spoiling days cinema
«Chiediamo solo questo: le gomme vanno appiccicate sotto le poltrone o inghiottite in fretta, i sacchetti di popcorn lasciati all'ingresso. Il film non ha un finale a meno che non siate voi a scriverlo... Spegnete le luci». (weldon kees)

mercoledì, 31 dicembre 2003

bowling a columbine

Bowling for columbine mi piace, ma è fazioso, macchiettistico, superficiale, moralista anche. Certo il suo messaggio è giusto, ma Michael Moore non fa molto per far passare questo messaggio bene e linearmente. Dice che i media presentano la realtà in un certo modo, sbagliato secondo lui, ma lui stesso cosa fa? Anche il suo documentario è un medium e presenta solo la realtà che vuole lui e nel modo in cui vuole presentarla. È stupido parlare solo di cultura della paura, io non ci credo che in Canada la gente dorme con la porta aperta. È inutile e moralista cheidere ad un poliziotto qualunque che sta cercando di arrestare un criminale, di andare ad arrestare i responsabili dell’ inquinamento di Hollywood o i pescecani senza scrupoli della finanza.

E ancora le sue interviste, in che contesto sono state fatte? Chi è la gente che lui intervista? Gli fa un’ intervista così, incontrandoli per strada, o c’è del materiale girato che non vediamo?

I dati sull’ america che Moore ci presenta, sono presi da libri storici e autorevoli o da siti internet sulle cospirazioni?

Intervista Marilyn Manson ma cosa vuol dirci con quell’ intervista? Che si parla di Columbine e della musica satanica per non parlare dello scandalo Levinsky e delle bombe in Kosovo? Cosa vuol dire? A me non deve fregare di Monica Levinsky, sono cazzate.

Intervista Charlton Heaston, a capo della NRA, ma è vero che lui soffre del morbo di Alzheimer? A che pro quindi intervistarlo se non può darti risposte razionali? Metterlo in ridicolo? Dire che tutti quelli che usano le armi sono stupidi come malati di Alzheimer? I malati vanno presi in giro, quindi? Non capisco davvero.

Anche le scene finali… a cosa serve mostrarsi mentre deposita la foto della bambina morta? Strappalacrime e demagogia. Sarò io ad essere troppo cinico forse, ma non credo.

…e, ancora, lui va al supermercato per protestare per la vendita delle pallottole perché ha a cuore quei due ragazzi oppure perché odia i supermercati?

Questo è un film che ti fa pensare, pone domande, ma non alla gente giusta. Fallisce nelle risposte. È da vedere però.

Pensare che lì c’era gente che ha (sor)riso dopo che un azzeccato montaggio di prodi azioni americane venivano mostrate le torri gemelle abbattute dall’ amichetto Osama, mi è sembrato di sentire anche un timido applauso. Ridere su parti in cui non c’era assolutamente niente da ridere, solo perché erano anti-americane, perché prendevano in giro l’ America. E allora come può il mondo andare meglio? Sei per la pace e poi ridi se accade qualcosa di brutto all’ America.

 

http://www.bowlingforcolumbine.com/

visto da sand | dicembre 31, 2003 12:25 | commenti (4)

martedì, 23 dicembre 2003

elephant

“Questa deve essere una giornata divertente”; così dice, più o meno, uno dei due ragazzi che di lì a poco farà una strage nel liceo Colombine.

Questo è un film costruito come un mosaico: tanti ragazzi, tanti personaggi, tante storie. Storie che come pezzi vanno ad incastrarsi l’una nell’altra, ripetendo spesso attimi uguali, ma da una diversa prospettiva. Il regista segue i ragazzi di questo liceo da dietro, li inquadra quasi sempre di spalle, li insegue, ma fa tutto questo come se non esistesse.

Questo film è di una bellezza raggelante, molto più vero del moralistico e demagogico “Bowling at Colombine” di Michael Moore. Un film che tenta di capire cosa sia successo, e in generale cosa succeda nel mondo dei teenager americani (e non solo), semplicemente entrando in quella scuola e guardandoli, osservandoli come farebbe un antropologo, senza dare giudizi di valore ed evitando facili moralismi.

In questo film si può dire non accada nulla, i corridoi sono vuoti, attraversati di tanto in tanto da ragazzi, o ragazze. Cosa fanno questi ragazzi? Niente, o quasi.

Ci sono le ragazze che vanno a mensa, prendono un succo di frutta a testa, mangiano pochissimo e vanno, poi, a vomitare in bagno, in contemporanea, “quella ha dei problemi”, diranno, vedendo un’altra loro amica; c’è l’appassionato di fotografia che fissa nel suo obbiettivo tutti i ragazzi che gli capitano a tiro, come se bastasse questo, a capirli; c’è la ragazza brutta e secchiona che non si vuole mettere i pantaloncini corti nell’ora di ginnastica, e per questo viene presa in giro dalle altre ragazze; c’è il ragazzino biondo, carino, tanto responsabile con il padre alcolizzato quanto incapace di rendersi conto della gravità di ciò che sta accadendo; ci sono, infine, i due ragazzi, forse omosessuali, ma non è questo l’importante, che, tormentati dai loro compagni di classe, faranno una strage.

Forse alcuni episodi possono sembrare estremizzati (“ma come, succede tutto in questa scuola?”, qualcuno si chiederà), ma forse che il mondo giovanile non è questo? Anoressia, sesso, amore, droghe, piccole crudeltà, problemi in famiglia, scuola, computer, amicizia e… armi, sì anche armi.

I due assassini comprano le armi usate per la strage su Internet, la più grande perdita di tempo del mondo (lo ha detto William Gibson, uno dei più grandi scrittori/profeti di fantascienza), nonché la più amorevole delle babysitter. In America è possibile anche questo, sì, comprare armi su Internet, assai facilmente, chiunque può riuscirci, proprio mentre la televisione trasmette un documentario sul nazismo: questo aspetto era messo in luce molto bene dal documentario di Michael Moore, ma non è questa la sola ragione del massacro in quel liceo, questo è solo l’aspetto politico della faccenda, così come dare tutta la colpa alla rockstar satanica Marilyn Manson è solo l’aspetto mediatico, ma l’aspetto esistenziale del problema? Perché quei ragazzi hanno ucciso?

Se non avessero avuto armi avrebbero ucciso a mani nude, forse. Da dove proviene questa rabbia, questo disagio? Quei ragazzi hanno ucciso solo perché erano presi in giro dai bulli della scuola?

È possibile definire, capire, un problema grande come un elefante in un salotto, oppure dobbiamo rassegnarci a non capirci nulla? Proprio come quei ciechi di quella storia cinese cui si domanda come sia fatto un elefante, dopo che ognuno ne ha toccato una parte: ognuno di loro darà una risposta diversa.

Il problema è fumoso, difficile, sfocato, come gli sfondi di questo film; mentre sentiamo molto ben l’angoscia di questi ragazzi nei loro visi ripresi in primo piano.

Il cielo si riempie di nuvole verdi; un piano suona una musica drammatica, struggente, dolce.

È il Vuoto.

In quella scuola sono morte 15 persone, altre 28 sono rimaste ferite. Perché?

Il documentario di Michael Moore ha vinto l’Oscar in America, questo film di Gus Van Sant la Palma d’Oro a Cannes, ma una ragione a questo massacro ancora non si è trovata.

 

http://www.elephantmovie.com/

visto da sand | dicembre 23, 2003 09:37 | commenti (2)

sabato, 20 dicembre 2003

appuntamento a belleville

Ci sono storie così immaginarie che è assai difficile raccontarle, come si fa, sembra impossibile, eppure un modo si trova sempre. Certe storie possono essere raccontate solo attraverso i cartoni animati, animazioni quasi senza parole ma con tanta musica. È il caso di questa storia, o sarebbe meglio dire di questa fiaba.

Questa fiaba ci racconta di un mondo lontano, un piccolo mondo mica tanto lontano poi, ché a cercare bene si trova ancora. Un mondo in cui la televisione era ancora una rarità, e le stelle erano ancora in bianco e nero, ma assai brillanti, stelle come Fred Astaire, Django Reinhardt, Josephine Baker, Jacques Tati. Un piccolo mondo dove viveva un bambino un po’ grassottello, assai melanconico, un bambino che sognava di andare in bicicletta; quando lo sport era ancora una cosa pulita, quando Fausto Coppi (a cui il protagonista di questa favola ha rubato il naso, ma non solo) vinceva solo con la forza della proprie gambe.

Questo bambino viveva a casa della nonna, un’anziana signora, assai energica però, la quale ogni giorno si chiedeva perché il suo nipotino fosse così triste e passasse le sue giornate sospirando alla finestra, seppur così giovane. Provò allora con dei regali: un trenino elettrico, un cagnolino… ma niente, il ragazzino rimaneva triste. Alfine, se ne accorse, regalò al nipotino una bicicletta ed era proprio quello che voleva.

E poi cosa successe? Successe che… Ma perché raccontare tutto?

Meglio andare a vedere con i propri occhi, la storia di Madame Souza e del suo nipotino Champion, futuro campione  già nel nome: in questo film troverete i faticosi, ma amorosi, allenamenti a cui una simpatica vecchietta sottopone il nipote, per prepararsi all’estenuante, ma fantastico, Tour de France, ma troverete anche Bruno, cane obeso e nevrotico che continua a sognare treni e ad abbaiarci contro; ancora, troverete una vecchietta che massaggia il nipote con l’ ausilio di improbabili oggetti quali un aspirapolvere, due sbattiuova e un tagliaerbe, ma anche tre appassite starlette mangia-rane che cantano accompagnandosi (musica concreta, pare che si chiami) con un frigorifero, un giornale e un aspirapolvere.

Visiterete Belleville, città dove tutti sono grassi e strani, città grande, enorme, infinita, dove i palazzi sono grandi, enormi, infiniti, così come le navi, sembrano mangiarti, divorarti, e se i treni non ti passano dentro casa, poco ci manca; città dove c’è una mafia cattiva, nera e quadrata, che rapisce i ciclisti, li riempie di vino (o cosa?), e poi ci scommette su, dopo averli piazzati a correre davanti a uno schermo. Soldi a palate, pare che si facciano, con lo sport. Sembra tutto così surreale, fuori dal mondo… ma ne siamo proprio sicuri?

Forse questa è una fiaba un po’ (troppo) malinconica (malincomica, forse sarebbe meglio definirla), un po’ noir, tanto grottesca, ma almeno per un’oretta ci fa tornare bambini, a bocca aperta, con gli occhi stupiti a guardare lo schermo, ci permette di sognare e ridere un po’, a noi che siamo così lontani da quel piccolo mondo (antico) dove vivevano Madame Souza e Champion. Un piccolo mondo (forse) perduto per sempre, per noi che viviamo così immersi nella fredda e industriale Belleville.

“Il film è finito”, ci avvertono dallo schermo, alla fine, appunto, con un pizzico di tristezza. Meglio ci abbiano avvertito, avremmo rischiato di non voler uscire più, là fuori. 

 

http://www.bellevillerendezvous.com/

visto da sand | dicembre 20, 2003 08:53 | commenti

venerdì, 19 dicembre 2003

lost in translation

Sapete che in Giappone non esistono nomi delle strade e, di conseguenza, indirizzi? Se vuoi darti un appuntamento con un amico, ti prendi dei riferimenti, dici incontriamoci vicino a questo negozio o quest’altro negozio. Oppure faxi direttamente a quel tuo amico una mappa del posto. È così che fa Charlotte per Bob. Bob è un attore di mezz’età ed è a Tokio per girare uno spot per un whisky (è tempo per rilassarsi… bevi un whisky Suntory!) invece di stare a recitare da qualche parte, Charlotte è una giovane ragazza laureata in filosofia ed è a Tokio con il marito famoso fotografo invece di vivere. In comune hanno che sono in una città che non conoscono, e sono maledettamente soli. Non capiscono. Lost in translation, appunto. L’amore tradotto, in italiano. Quando traduci qualcosa, qualcosa va irrimediabilmente perduto: quei giapponesi nel film parlano tanto, e la traduttrice riferisce tutto con una semplice frase. Lost in translation, quindi. Quando sei in un’altra terra, lontano da casa, i rapporti personali cambiano: la moglie di Bob dall’altro capo del mondo si preoccupa di chiedergli il parere sulla moquette ma poi non lo fa parlare con i bambini, il marito di Charlotte nel suo stesso letto pensa solo al suo lavoro e non la sente neanche. L’amore tradotto, quindi. Questo è un film intimo e silenzioso, due solitudini s’incontrano e si fanno un po’ di compagnia, tra rarefazione e poesia, quel tanto che basta per non essere troppo tristi. Basta anche solo una settimana, poi ognuno ritornerà alla propria, di vita. Questo è un film dedicato a Tokio e a quei legami che si creano tra le persone che anche se non durano per sempre li porteremo sempre con noi. Un film leggero, e delicato, di questi tempi di sesso esibito e abusato, i due protagonisti non si sfiorano nemmeno, se non per un bacio rubato, ecco adesso si può tornare ognuno alla propria vita, anche se con gli occhi che luccicano.Tokyo è una città strana e straniante, piena di luci e grattacieli, e caos, ci sono anche silenziosi templi di preghiera, però, e giovani giocano a strani videogiochi (fanno finta di ballare, di suonare, di sciare…) e cantano sguaiati in karaoke bar. Bob, appena arrivato, si stropiccia gli occhi, è sogno o realtà questa città? Charlotte passa il tempo distesa sul letto, senza dormire, proprio come Bob, o affacciata alla finestra (a che piano sarà?) in un vuoto infinito. Solitudine. Ma si sorride anche con questo film. Anche se malinconicamente. Bob e Charlotte cercano qualcosa, anche attraverso le cassette di training autogeno, oppure si prova con lo scrivere (“continua a scrivere”, dice Bob), o con la fotografia (“ogni ragazza ha il suo periodo di fotografia”, dice Charlotte); o cercano qualcuno, si troveranno, anche solo per un attimo, poi ognuno andrà via, ma un po’ più felice almeno. Perché ognuno vuole essere trovato, come c’è scritto sul manifesto del film.

 

www.lost-in-translation.com

visto da sand | dicembre 19, 2003 09:55 | commenti (2)

venerdì, 12 dicembre 2003

the dreamers

Isabelle e Theo sono due gemelli, vivono a Parigi, frequentano la Cinematheque. Isabelle e Theo sono duri e puri, non guardano la televisione, ma solo Cinema; in questo modo non sanno cosa succede “fuori”, il Cinema è inesorabilmente sempre un “dentro” che non fa passare la Realtà, un rifugio illuminato da un raggio di luce, rischiarato da sogni. La Realtà irrompe nella vita dei due gemelli solo nel momento in cui viene a cozzare contro i loro sogni, appunto, nel film questo avverrà in due momenti precisi: quando la Polizia occupa la Cinematheque impedendo loro di nutrire le proprie passioni (questo li spingerà a chiudersi in casa) e quando non si può più rimanere chiusi in casa perché non è più possibile negare quello che sta succedendo lì fuori (questo li spingerà a precipitarsi giù in strada). Ma non di solo Isabelle e Theo ci parla questo film, il terzo sognatore si chiama Matthew e verrà trascinato prima dentro casa dai due gemelli, alla ricerca di sé e dell’amore, poi fuori, alla scoperta della vita e della dolorosa realtà.

Questo è un film che, con forza, ci parla della violenza delle passioni, dell’amore, del sesso anche, la violenza dei sogni, ma anche quella della realtà, questo film ci parla della violenza dell’arte, e del Cinema, in particolare, una violenza che prende e non ci lascia più, facendoci dimenticare cosa c’è là fuori. I due gemelli vengono lasciati a casa, da soli, dai loro genitori che vanno in vacanza, loro invitano il loro amico Matthew, appena conosciuto, vivranno insieme per un po’, sperimentando, conoscendosi, ridendo, piangendo anche.

La casa diventa quasi un porcile, pieno di spazzatura, non c’è quasi più nulla da mangiare, ma non importa, questi tre ragazzi hanno il Cinema, i loro sogni, il loro amore, i loro corpi.

Il Cinema però non è passività, per loro: questi ragazzi si appropriano dei film che vedono, seduti in prima fila, dentro lo schermo, per non perdersi nulla, per prendersi le immagini per primi, agiscono il Cinema attraverso i propri corpi, vivendo loro stessi i film che hanno visto. Il Cinema diventa un mezzo di conoscenza, non solo di fuga.

Il loro amato, e usato, corpo diventa un mezzo per conoscere se stessi, infatti, il proprio amore, il proprio sesso, la propria identità; certo questi giochi pieni di gioia e morbosità possono diventare pericolosi, talvolta, portare anche alla disperazione, se non alla follia, ma questo è un rischio che bisogna correre.

Il ‘68 era un tempo in cui si diceva “Immaginazione al potere!”, un tempo in cui, svegliatisi al mattino, i ragazzi potevano ancora sognare di trasformare i loro sogni in realtà, un tempo in cui tutto pareva possibile. Ma la vita non di soli sogni è fatta (“non sperare che i tuoi sogni si avverino, diventerebbero realtà”, dicono alcuni) ecco che così, nel momento in cui la Realtà, attraverso un sasso alla finestra, irrompe nella casa in cui vivono, subito si apre un buco che risucchia questi ragazzi fuori, in strada. La strada è entrata in casa, tutti in strada!

Molti hanno accusato Bertolucci di voyeurismo, per il suo insistente indagare questi corpi, corpi così giovani, così belli… Ma il regista si difende bene da solo: “Dovrebbe essere illegale fare cinema”, dice ironicamente per bocca di uno dei protagonisti, perché è “roba da voyeur”.

Dovrebbe essere illegale sognare, forse? Sognare di essere giovani per sempre, sognare di amarsi per sempre, sognare che la Realtà non venga mai a derubarci di noi stessi.

E allora scendere in strada, preferire lo scontro e la guerra, oppure trovare un modo in cui poter conservare se stessi, mantenere i propri sogni, senza che diventino realtà?

“Tu adesso dovresti essere in Vietnam a combattere per la tua patria”, dice Theo, a Matthew, quando quest’ultimo lo mette di fronte alle sue contraddizioni politiche, “perché sei qui?”.

Ognuno dei tre ragazzi farà la sua scelta, alla fine.

E, a volte, la pace, i sogni, la vita, la libertà, sono proprio le cose più difficili, da scegliere.

http://www.thedreamersilfilm.it/

visto da sand | dicembre 12, 2003 19:01 | commenti

lunedì, 08 dicembre 2003

buongiorno notte

“Buongiorno, notte”, ovvero il film più discusso degli ultimi giorni, almeno qui in Italia. Un film che ha fatto parlare di sé soprattutto a causa dell’ argomento, il delitto Moro, ma anche per la sua mancata vincita al Festival Cinematografico di Venezia svoltosi quest’ anno. Ma questo è un film che seppur bello e toccante non poteva vincere, ci permettiamo di scrivere, perché è un film italiano, una storia troppo personale che può dire poco o nulla agli occhi di uno spettatore straniero anche se molto al cuore di un italiano. Questo è un film sui ‘sogni’ e sulla loro degenerazione, è un film che racconta la storia di persone che volevano realizzare le proprie utopie politiche ma non ce l’ hanno fatta perché diventati servi (e loro si credevano così liberi!) di una fredda Ideologia fatta di parole disumane ripetute in modo allucinato e ossessivo. Come si definiscono gli stessi brigatisti nel film, loro sono soldati dell’ ideologia, e nel momento in cui si entra in una ‘guerra’ la prima cosa che muore è proprio la Verità. Quello che colpisce è che la casa dei brigatisti che vediamo nel film è una casa piena di libri: libri per terra, libri che cadono dal letto, libri che nascondono il prigioniero…. Eppure quella che doveva essere cultura è diventata fanatismo disumanizzato: quello che contava per i brigatisti era raggiungere i propri obiettivi politici, aldilà di qualsiasi vita umana. E allora ‘Buongiorno, notte’, il titolo appare quasi alla fine del film, nel momento in cui i brigatisti, bendati gli occhi di Moro, lo portano alla morte, dopo quello che loro definiscono un ‘processo’. Ecco, la notte dell’ anima, una notte in cui i sogni non sono possibili, non più. I brigatisti che ci mostra il regista Marco Bellocchio sono persone che dormono vestite, armi in pugno, come è possibile allora sognare? Uno di loro ammette esplicitamente di avere rinunciato a sognare da molto tempo ormai. Chiara, la sola donna del gruppo, è l’ unica ad andare a letto col pigiama, l’ unica ad avere un lavoro, l’ unica ad avere una vita normale quindi… o almeno una parvenza di vita normale. E sarà proprio lei, pochi attimi prima della morte di Moro, a sognare di liberare il prigioniero Moro… ma i sogni si sbriciolano alle prime luci del mattino e questo è un mattino che porta buio e morte. Il tempo dell’ “immaginazione al potere” è finito, se mai ce n’è stato uno. Il regista cerca di mostrare anche il lato più umano di queste persone (l’ amore provato da uno di loro per i suoi canarini, un altro che scappa per correre dalla fidanzata), sembra volerli riabilitare in un qualche modo, ma poi ci mostra come queste persone siano impossibilitate ad una vita normale, una vita fatta di emozioni, per loro viene prima la ‘lotta’, sempre e comunque: Chiara, la stessa che sogna la liberazione del prigioniero, si mostra indifferente al bambino della sua vicina di casa, indifferente al tradimento del suo ‘finto’ marito, indifferente all’ interesse di un suo collega di lavoro. Individui pieni di contraddizioni quindi, combattuti dalle loro emozioni e dalle loro idee, individui ‘folli e stupidi’, come li ha definiti lo stesso Bellocchio, che sacrificarono la propria vita a ideali sbagliati. E non solo la loro, di vita.

visto da sand | dicembre 08, 2003 13:06 | commenti (1)

giovedì, 04 dicembre 2003

mystic river

Il nome di Dave rimarrà sempre incompleto, su quel cemento fresco. Rimarrà incompleto, e così Dave. Quel pomeriggio Dave verrà rapito da due finti poliziotti che abuseranno di lui per giorni, prima che lui riesca a scappare. Ma quel pomeriggio Dave non era da solo, stava giocando con altri due suoi amici, Jimmy e Sean. Dave non sarà l’unico a rimanere segnato, ma tutti e tre gli amici, chi in un modo, chi in un altro, rimarranno intrappolati in quel pomeriggio maledetto, quando avevano undici anni, verranno chiusi tutti e tre in quello scantinato buio e sporco.

Questo film ci racconta della storia di queste tre persone: Dave, Jimmy, Sean. Una volta erano amici, adesso non più e tengono a precisarlo. Abitano vicini, nello stesso quartiere dove avvenne il fatto che li unì per sempre, ma non si vedono mai. Il passato tornerà a cercarli attraverso un altro dramma: l’omicidio di Katie, la figlia maggiore di Jimmy; il passato tornerà ad unirli: Jimmy è il padre della vittima, Sean il detective assegnato al caso, Dave il maggiore sospettato.

Ognuno di loro ha preso strade diverse, ma ognuno è rimasto incompleto, non solo Dave. Jimmy è un padre e un marito silenzioso, Sean ha una moglie che gli fa telefonate mute, Dave non riesce a parlare in modo normale alla moglie: per descrivere il proprio stato d’animo deve ricorrere ad un film che sta guardando… i vampiri, i vampiri gli hanno rubato l’anima, e lui è rimasto per sempre quel bambino spaventato di quel pomeriggio di tanti anni fa, sognando una giovinezza che non ha mai avuto. Questo film è segnato dal non comunicare: i tre amici non hanno mai parlato di quello che successe quel pomeriggio, e quindi non hanno mai “risolto” la faccenda, lasciandola crescere dentro di se, come una nera malattia. Ecco, il silenzio mostrato da Jimmy, il silenzio subito da Sean, il silenzio assordante di Dave.

Ancora, nel film c’è un altro ragazzo che non parla, per scelta o impossibilità? Tutte e due, forse.

E’ da lì che nascerà l’orrore.

Il finale sarà tragico, l’epilogo, seppur rischiarato da sottili raggi di sole, agghiacciante nel suo crudo pessimismo.

“La morte è una cosa che si affronta da soli”, dice Jimmy.

Anche quella dell’anima.

http://mysticrivermovie.warnerbros.com/

visto da sand | dicembre 04, 2003 16:26 | commenti (2)







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