sabato, 28 febbraio 2004
Un po’ di tempo fa capitò di vedere in televisione un’intervista in un programma di storie maledette, l’intervistato era un antiquario di Brescia attratto da donne magre, ossute, scheletriche. La sua era un’ossessione che lo aveva spinto a lasciare la moglie e a cercare un’altra donna da poter modificare, una donna da dimagrire, per poterla così amare, una donna che, quando lo lasciò, finì per uccidere. Quello che colpiva di quella sua intervista, più che le parole forse, era l’aspetto dell’assassino: una parte del viso era libera da barba e capelli, la parte sinistra, invece, era coperta dai capelli, e nascosta da una folta barba. A voler simboleggiare la doppia natura dell’uomo, spiegava, lucido, l’intervistato. Da questo fatto di cronaca nera prende ispirazione il nuovo film di Matteo Garrone, già regista del livido e raggelato “L’imbalsamatore”. Anche qui, come nel film precedente, troviamo una coppia, e il racconto della loro relazione ambigua, esclusiva, isolante. Gli attori sono la bravissima Michela Cescon, già vista nella pasoliniana Orgia, e l’impacciato ma sincero Vitaliano Trevisan, non attore ma scrittore nella vita vera. Il suono è in presa diretta, talvolta un po’ confuso quindi, ma le musiche della Banda Osiris sono bellissime, e ogni scena è un suggestivo dipinto. Questo è un film angoscioso, forse anche più del film dove si raccontava del laido tassidermista, perché ci racconta di una cosa che può toccarci da vicino, noi tutti, l’amore, quello estremo, soffocante, quell’amore totalizzante che può portare all’annullamento di sé per la persona amata. Un film scarno che va ancor più scarnificandosi, col procedere della pellicola, va perdendo letteralmente carne, e sostanza, diventando pura forma, proprio com’è accaduto nella realtà all’attrice protagonista, un film le cui immagini, a stomaco vuoto, vanno diventando confuse, sfocate allucinazioni. Vittorio al primo incontro dice a Sonia che se l’aspettava diversa, più magra, e certo questo non è il modo migliore per intraprendere una relazione sentimentale; ma Sonia ha la “testa”, proprio la testa cercata da Vittorio, basterà adesso modificare il corpo perché Sonia sia perfetta, per lui. E proprio questo succederà, Sonia, accortasi dei desideri di Vittorio, prenderà a dimagrire, costantemente, svegliatasi la mattina, il suo primo pensiero sarà pesarsi, sulla precisa bilancia, segnare, meticolosa, anche la più minima perdita di peso, arriverà a non mangiare quasi più, a non poter mangiare più, dato il frigo vuoto, vedrà cosce di pollo lì dove vi sono solo cipolle, arriverà agli svenimenti, alla ricerca pazza e colpevole di cibo. Sonia fa la modella per gli studenti di belle arti, il rapporto con il suo corpo è continuo quindi, il suo corpo è nudo, offerto agli sguardi di tutti, compresi noi spettatori, il dimagrimento è notevole, davanti allo specchio, il cambiamento, il mutamento è accecante: è Vittorio che la sta cambiando, lui è un orafo e le sa bene queste cose, bisogna raschiare via tutto il superfluo, le impurità, perché solo ciò che è di prezioso resti. Vittorio tornerà a vivere, nel presente, solo quando Sonia sarà diventata magra, nel futuro, proprio come la desidera lui, quando lei sarà diventata bella ai suoi occhi, avvizzita come un fiore assetato. E non è proprio (anche, talvolta) questo l’amore? Quello totalizzante, quello malato, che porta alla modificazione, consapevole e non, dell’amato e di sé stessi, affinché il rapporto sia perfetto, prezioso. È stato scritto che questo è un film sull’anoressia, non crediamo sia così, o almeno non è solo così, questo è un film sull’Amore, su quella cosa che, nel peggio, spinge due persone a rinchiudersi fuori dalla vita, da sole, a vivere insieme in una torre, in un bosco, lontane da tutto, da tutti. Questa è la nostra visione. Un film angoscioso, lo ripetiamo, forte e duro, si arriva alla fine, spossati, pensierosi… è forse raro quello che è raccontato in queste immagini? Quando tutto finisce, tra pianti e sofferenze, ce ne rendiamo conto, abbiamo semplicemente sbagliato, rassicuriamo noi stessi, illusioni, si chiamano, in un amore malato, confuso, ci siamo cambiati, e forse un po’ uccisi… insieme.
http://www.primoamoreilfilm.it visto da sand | febbraio 28, 2004 17:21 | commenti (6) mercoledì, 18 febbraio 2004
Immaginate di avere un computer. Immaginate di voler capire come funziona, questo computer. Immaginate di non avere il libretto d’istruzioni. Immaginate che l’unico modo per capire questo computer sia prima smontarlo pezzo per pezzo e poi rimontarlo. Ne sarete capaci? Ecco a voi la tecnica hacker (pirati del computer? No, grazie) denominata reverse engineering. Ingegneria alla rovescia. Dovrete essere molto bravi per fare questa cosa, precisi, concentrati, attenti. In questo film troviamo un ingegnere che lavora proprio così, alla rovescia, compra nuove tecnologie, le smonta, le capisce, le migliora. Un vero hacker. Funziona così, anche il film: abbiamo tanti pezzi smontati, da questi pezzi dobbiamo ricavare il tutto. Questo è un film che si inserisce nel filone fantascientifico che riflette sul futuro (o dovremmo dire nel filone “dickiano”, visto che l’autore di queste riflessioni è sempre lo stesso, il saccheggiatissimo P.K. Dick?), lo stesso filone in cui s’era inserito “Minority Report” (ancora P.K. Dick, appunto) di Spielberg: solo che mentre lì avevamo dei pre-cog stanchi di vedere il futuro, qui invece abbiamo un coscienzioso ingegnere che costruisce una macchina per prevedere il futuro e rendendosi conto dell’aberrazione inventata deciderà di distruggerla . Certo non è facile, in un film, mettere insieme le geniali intuizioni di Albert Einstein, le fosche paranoie di Philip Dick e la veloce spericolatezza di John Woo (a dir la verità qui un po’ meno spericolato del solito, tranne che per la magnifica corsa in moto s’intende), e infatti questo film, sicuramente più ottimista del originale racconto dickiano, non ci riesce. Troppo spesso il regista s’impantana in melasse sentimentali e dialoghi stupidi, infatti, troppo spesso gli attori ci sembrano fuori forma; tuttavia questo resta un film godibile per chi è appassionato del genere ed è interessato a questo tipo di tematiche. La storia è semplice: il suddetto ingegnere scopre come costruire la macchina per prevedere il futuro, per questo viene pagato circa novanta milioni di dollari. A fine lavoro però non ricorda nulla di quello che ha fatto, di quello che scoperto, di quello che ha realizzato: infatti i suoi datori di lavoro prelevano “materialmente” tre anni di vita (ricordi, scoperte, nozioni… tutto) dal suo cervello, solo così saranno in grado di costruire la macchina. L’accordo era questo, affinché l’ingegnere non rivendesse le informazioni. Tuttavia non tutto va per il verso giusto: quando l’ingegnere andrà a ritirare i soldi si troverà braccato dall’ FBI e dai suoi precedenti datori di lavoro. Quelli vogliono arrestarlo per spionaggio, quest’altri vogliono ucciderlo. Come se non bastasse, il povero ingegnere invece dell’assegno milionario del titolo si ritroverà solo con una busta auto-speditasi contenente una manciata di stupidi oggetti comuni senza valore… cosa è successo? Il film si svolge così, come un puzzle, ogni pezzo al suo posto, ognuno di quegli oggetti servirà a qualcosa, e noi spettatori seguiremo l’ingegnere in questo suo percorso all’inverso, stesi tutti gli oggetti sul letto, per capire cosa sia veramente successo, a cosa servano quegli oggetti… un percorso a ritroso. Reverse Engineering, appunto. In conclusione, stupisce che questo film l’abbiano fatto gli americani; infatti da parte del regista (di origine cinese, comunque) ci sembra di intuire una certa critica strisciante a degli accadimenti di stretta attualità… o è questa solo un’ironica, presuntuosa, consapevolezza di dove si è già arrivati? Loro la guerra preventiva l’ hanno già fatta. Guardate quanto siamo bravi, allora, abbiamo superato anche i più incredibili racconti di fantascienza, sembrano dirci gli americani. Ovvero, scusateci la banalità, quando la realtà supera la finzione… purtroppo.
visto da sand | febbraio 18, 2004 12:02 | commenti (16) mercoledì, 11 febbraio 2004
Cosa rimane di una guerra? Cosa succede dopo? E prima cosa è successo? E durante? I mezzi di comunicazione sono tanto bravi a rispondere a queste domande (a rispondere quello che vuole, s’intende), ma qualcuno ci ha mai detto cosa succedeva veramente sotto il regime talebano, al di là delle solite cose da propaganda? Qualcuno ci ha mai mostrato quello che succedeva in Afghanistan? Questo piccolo film afgano, il primo girato nell’Afghanistan post-talebano, tenta di fare proprio questo, mostrarci cosa accadeva in quei giorni, nell’Afghanistan martoriato dai talebani: il suo è uno sguardo interno, quello del regista esordiente Siddiq Barmak, egli dirige un film ispirato ad una storia vera. Questo è un film girato con umiltà di mezzi, un film girato con estrema pietà, un film che andava girato, al di là di tutte le regole cinematografiche, per mostrare quello che è successo, perché il Cinema diventasse ancora una volta racconto: emozione, commozione… verità. Il film si apre con una frase di Nelson Mandela: “Non posso dimenticare, ma posso perdonare”. Un mare blu di donne-burqa, ecco la prima immagine, la loro è una manifestazione per il diritto al lavoro: il regime talebano non permette alle donne di lavorare, e, come se non bastasse, queste donne non possono nemmeno uscire di casa se non accompagnate da un uomo. Sono delle sepolte vive, in pratica. La loro rivolta viene sedata con violenti getti d’acqua, getti “purificatori” secondo la mentalità talebana. Ma ci sono donne che vivono, sotto quei burqa, oppure sono solo burqa che camminano, quelli? L’impressione è quello di annichilimento dell’identità, totale annullamento del femminile. Questo film ci racconta la storia di tre donne (tre generazioni di donne: nonna, madre, figlia) impossibilitate a mangiare, vivere, perché non c’è uomo che possa prendersi cura di loro. Se solo avesse avuto un figlio, invece di una figlia, si dispera la mamma. Eppure qual è la differenza tra uomo e donna, dice la saggia nonna della bambina protagonista? È così semplice cambiare una donna in un uomo, racconta la nonna, straordinaria figura consolatrice, basta passare sotto l’arcobaleno, cambiarsi i vestiti, tagliarsi i capelli. Ecco quindi che la realtà diventa storia, favola, come quelle raccontate dalla nonna: alla bambina vengono tagliati i capelli, cambiati i vestiti, la bambina diventa un bambino, Osama va a lavorare. Nel frattempo i capelli vengono messi a crescere in un vasetto di terra, innaffiati da una flebo… quasi a voler simboleggiare la speranza in giorni migliori. Ma quanto può durare questo nascondimento? La sua natura femminile, la sua natura di bambina, quanto possono essere messe da parte? Quanto dura il tempo di una favola? La piccola protagonista disegna la figura di una bambina, capelli lunghi, sul vetro appannato della bottega dove lavora, gioca alla corda, sogna di giocare, come se solo questo bastasse a renderla libera, come se un sogno bastasse a renderle la Libertà. Sale su un albero a cercare la pace, a dimostrare che lei, sì, non è una femmina… sarà appesa, infine, in un pozzo, piangente, disperata, costretta a mostrare la sua natura, impura, da infedele. I talebani, religiosi laidi e violenti, troveranno comunque in cuor loro la “bontà” di perdonarla, la lasceranno in vita, con un marito che si prenderà cura di lei donandole un lucchetto… ma è vero perdono, questo? Ecco, allora, che, ancora una volta, questo film si fa racconto, racconto doloroso, per bocca di tutte le donne “rinchiuse” (ad ognuna il suo lucchetto), racconto di tutte le brutture sofferte, di tutte le sofferenze patite. Il film si chiude con un pudico gesto di pietà, non mostrando quello che accadrà ”dopo”… ma questo non significa certo che non accadrà. La prima domanda che ci viene in mente, alla fine di questo film è: ma queste cose quanto tempo fa accadevano? Ecco, infatti, quello che colpisce in questo umile racconto per immagini è l’”ancestralità” di queste immagini: si vedono città cadenti, costruite su macerie, materiali e spirituali, persone che vestono con abiti antichi, persone che quasi non hanno scarpe, ospedali sporchi e precari, bambini storpi, donne lapidate, uomini uccisi solo perché hanno voluto mostrare l’Orrore. Edifici (nuovi) che crollano. Quanto tempo fa accadevano queste cose? Giusto un paio d’anni fa, ecco. E probabilmente queste cose non le avremmo mai viste se tutto ciò non fosse (già?) finito. E allora, è (stato) giusto combattere tutto questo? Questo è un film che pone domande scomode: erano umani, i talebani? Cosa volevano? Cosa cercavano? Era (è) una cultura, la loro? Una religione? E noi? Chi siamo? Dove andiamo? Cosa facciamo? Sono domande queste che conducono in territori impervi, domande scomode, appunto, che possono portarci a nuovi interrogativi, oppure a conclusioni atroci, e talvolta ben più dolorose delle domande stesse. L’unica cosa che ci sentiamo di dire (condividere?) è quella letta all’inizio del film: “Non posso dimenticare, ma posso perdonare.” Questo film mostra quello che succedeva una volta in Afghanistan, quello che può succedere ancora, e succede già, forse… in qualsiasi altra parte del mondo. Le risposte restano a noi, persone civili e “civilizzate”, insieme ad una certa sensazione di orrore, di stringimento al cuore.
visto da sand | febbraio 11, 2004 09:33 | commenti (10) mercoledì, 04 febbraio 2004
Ed anche questa trilogia è finita. Il re è tornato, come affermato proditoriamente (ci svela il finale!) nel titolo: il bene ha vinto, il male ha perso. Anzi, come si dice? Il Bene trionfa, il Male perisce. La cosa strana è che, in questa storia, si vince anche (e soprattutto?) grazie ai personaggi più “deboli”: piccoli uomini, donne guerriere, maghi anziani, principesse elfiche che rinunciano all’immortalità. Vecchi, donne e bambini… proprio quelle persone che in guerra vanno messe subito al riparo perché le più inadatte al combattimento. Eppure… eppure in un mondo di fantasia, com’è quello narrato da Tolkien, sono proprio questi personaggi ad avere una parte importante nella storia. Agli Hobbit, popolo di mezzi-uomini (come qualcuno in modo dispregiativo li chiama), vengono affidate le sorti di un mondo intero: distruggere l’Anello per la salvezza dell’Umanità, aiutare le Forze della Luce contro le Forze dell’Oscurità. Ecco quindi che inizia il lungo, lunghissimo viaggio (durato 3 libri… 3 film), che porterà la Compagnia dell’Anello ad attraversare tutte le terre conosciute, a combattere contro orchi, troll, nazgul, a difendere l’Anello, che non possa essere preso di nuovo dal povero Gollum, che non possa cadere nelle mani di Saruman, che non possa essere visto dall’occhio di Sauron, che venga alfine distrutto per sempre. Questa è l’ultimo film della trilogia e, nello specifico, troviamo i nostri eroi, ormai separati, da una parte a combattere contro eserciti oscuri e malvagi per la difesa di Minas Tirith, dall’altra a scalare il Monte Fato per la finale distruzione dell’Anello nei suoi fuochi eterni. Ma le cose non sono come sembrano e la parte più difficile è proprio quella affidata a Frodo e Sam: il loro è un viaggio più difficile perché è (anche) un viaggio interiore, i fantasmi, le oscurità che combattono sono (anche) dentro di loro. Lontani ormai dalla loro amata Contea, casa dolce casa, sono accompagnati nel loro viaggio dall’infido, dolce, Gollum: e chi è (cosa è?) Gollum se non la parte più nascosta di noi, la parte più oscura? Smeagol, questo il vero nome di Gollum, era un hobbit, anche lui, prima che l’Anello lo soggiogasse e non lasciasse emergere la sua parte più cattiva, più malvagia. Una volta perso l’Anello (per il quale aveva ucciso, facendo così il primo passo nell’Oscurità), passerà il resto della sua misera vita, schizofrenico, pazzo, sofferente, alla continua ricerca del suo “tesssoro”, ogni suo gesto, ogni suo pensiero, sarà rivolto a quel piccolo, ma così potente, anello. Questo allora è anche un film sul Potere, sulla voglia di averlo, sull’Avidità, e come essa può distruggerci. Ma a cosa serve il Potere se si è asserviti ad esso? È vera pace quella del Gollum che stringe tra le mani, sorridente, il suo “tesssoro”? Il viaggio di Frodo e Sam è quello più difficile, perché è un viaggio che li porterà dentro sé stessi: sono così forti da poter rinunciare all’Anello? Qual è la loro parte dominante: quella buona, o quella cattiva? Solo morendo, ci si può conoscere, è questo è un film dove l’idea della Morte è presente, quasi soverchiante forse: dai cavalieri morti senza onore che non trovano pace, fino alla morte apparente, morte spirituale rischiata, di Frodo. La Morte è una regione da attraversare, come dice Gandalf, perché solo attraverso di essa ci può essere una vittoria, e quindi un nuovo inizio. Bisogna affidarsi a se stessi, pensare i tempi di Pace (Frodo e Sam trovano la forza di andare avanti solo pensando a quello di cui godranno una volta tornati a casa), e fidarsi degli amici (confidare nell’Amicizia, come unico valore certo), solo così si potranno superare quegli antri oscuri e maligni. Certo il viaggio sarà duro, difficile, aspro, cattivo… ma non tutte le lacrime fanno male, come insegna ancora Gandalf. “[…]cercare e saper riconoscere chi o cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”, così scriveva un altro grande raccontatore di storie qual era Italo Calvino. Per Frodo e Sam quello che non è “inferno” è rappresentato dalla loro amata Contea, ed è proprio questo pensiero che li porta al superamento delle prove più difficili, alla vittoria, alla salvezza; se si fossero lasciati accecare dal potere e dall’avidità, il loro destino sarebbe stato quello di diventare dei pallidi gollum qualsiasi. Tutto ciò che hanno passato, visto, vissuto, diventa quindi un libro scritto da loro stessi, per non dimenticare, un libro di insegnamenti, ma anche di avventure da godere e poter raccontare… un film che ancora oggi fa sognare, con gli occhi lucidi, chi ancora una bella storia sa ascoltare. http://www.lordoftherings.net/ visto da sand | febbraio 04, 2004 18:42 | commenti (13) domenica, 01 febbraio 2004
"La 25esima ora" è un film basato su un’idea molto semplice: racconta l’ultima giornata di libertà di uno spacciatore di New York. Monty, questo il nome dello spacciatore, sa che il giorno dopo andrà in prigione, e vive la sua ultima giornata da uomo libero non facendo nulla di speciale, semplicemente salutando amici e famiglia. Da questa idea semplice scaturisce un film senza azione, immobile, formato solo da dialoghi, non sempre così profondi e a tratti noiosi. Questo film sembra retorico e pretenzioso, doveva essere anche un film su New York, la nuova New York post-11 settembre e invece dov'è New York? Si vedono solo i fantasmi di luce delle torri gemelle, New York è diventata una città fantasma allora? Un film nichilista e vuoto, svuotato, attraversato da personaggi superficiali e stereotipati: il professore fallito innamorato della sua allieva, il broker senza scrupoli che altri non è che la controparte "legale" di Monty, la bellona di turno, il padre alcolizzato.... lo stesso Monty chi è? Un ragazzo sensibile e intelligente che si è perduto.... perchè? Com’è successo? Non ci è dato saperlo. Personaggi che si muovono come fantasmatiche presenze senza fare (poter fare) nulla, non vanno da nessuna parte, parlano solamente, si tormentano. Un film dilatato e sospeso, grottesco in certe sue parti, incompiuto in altre, e forse era proprio quello che voleva il regista, ma anche insopportabilmente scontato: la "sparata" di Monty allo specchio, il suo specchio, piena di luoghi comuni, cosa significa? Cosa sta a rappresentare? E’ inutile nella sua sfrontata retorica fintamente "politically un-correct". L' unica scena che emoziona è quella quando Monty implora l' amico di picchiarlo, di sfigurarlo per non essere oggetto di particolari attenzioni in carcere, renderlo altro da se quindi, diverso da quello che è ed è diventato a causa delle sue scelte, nella speranza di una nuova possibilità di vita? Una scena sincera e disperata, finalmente succede "qualcosa" in questo film che in certi suoi passaggi si avvicina pericolosamente al mondo delle soap-opera. Anche il finale "finto" è ambiguo, cos'è? Un feroce sarcasmo verso il "Marlboro Country" oppure la potenza salvifica dell' American Dream? Il sogno di poter iniziare una nuova vita, la famosa seconda possibilità data da un paese così libero come l’America, potercela fare, sempre e comunque.... quello che ci troviamo intorno è solo il deserto, però. Ma quel viaggio verso il carcere, l' ultimo viaggio, quell'ora onirica e disperata non è altro che "la venticinquesima ora", appunto, l'ora che non c'è, quella di una nuova vita, l'ora che ci vorrebbe dare la possibilità di iniziare una vita diversa, un'ora che non esiste però, un’ora che non può esistere se non nei nostri sogni più irrealizzabili. visto da sand | febbraio 01, 2004 10:41 | commenti (17) |