale il prezzo del biglietto comunque, anche se in questo film non sorride così tanto come fa in televisione.

Non perdetevi i titoli di coda!  

 

http://www.ar-andataritorno.it/

visto da sand | aprile 11, 2004 10:30 | commenti (19)

domenica, 04 aprile 2004


Non ne hanno parlato molto bene di questo film. Hanno scritto che è noioso, che è un documentario, hanno scritto che questo non è un film. Ma qui i personaggi ci sono, e anche gli intrecci, qui una storia c’è: questo è un film e ci racconta dei sogni e della passione di alcune persone che nella loro vita hanno deciso di sfidare la legge di gravità, per essere eterei. Questo è un film che ci racconta della vita di alcuni ballerini e lo fa nella maniera corale di tanti altri film di Robert Altman: l’occhio vede e parla del mondo della danza, questa volta, il mondo del balletto classico. Questo si può dire un film sul Corpo, e a ragione, queste immagini sono poesia di corpi: corpi in movimento, corpi che si tendono e piroettano, corpi che saltano fino a volare quasi. Corpi che vincono la forza di gravità, appunto: corpi che danzano anche sotto la pioggia, contro il vento, gli ombrelli si aprono, eppure loro sono ancora lì, in due, insieme, abbracciati. I corpi filmati da Robert Altman sono corpi di veri ballerini, i ballerini professionisti del Joffrey Ballet di Chicago, corpi giovani e belli, inevitabilmente, e tesi, allo stesso tempo; Altman ce li mostra nella preparazione di una serie di spettacoli: le difficoltà, le ripetizioni, le prove, le gioie. Ma non di soli spettacoli è fatta la vita di un ballerino: ci sono anche i problemi che ognuno di loro deve affrontare, problemi sentimentali e non, proprio come ogni essere umano. Appunto, Altman intreccia ai balletti le storie personali di alcuni di loro: tra i tanti c’è il ballerino che non ha casa, quello che viene sostituito a pochi giorni dalla prima, e poi c’è Ry (interpretata da Neve Campbell, in passato una vera ballerina classica) che scopre che il ragazzo la tradisce e allo stesso tempo diventa prima ballerina nel balletto “Blue Snake”, quasi per caso, prende il posto di un’altra ballerina infortunata infatti. Questa è la vita di un ballerino: l’attimo prima sospeso in aria, leggero, etereo, l’attimo dopo caduto in terra, spezzato, triste. Questo film ci racconta di queste vite, vite piene di sacrificio, e forza, vite che tendono al Sogno, ma per quanto tempo possono arrivarci? Uno, due secondi in aria, magari, poi tutto finisce, svilito il sogno, finita la gioia, si ritorna con i piedi per terra… ma quanto bello è stato volare per quei due secondi infiniti!

Il balletto di Altman è quindi il racconto di questa lotta, la lotta tra l’aspirazione al Sogno e la sofferenza data dal sacrificio, questo film è il racconto di questa linea sottile, e la sua voce è fragile e piena di passione: la voce luminosa di questo film è Chet Baker che canta “My Funny Valentine”, sì.

 


http://www.sonyclassics.com/thecompany/home.html

visto da sand | aprile 04, 2004 12:47 | commenti (5)







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