venerdì, 26 marzo 2004
Questo è un mondo che scorre all’incontrario: c’è gente che va al cinema per mangiare i pop-corn e ci sono film che scorrono all’indietro. Ma così come puzza e rumori causati dal pop-corn possono dare fastidio (siamo troppo integralisti? forse sì), anche immagini che scorrono all’indietro possono dare fastidio se usate come mero espediente narrativo per coprire un semplice vuoto… Sì, forse è proprio il Vuoto che qui si vuole rappresentare, ma a questo punto basta guardarsi un muccino qualunque e tornarsene a casa più che soddisfatti. Perché del Vuoto bisogna saper parlare: bisogna esserci stati in quel vuoto, per tirarsene fuori e poterlo guardare. Bret Easton Ellis a 21 anni pubblicava “Meno di zero”: in quel vuoto californiano c’è stato dentro fino al collo; Gus Van Sant deve essersi documentato molto bene su quel vuoto, per essere riuscito a girare un capolavoro come “Elephant”. E Roger Avary, regista di questo film? Roger Avary, quello che, dopo aver vinto insieme a Quentin Tarantino l’oscar per la sceneggiatura originale di Pulp Fiction e aver girato “Killing Zoe”, è sempre stato visto come il Tarantino numero due, ha preso un romanzo di Bret Easton Ellis e ci ha fatto un film: “Le regole dell’attrazione”, appunto. Bene, noi non sappiamo se Avary abbia mai avuto a che fare con quel Vuoto, ma dal risultato si direbbe di no. Andiamo per gradi. Qui si narra della gesta di alcuni liceali americani: sesso, droga e rock’n’roll… ordinaria amministrazione americana, insomma. In particolare si narra di Sean, fratello del più famoso Patrick Bateman (broker di successo nella vita e serial killer nel tempo libero, protagonista di un altro libro di Ellis: “American Psycho”) nonché spacciatore che fa sesso con tutte le ragazze che gli capitano a tiro, anche se è innamorato di Lauren; Lauren, dal suo canto, è tecnicamente vergine e vorrebbe farlo per la prima volta con Victor; Victor però, è in giro a drogarsi e fare sesso per l’Europa (come se l’America non gli bastasse); infine c’è Paul, bisessuale, che è innamorato dello Sean di cui sopra, e il cerchio si chiude. Intorno a questi personaggi principali, ne girano anche altri: c’è Lara, l’amica ninfomane di Lauren, e poi c’è la ragazza che scrive lettere d’amore viola a Sean, c’è Mitchell, amico di Victor, e poi c’è lo studente perverso di cinema, e ancora tanti altri ragazzi. La morale, tuttavia, rimane la stessa: sesso, droga e rock’n’roll. Dopo tutti questi intrecci e personaggi, avete l’impressione di essere capitati in un telefilm giovanilistico solo un po’ più trasgressivo, o in una soap opera solo un po’ più perversa? In effetti non vi sbagliate più di tanto, anche se prima bisognerebbe definire cos’è perversione e trasgressione, visto che probabilmente Beautiful dal punto di vista morale è molto più diseducativo. Ma non siamo qui per fare discussioni etiche, siamo qui per (tentare di) scrivere di Cinema piuttosto. Questo è un film non riuscito, non completamente almeno: qui, appunto, sembra di vedere un “Dawson’s Creek” in acido (non a caso il protagonista è lo stesso) o, in alternativa, il lato oscuro di film come “American Pie”. I personaggi, anzi le persone, sono le stesse, argomenti e tematiche pure, le situazioni uguali: giovani liceali che cercano sesso e divertimento in un modo più o meno lecito. Sean ripete continuamente “rock’n’roll”, ma qui di rock’n’roll ce n’è ben poco in verità: con questo film si ride per un’ora, ma per l’altra ora si sbadiglia. Questo accade perché qui, proprio come nei telefilm, una parte è “azione sguaiata” ma il resto è “stucchevole sentimento”: “Nessuno conosce nessuno”, sì, certo, e “Avrei dovuto scegliere l’innocenza”, tutto bello, ma se a pronunciarlo, tutto serio, è uno che due minuti prima ha fatto l’impossibile, la cosa diventa (involontariamente?) ridicola. Ora, se questa fosse stata una serie televisiva, probabilmente ci saremmo trovati di fronte alla serie più cool del momento, ma così non è purtroppo: questo è un film che annoia perché non spinge sul pedale del trash a fondo, ma si perde, usando simpatici trucchetti quali lo split screen o lo scorrere delle immagini all’indietro di cui si parlava all’inizio, abbastanza inutili, però, quasi quanto le citazioni colte e le battute stupide che si fanno scontate (la ragazza che ha appena finito di tirare cocaina che chiede all’amico come faccia a mangiare certe schifezze). Un altro sbaglio di questo film è quello di voler virare (anche) verso la spiegazione sociologica di certi comportamenti, verso la poesia di certi sentimenti giovani che ci raccontano di incubi e solitudini, ma questo lo rende, ancora una volta, un film non completamente riuscito, come si scriveva prima: del nostro “Elephant” abbiamo già goduto, e quindi sarebbe stato molto meglio se questo film ci avesse mostrato solo il trash, lo ripetiamo, il lato oscuro e drogato di Dawson, appunto, fino in fondo, senza compromessi, al di là di stupide morali. Così, invece, questo film ci lascia insoddisfatti, purtroppo. Siamo in attesa di una serie televisiva così, tuttavia. Con ansia.
http://www.rulesofattraction.co.uk/ visto da sand | marzo 26, 2004 12:39 | commenti (11) sabato, 20 marzo 2004
Coffee and cigarettes, caffè e sigarette, un film fatto solo di questo e di parole, parole inutili, parole senza senso, persone che non raccontano nulla, ma parlano: parole vive. Ignorati gli orrori del politically correct (cancellare dallo schermo le sigarette?) godiamo pure di questo film, un film leggero e surreale, sorseggiamolo con calma, aspiriamolo senza fretta. Questo più che un film, è una compilation di corti: umori e sapori a confronto, ogni personaggio ha la sua musica di accompagnamento, ogni persona ha il suo particolare tono di voce ed è proprio un peccato non poterlo sentire in questa versione italiana necessariamente doppiata (ma tanto chi ci andrà, ad ammirare questo piccolo gioiello?), ma non fa niente, per poter sentire ancora una volta la magnifica e catramosa voce di Mr. Tom Waits (qui nelle inedite vesti di un dottore immaginario) ricorreremo al dvd (il primo dvd da godere in funzione random, magari?) o ai cd. Caffè e sigarette si diceva, quindi. Il bianco delle sigarette e il nero del caffè, ma questo film è doppiamente in bianco e nero, bianco e nero non solo per i colori del suo argomento, infatti, ma anche perché girato proprio in bianco e nero. Un film dal sapore nostalgico e lontano quindi (anche perché iniziato a girare una ventina d’anni fa), forse che, anche così, il buon Jarmusch abbia voluto protestare contro il nuovo cinema americano e rifarsi ad un tempo in cui nei film (e nei cinema) si poteva fumare ancora? La sigaretta di Bogart: quanti ricordi, quanti sogni che evoca. Tuttavia bisogna chiarire che questo film non è un apologia del caffè e delle sigarette, il suo “messaggio” (ma i film hanno un messaggio, poi? Devono averlo?) non è: andate in qualche bar a drogarvi di caffeina e nicotina e beccatevi un bel cancro; no, sarebbe sbagliato leggere questo film in questo modo. I personaggi di questo film fumano come ciminiere e bevono caffè a profusione, certo, ma stanno sempre lì a ripetere come il caffè faccia venire un fegato così e le sigarette facciano venire il cancro e, come se non bastasse, lo stesso regista (il già citato Jim Jarmusch) ha dichiarato che non fuma e non beve più caffè che saranno anni, ormai. E allora di cosa parla questo film? Cosa è, questo film? Questo film è un elogio dell’ozio, piuttosto. Questo è un film che ci parla di quei piccoli momenti da godere tra un impegno e l’atro, tra una corsa e l’altra, quei momenti in cui fermarsi per un attimo, entrare in un caffè, appunto, incontrarsi con un amico, accendersi una sigaretta dietro l’altra, e parlare poi di tutto… lavoro, cose serie, stupidaggini. Arrabbiarsi anche, ridere, sorridere, leggersi un giornaletto inutile, rimediare un controllo dal dentista, parlare di Elvis e strambe leggende metropolitane, mostrare ad un amico le proprie passioni, escogitare metodi su come accelerare i propri sogni, addormentarsi. C’è ancora rimasto un po’ di tempo per fare tutto questo? Sì, no? Se avete almeno un paio d’orette, andatelo a vedere, questo film, ché si sta bene guardandolo, e c’è da divertirsi. Ricordatevi di non fumare però: oltre ad essere una cosa poco salutare, nei cinema è vietato! Vada invece per il caffè, ma ci sarà sempre tempo per questo, dopo il film, al bar, scambiando qualche chiacchiera con un amico, o con una ragazza conosciuta proprio in sala magari. http://coffeeandcigarettesmovie.com/ visto da sand | marzo 20, 2004 18:44 | commenti (18) venerdì, 12 marzo 2004
Questo film ci racconta di una realtà fatta di favola e magia. Colori accesi, mare che non si vede, trote imprigionate nei quadri, campagne aperte. Una realtà dove le persone sono biglietti da visita, i cellulari squillano sempre, gli adulti si baciano ancora in macchina come quando erano ragazzini. Un momento, questo film non sarà troppo simile alla nostra, di realtà? La tempesta del titolo si riferisce ad una serie di eventi che cambia e distrugge, vanifica, muta le vite dei personaggi principali e li fa rinascere. Agata è una libraia, “Libreria dei Quattro canti” si chiama la sua libreria, lavora con Maria Libera, fa il suo mestiere con passione, consiglia i libri; a forza di consigliare, fa innamorare non solo di personaggi immaginari, ma anche di sé stessa. Il giovane Werther, giovane e sposato, la ama, vita e letteratura si confondono talvolta: Agata, così, torna indietro nel tempo, diventa la ragazzina di cui sopra, quella che scambia baci clandestini in macchina, mentre sua figlia lontana ama un professore, intanto. Gustavo, invece, è il fratello di Agata, fa l’architetto, scopre la sua vera madre quando lei sta morendo, è stato venduto alla nascita, infatti, trova quindi il suo vero padre, lascia la fredda moglie, psicologa televisiva tutta interviste e statistiche, e inizia a prendersi cura della gallina Bianchina, elabora il lutto, non accetta uova ma vuole ancora Agata come sorella. Romeo, infine, è il vero fratello di Gustavo, ed è commerciante in vestiti, collage improbabili di colori rigati, grazie al suo lavoro le occasioni di tradire di continuo la moglie paraplegica Daria non gli mancano, è fatto così. Agata sta con un uomo sposato, Gustavo non è un buon padre, Romeo è una persona sbagliata e egoista. Ma non si sbaglia un po’ tutti, forse? Ecco che la tempesta, salvifica, interviene a mutare tutto, la realtà prende un verso sghembo e cambia, le cose non sono più come sembrano, la realtà diventa libro, le persone diventano personaggi immaginari e felicemente immaturi, il cinema un luogo in cui rifugiarsi dalle brutture della vita. In un vortice preso dal vento, la macchina da presa gira vorticosa, su sé stessa, le lampadine si fulminano, è stata la tempesta a mutare tutto, tutto va al suo posto, malanni e affanni vengono curati, la vita è trasformazione. Questo è un film leggero, e molto bello, ma forse un po’ troppo lungo e compiaciuto, quasi come un vestito di cui si sfilacciano le righe, portate via dal vento, sperdute. Un film dove ogni cosa, ogni evento, ha la sua ragione, i cattivi (o quelli meno buoni…) vengono puniti e i buoni vivono felici e contenti, facendo il lavoro che vogliono, liberi, amati e ricambiati. Un film dove ogni pezzo va al suo posto, proprio come nelle fiabe. Un film che vuole dimostrare, anche forzatamente, che è possibile trovare favole e felicità nella realtà. Perché non dovremmo crederci? visto da sand | marzo 12, 2004 08:51 | commenti (4) sabato, 06 marzo 2004
C’era una volta… un ragazzo e la realtà, le sue storie e le sue bugie. Fantasie. Un ragazzo che nacque che era già strano, espulso come un missile dal corpo di sua madre, e prese a crescere, inspiegabilmente, stava stretto nei suoi panni, tutto questo successe in chiesa, era forse un miracolo? Forse il suo acquario gli andava semplicemente stretto, aveva bisogno di spazi più grandi, aperti, forse aveva solo bisogno di un acquario più grande, per crescere. Decise, così, di andarsene in giro per il mondo, insieme al suo amico Carl, un tipo anche lui bello cresciuto. Carl prima viveva in una caverna e aveva sempre fame. I due presero due strade diverse, chi la strada buia e pericolosa, chi la strada chiara e conosciuta. La strada buia nascondeva insidie (ma il ragazzo non aveva paura di morire, aveva già visto la sua morte, quando era piccolo, nell’occhio cieco di una strega) ma anche un premio finale: una città bella e luminosa dove i bambini ti rubano le scarpe e le buttano via, non servono più, una città dove si sorride sempre e si mangia su sedie a dondolo. Sarebbe stato difficile andarsene da lì, eppure anche quella città era troppo piccola per quel ragazzo. Tornò, così, dal suo amico gigante. I due amici capitarono in un circo: c’erano nani e gatti volanti, ma un vero gigante… quello c’era? Certo che no: il suo amico aveva trovato un lavoro! Il ragazzo, invece, aveva trovato l’amore. Colpo di fulmine, lo chiamano. Ma per sapere chi fosse quella ragazza doveva faticare, anche tanto, far di tutto: il domatore, lo spazzino, il lava-persone, persino essere sparato da un cannone. Il ragazzo lavorava e il capo del circo (nano licantropo che si sentiva tanto solo) gli diceva una cosa alla volta, a fine mese, riguardo quella ragazza dai capelli color dell’oro e dal sorriso di zucchero, a mo’ di stipendio. Invece di soldi, sogni ad occhi aperti gli regalava! Il ragazzo finì il lavoro, e trovò il suo amore. Ma lei, la bellissima ragazza dei suoi sogni, era già promessa sposa ad un altro. Il ragazzo comprò un prato di fiori gialli, allora, solo per farla felice, e ci fu una zuffa col fidanzato cattivo. Il ragazzo continuava a sorridere, seppur sporco di sangue: aveva promesso alla ragazza che non si sarebbe battuto, lei lo preferì e l’amore trionfò. Ma ancora mille insidie aspettavano il nostro eroe, ché la sua vita era ancora lunga da quello che sapeva! Dovette andare in guerra, in terre lontane, in Cina, dove non poteva che incontrare due gemelle siamesi. Insieme scapparono dalla guerra, lungo fu il viaggio, e periglioso, preparando intanto spettacoli circensi! Tornato a casa, la più grande avventura aspettava ancora quel ragazzo: avere un figlio. Quel ragazzo era diventato un uomo. Iniziò a lavorare; continuava ad andare in giro per il mondo, certo, ma adesso per lavoro: faceva il rappresentante, dando una mano a tutti, anche ad amici rapinatori, se capitava, sgommando in macchina, proprio come nei film. Con i soldi guadagnati, quell’uomo comprò anche la città visitata in gioventù, giusto perché i sogni potessero continuare. Quell’uomo, infatti, non aveva più tempo per vivere le sue storie, adesso poteva solo raccontarle, a suo figlio, da vero papà. Quel figlio, strano, non voleva saperne però: non voleva un papà racconta-storie, voleva solo un papà. Il figlio diventò grande. L’uomo e suo figlio si divisero, e lo rimasero, per tanto tempo. Eppure erano così simili: suo figlio raccontava storie, proprio come suo padre! Le scriveva. Il tempo passava e quell’uomo invecchiò. Si ammalò. Ma nemmeno allora smise di raccontare, però: perché un uomo che racconta tante volte quelle storie, diventa quelle storie (questo lui lo sapeva, o forse no…), quelle storie vivono dopo di lui, e lui non muore più. D’altronde, perché non poteva esistere un posto dove gli uomini fossero dei pesci, in realtà, pesci in cerca solo di acquari più grandi, pesci da bagnarsi continuamente? Perché non poteva esistere un posto in cui le scarpe non servissero, un posto dov’era bello camminare a piedi nudi, sull’erba verde? Era tanto difficile? Perché non poteva esistere un posto dove i pesci camminassero prima a piedi nudi (sì, pesci con i piedi), e poi tornassero nel fiume magari, invece di morire e finire sotto terra? Quei posti era vero che esistevano, sì. Perché queste non erano bugie, ma storie, vere, fantasie, e lui viveva, sì, e non moriva, mai, e la morale di tutta la storia era solo che: “Bugiardo è, chi il bugiardo fa”, come gli aveva detto, più o meno, un suo amico, una volta, tanto, tanto, tempo fa. Continuò a vivere, così, felice e contento, l’uomo che diceva sempre la verità… era, quello, il nuovo modo di inventare.
www.sonypictures.com/movies/bigfish/site/index.php visto da sand | marzo 06, 2004 14:44 | commenti (6) |