spoiling days cinema
«Chiediamo solo questo: le gomme vanno appiccicate sotto le poltrone o inghiottite in fretta, i sacchetti di popcorn lasciati all'ingresso. Il film non ha un finale a meno che non siate voi a scriverlo... Spegnete le luci». (weldon kees)

venerdì, 30 gennaio 2004

21 grams

Dicono che quando si muore il corpo perde 21 grammi. Il peso di una manciata di spiccioli, di una barretta di cioccolato, di un colibrì. Questo film ci racconta di cosa è fatta la materia di quel peso, dove vanno a finire quei 21 grammi… Vendetta, colpa, amore?

Questo film ci parla di tre persone, tre vite spezzate, tre coppie distrutte.

Cristina Peck, interpretata da Naomi Watts, è la donna che ha perso marito e figli in un incidente: “La vita non va avanti”, lei dice; Jack Jordan, interpretato da Benicio Del Toro, è l’ex-galeotto, adesso cristiano fondamentalista convinto, che ha provocato l’incidente: “Dio sa anche se ti si muove un capello in testa”, lui dice; Paul Rivers, interpretato da Sean Penn, è il professore di matematica che è tornato a vivere grazie al cuore donato dal marito di Cristina: “Sono buono di cuore”, lui dice.

Questa non è una storia che va avanti normale però, il tempo è sconnesso, frammentato, sfilacciato: questo film è come i ricordi, tornano improvvisi, senza logica; questo film è l’attimo prima della morte, quando tutta la vita ti scorre avanti… Come un film.

Il meccanismo non è perfetto come in “Memento” di Christopher Nolan, ma con lo scorrere del tempo è semplice riannodare le fila del racconto, scioglierne i nodi più complessi: questo film, girato quasi completamente con una camera a mano dal messicano Alejandro Gonzalez Innaritu, è da rivedere, la seconda, la terza, la quarta volta, anche di più, perché ogni visione può essere (è) diversa. Ogni visione è una scoperta: questo è un film infinito che ci parla della vita.

L’immagine è sgranata, le parole sconnesse, gli occhi arrossati… dov’è la strada da seguire? Ancora… Vendetta? Colpa? Amore?

È possibile la speranza? È possibile una nuova vita?

È possibile rinascere?

Quanto si perde, quando scompaiono, quei 21 grammi, quanto si guadagna?

In ogni numero c’è un mistero, dicono nel film… in ogni vita, una possibilità di poesia.

 

“La Terra ha girato per portarci più vicini

 Ha girato su se stessa e poi su di noi

 Fino a quando finalmente ci ha portato insieme

 In questo sogno”

http://www.21-grams.com/

visto da sand | gennaio 30, 2004 10:07 | commenti (9)

martedì, 20 gennaio 2004

alla ricerca di nemo

Se un pesce piange non puoi vederne le lacrime, certo, è perché vive in fondo al mare e le sue lacrime si perdono nell’immensità dell’oceano. È così che inizia, più o meno, il nuovo film della ditta Pixar, in modo sorprendentemente tragico per essere un film per bambini: c’è una coppia di pesci pagliaccio (nomen omen, sì, ma non in questo caso però) in dolce attesa di qualche migliaio di cuccioli che viene assalita da un non meglio identificato mostro degli abissi. Marlin, il padre di famiglia, ripresosi dopo aver battuto la testa, si rivelerà essere l’unico sopravvissuto oltre all’unico figlioletto scampato che chiamerà Nemo. Come se non bastasse questo figlioletto nascerà con una pinna atrofica, la “pinna fortunata” come la chiama il padre, e con lui lo stesso Nemo, in modo politicamente corretto: un figlio handicappato, quindi?

In apertura si diceva del modo tragico in cui inizia il film, e questo ulteriore particolare che caratterizza il personaggio principale, un particolare non di poco conto nell’economia della storia, stanno a dimostrare ancora una volta, come se non ne fossimo già convinti, che questi cartoni animati (al computer, in questo caso) non sono semplicemente roba per bambini di cui vergognarsi una volta usciti dal cinema tra mamme ansiose e bambini festanti, ma sono veri e propri film godibilissimi anche da adulti.

Ecco allora che tra gustose citazioni di Psycho, Shining e Pinocchio, questo film scorre leggero, ma anche pensoso, alla maniera di quello che sembra essere un racconto di formazione ma al contrario, questa volta: in questo caso è il padre a dover imparare qualcosa, e non il figlio.

Il padre deve imparare a lasciar libero il figlio, smetterla di essere apprensivo per quel suo piccolo “difetto”, fargli vedere il mondo, l’infinito oceano, il profondo blu. Certo potranno capitargli cose cattive, là fuori, ma cosa potrebbe fare altrimenti? L’alternativa sarebbe restare sempre chiusi in casa, e sai che noia!

Questo film ci racconta, appunto, di quando succedono le cose “brutte”: Nemo si perde, catturato da un sub, e il padre disperato va alla sua ricerca, attraversando l’intero oceano, facendo gli incontri più eccentrici e disparati tra simpatiche tartarughe e pescioline smemorate, pesci dentisti e squali buoni, e superando le insidie più insidiose come urticanti meduse e feroci rane pescatrici.

Con un po’ di ottimismo e fiducia, potrà mai andare a finire male?

Ci premuriamo, concludendo, di darvi un’avvertenza: a film finito non fuggite subito dalla sala, i titoli di coda sono una vera e propria chicca da godere fino in fondo.

http://www.disney.it/Film/nemo/

visto da sand | gennaio 20, 2004 11:36 | commenti (4)

sabato, 17 gennaio 2004

the last samurai

Che fine fa un soldato quando finisce una guerra? Forse questo soldato diventa un fenomeno da baraccone, per guadagnarsi da vivere: rievoca i tempi andati e le sue gesta gloriose, senza più riuscire a vivere nel presente perché è il passato a bruciare. Così, all’inizio del film, ci viene presentato il capitano Nathan Algren: un uomo distrutto, annullato dai rimorsi, ossessionato dagli incubi, il cui lavoro è raccontare le battaglie in cui ha ucciso e a cui è scampato al solo scopo di vendere fucili. Questa è l’America di fine ‘800, terra promessa di soldi e progresso, terra strappata agli indigeni, pellerossa, selvaggi, indiani, gente di cui liberarsi con ogni mezzo, terra rubata. Ma se per rubare questa terra hai ucciso uomini, donne, bambini, non puoi vivere bene, anche se sei un soldato professionista, anche se eseguivi solo gli ordini, di notte hai gli incubi, di giorno bevi per dimenticare. Ecco, paradossalmente, per il capitano Algren l’unico modo per dimenticare quegli incubi che lo ossessionano sembra essere quello di partire per un altro mondo, un'altra terra, un'altra guerra da combattere, altri selvaggi da uccidere. I giapponesi vogliono che il loro paese si modernizzi, ma per fare questo devono liberarsi dei “selvaggi”: in America questi venivano chiamati “pellerossa”, in Giappone li chiamano “samurai”. Alla fine sono sempre persone pericolose, diverse, di cui liberarsi, non c’è nessuna differenza . Il lavoro che viene offerto al capitano Algren è quello di addestrare spauriti contadini giapponesi per mutarli in macchina da guerra, legione, esercito; la sua risata di risposta è sarcastica, ma i suoi occhi brillano ancora una volta: del resto si tratta del suo lavoro, uccidere dei selvaggi, guadagnerà tanto e bene in poco tempo, sarà un modo per sentirsi vivo ancora una volta, un modo per dimenticare per un po’ i suoi incubi personali anche. Il capitano Algren non immagina che proprio in quella terra lontana, troverà quella pace tanto cercata.

Il capitano inizierà il suo lavoro, una volta arrivato in Giappone, ma proprio la prima battaglia si rivelerà per lui una pesante sconfitta: quei contadini erano troppo inesperti per vincere, troppo impauriti da quei samurai, antichi guerrieri apparsi nel bosco come fantasmi, demoni tra la nebbia, spiriti orgogliosi di un mondo che andava scomparendo, e dopo una strenua difesa proprio lui sarà l’unico prigioniero a venire catturato.

Per lui sarà l’inizio di una nuova vita, come prigioniero impossibilitato a scappare non potrà far altro che immergersi in questa nuova cultura, in questo nuovo mondo, e, come antropologo quindi, osservare, guardare, annotare, diventare l’altro, tentare di capire. Egli scoprirà un mondo affascinante, prezioso, autentico, un mondo dove l’idea di perfezione è sempre ricercata, un mondo in cui se passi la tua vita a cercare il fiore perfetto, la tua vita non sarà andata sprecata. Un mondo fatto di regole e di onore, un mondo in cui la morte non è una sconfitta , un mondo per cui vale ancora la pena di combattere, e proprio questo convincerà il capitano Algren a passare dall’altra parte per combattere fianco a fianco con gli ultimi samurai in difesa di questo mondo destinato tristemente a scomparire, inquinato da un altro mondo governato da altre leggi, altre regole, un mondo affamato di denaro e del potere che questo può dare. È un mondo migliore questo, dove uomini in abiti diversi dai loro camminano grotteschi accanto a donne in kimono e contadini sparano incerti contro orgogliosi samurai?

Tanti anni fa un certo Sun-Tzu scrisse un libro chiamato “L’arte della guerra”, dovremmo forse scandalizzarci di un libro che c’insegna quest’arte? La guerra fa parte delle nostre vite, la impregna, insanguina il nostro mondo, lo sporca di dolore e di delitto. Quel libro, come questo film, serve solo a farci riflettere: sul nostro mondo, sui noi stessi, sui nostri sbagli.

Il nostro sbaglio è uno, e uno solo: non vedere chiaramente i nostri nemici. Il nemico non è quello là fuori, quello che la pensa diversamente da noi, il nemico è quello dentro di noi, quello che ci spinge a uccidere una persona solo perché vuole pensare, vivere, diversamente da noi.

Questo è quello che dovremmo fare, conoscere il nostro nemico.

Questo è quello che dovremmo capire, cercare di vivere in pace.

 

http://lastsamurai.warnerbros.com/html_index.php

visto da sand | gennaio 17, 2004 11:21 | commenti (3)

domenica, 11 gennaio 2004

il cartaio

Questo sarà l’ultimo film di Dario Argento che andremo a vedere al cinema! Non perché sarà l’ultimo film girato dal maestro dell’ horror all’italiana (una volta!), ma semplicemente perché, dopo il precedente “Non ho sonno” e questo “Il cartaio”, non sprecheremo più il nostro tempo per dei film così. Il problema non è buttare via soldi, infatti, il problema è che proprio difficile restare in sala il tempo necessario per vedere questi film. Nelle intenzioni dell’autore questa pellicola sarebbe dovuta essere il ritorno alle atmosfere thriller degli esordi, piuttosto che a quelle horror, un film che avrebbe dovuto tenerci incollati alle poltroncine, sudando freddo, sobbalzando ad ogni minimo rumore, perduti nel terrore. Ma un motivo ci sarà se uno dei maggiori critici cinematografici italiani ha confessato di essere uscito dalla sala prima della fine del primo tempo. Questo film è brutto. Argento sembra aver perso il tocco, lo sguardo, la visione: questo film non avvince nella curiosità, non inchioda nella paura, non stringe la bocca dello stomaco nell’ansia. Al contrario questo è un film che scorre lento, noioso, e non bastano un paio di citazioni da quel capolavoro che è “Il silenzio degli innocenti” per renderlo agghiacciante e livido di suspance; inoltre qui non ci troviamo nemmeno di fronte ad attori del calibro di Jodie Foster e Anthony Hopkins, anzi, la recitazione appare spesso povera ed incerta. Aggiungeteci poi una storia scontata e inverosimile (una polizia velleitaria e incapace che si fa aiutare da un odioso ragazzino a giocare a videopoker contro un improbabile e stupido serial-killer per salvarne le vittime) e un finale ridicolo e inutile (l’ultima scena!) ed ecco a voi servito il ritorno del maestro del brivido (una volta!) Dario Argento. Siete proprio sicuri di volerlo andare a vedere?

Alcuni spunti interessanti ci sono, tuttavia, per esempio l’idea dei mass-media che, affamati, sfruttano il dolore umano (le ragazze rapite e torturate in diretta, via chat) o ancora, sempre riguardo i mass-media, la loro invasiva e fastidiosa presenza nelle nostre vite (il personaggio che riprende, goffo e maldestro, tutte le sedute della polizia contro il cartaio), ma queste sono poche cose, svolte e sviluppate anche male, per considerare questo film come minimamente interessante.

Per finire, ancora un appunto: era proprio necessario far urlare, fastidiosamente peraltro, quelle povere ragazze per tutto il tempo della partita? Tanto più che il cartaio le aveva imbavagliate! Mah!

visto da sand | gennaio 11, 2004 10:48 | commenti (1)

martedì, 06 gennaio 2004

monsieur ibrahim e i fiori del corano

Nessuno conosce il nome di Ibrahim, nessuno tranne noi, gli spettatori, ma solo perché possiamo leggerlo sul manifesto del film. Tutti lo chiamano ‘l’arabo’ che, come lo stesso Ibrahim ci spiega, significa che la sua bottega resta aperta dalle otto di mattina fino a mezzanotte, anche di domenica. Ibrahim legge il Corano e rischiara di saggezza lieve quello che potrebbe sembrare un film triste, ma non lo è. Certo la storia che questo film racconta è una storia che sa di abbandono: la moglie che abbandona il marito e il figlio, il padre che a sua volta abbandona il figlio, il figlio che rimane solo. Ma il film non finisce qui, e quella che può sembrare una storia triste diventa una storia di rinascita, una rinascita al tempo di rock‘n’roll, musica giovane e leggera che punteggia tutto il film e fa ballare i giovani protagonisti, perché come dice Ibrahim quando balli diventi quasi un angelo e sei più vicino a Dio. Ibrahim diventa padre ed educatore del piccolo Mosè, ragazzino abbandonato a se stesso, per ogni cosa ha una parola di spiegazione, e Mosè lo ascolta attento perché “se vuoi capire la vita non leggi mica un libro, ma parli con qualcuno”. Ibrahim spiega che la bellezza è ovunque, e per essere felici basta sorridere. La storia raccontata da questo film è una storia ottimista anche dal punto di vista politico, infatti Ibrahim è un musulmano e Mosè un ebreo. Ma questo non ferma la loro amicizia, anzi per i due protagonisti, così lontani così vicini, questo problema non esiste proprio: ognuno cerca di donare all’altro un qualcosa, Ibrahim dona la sua anziana saggezza e Mosè il suo giovane entusiasmo; perché come dice ancora Ibrahim: “tutto quello che dai è tuo per sempre, tutto quello che non dai è perduto per sempre.”

In definitiva, questo è un film leggero ma ricco, un film che fa pensare, un film profumato come i fiori blu conservati nel Corano di Ibrahim. Un film che racconta del viaggio iniziatico del piccolo Momò (come lo chiama Ibrahim), non a caso le scale che lui percorre per arrivare da Ibrahim lo portano in alto; un viaggio che a volte prende i colori di una fiaba, e infatti molto spesso le uniche immagini che vediamo delle terre attraversate in questo viaggio sono le nuvole, come se stessimo volando su un tappeto volante.

Sembra di perdere l’equilibrio, nella vita, quando apprendiamo cose nuove che non capiamo subito; ma a volte quello che noi chiamiamo ‘equilibrio’ è solo una ‘pesantezza’, come insegna ancora Ibrahim, a volte allora è meglio abbandonare le proprie preoccupazioni e lasciarsi andare, come i dervisci rotanti nel film, senza paura di cadere.

http://www.ifioridelcorano.it/

visto da sand | gennaio 06, 2004 09:19 | commenti (2)







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