spoiling days cinema
«Chiediamo solo questo: le gomme vanno appiccicate sotto le poltrone o inghiottite in fretta, i sacchetti di popcorn lasciati all'ingresso. Il film non ha un finale a meno che non siate voi a scriverlo... Spegnete le luci». (weldon kees)

venerdì, 28 novembre 2003

matrix revolutions

Questo film ci ha profondamente deluso. Eppure siamo fan sfegatati di Neo e compagni, e abbiamo apprezzato e amato Matrix Reloaded quando molti invece lo avevano stroncato. Ma purtroppo non possiamo esimerci, questa volta, di stroncare, noi, questo film.

Banalmente diviso in tre parti, questo film chiude la trilogia senza risolvere nulla, rivelandosi il capitolo più debole della trilogia, e dal punto di vista “filosofico” e dal punto di vista “marziale”. Non c’è passo avanti rispetto al capitolo precedente, così come “Matrix Reloaded” aveva rappresentato rispetto a “Matrix”, certo vediamo in faccia il “capo” delle Macchine, ma l’impressione su questo film resta quella di trovarsi di fronte a un contenitore vuoto.

Ma spieghiamolo, questo film. La prima parte ci descrive il rapporto tra Neo e Trinity, e illustra quanto si amino e si vogliano bene, certo tutto molto bello, ma sicuramente anche noioso, proprio perché questa “immobilità” non viene riscattata poi da altre immagini più forti, e belle. Questo senso di noia è rafforzato anche dalla seconda parte del film, dove vediamo un’epica, quale forse doveva essere nelle menti dei registi, battaglia tra le macchine e gli abitanti di Zion, ma la qual battaglia si riduce semplicemente a delle macchine sentinelle che sciamano di qua e di là e degli uomini “meccanizzati” che sparano di qua e di là, confusione anche se spettacolare; forse gli unici attimi che scuotono, ma poi non tanto, sono quelli della corsa della nave verso Zion. Infine la terza parte, quella più patetica (nel senso che soffriamo insieme ai registi), è quella in cui si conclude il film: naturalmente non sveleremo la fine, dove Neo diventa una sorta di Anti-Virus non si sa come, basti dire che il tutto rimane ambiguo e sembra “risolversi” giusto tanto per chiudere il film, insomma l’impressione è che i registi abbiano dovuto/voluto chiudere (e “non chiudere”, in realtà…) per forza e, purtroppo per noi fan, lo abbiano fatto nel peggiore dei modi, lasciando tutta una serie di nodi insoluti: che fine fa Neo? E gli umani sfruttati dalle macchine? E come sopravviveranno le macchine se gli umani verranno liberati? E Matrix che fine fa? E Zion? E l’oracolo?

(Certo che l’idea di rendere il “nuovo” oracolo una fumatrice accanita ci pare una trovata di dubbio gusto, visto che l’attrice originaria è morta proprio di cancro ai polmoni…)

Pace fra le due fazioni avverse, alfine? Ma se non siamo capaci di fare la pace nemmeno nella Realtà!

Ma non preoccupiamoci, chè sicuramente faranno altri capitoli della “trilogia”, rispondenti alle nostre più pressanti domande… matrix 1,5 e matrix 2,5… come minimo.

Per chiudere, come abbiamo già scritto, quelli che prima erano i punti forti della trilogia, ovvero “filosofia” (“di seconda mano”, come vorrà precisare qualcuno) e “arti marziali” (“scopiazzature da film asiatici”, come vorranno affermare altri) qui si rivelano del tutto assenti (si parla ben poco in questo film, rispetto ai precedenti capitoli) se non un po’ ridicoli (come il duello “western” finale) o ripetitivi di ciò che era stato già fatto (lo scontro nella hall del club è preso paripari da alcune scene di Matrix 1 e Matrix 2).

Ma non fa niente, una delusione capita a tutti. In attesa dei nuovi capitoli della “trilogia”, andremo comunque a vederci un altro paio di volte, questo “Matrix Revolutions”… però, e qui vogliamo dirlo e ribadirlo, quale rivoluzioni in questo film? Forse quelle della Noia, completamene assente dai capitoli precedenti.

Menzione particolare per l’Agente Smith che si rivela la vera e unica star di questo capitolo, virus ribelle, contro tutto e contro tutti.

 

http://whatisthematrix.warnerbros.com/

visto da sand | novembre 28, 2003 19:54 | commenti (2)

venerdì, 21 novembre 2003

dogville

Un racconto, una apologo morale, una tragedia greca. Unità di spazio, unità di tempo, unità d’azione; secondo gli insegnamenti aristotelici. Lars Von Trier, è un folle che s’è aggiunto la particella ‘von’ al suo cognome per distaccarsi da tutti gli altri, aristocratico; Lars Von Trier è un genio capace di scrivere il manifesto cinematografico Dogma, e di non rispettarlo mai; Lars Von Trier è un regista capace di reinventare il Cinema ad ogni film che fa, cinema “fusionale”: tra teatro, cinema e letteratura; Lars Von Trier è un buffone ed un cialtrone; Lars Von Trier è un uomo antipatico che spinge le persone che lavorano per lui al collasso nervoso; Lars Von Trier è un uno che ti fa quasi simpatia, per tutte le sue paure; Lars Von Trier è tutto questo e il contrario di questo.

Lars Von Trier è il regista di Dogville.

Luogo: una piccola cittadina americana incassata nelle montagne rocciose, Dogville.

Tempo: circa un anno nella vita di Grace, e degli abitanti di Dogville.

Azione: tutto quello che succede a Dogville, in circa un anno, a Grace e agli abitanti di Dogville.

Grace arriva a Dogville, di notte, scappando da qualcuno, è impaurita, ha freddo e fame, ruba un osso al cane del paese, il paese è suo (Dogville, la città dei cani), il cane inizia ad abbaiare, tutta la città si sveglia. Il cane è disegnato col gesso, non esiste veramente, ma abbaia, così come tutto il paese è disegnato col gesso, su una grande lavagna nera circondata da un bianco abbacinante, nulla è al di là, tranne il pericolo, per Grace. La strada principale, le case, le piante, le porte, tutto è disegnato col gesso, tutto è scritto. Di vivo qui ci sono solo le persone. Le persone bussano alle porte che non esistono, e si sente il rumore, aprono e chiudono le stesse porte, girando maniglie inesistenti.

La piccola comunità di Dogville decide di ospitare e difendere Grace, grazie a Tom, filosofo aspirante scrittore della piccola città, in realtà un debole; ma Grace deve farsi accettare da questa gente, e inizia così a lavorare, piccoli lavoretti dapprima, sempre più gravosi pesi da trasportare con l’andar del tempo.

Grace sarà privata del suo tempo, del suo corpo, della sua vita, man mano, lentamente, con dolcezza prima, con crudeltà poi; Grace con il suo lavoro aveva comprato le piccole statuine di porcellana che mai nessuno, in quel paese sperduto, s’era mai potuto permettere, piccoli dei del focolare per essere ammessa nella comunità. Quelle piccole statuine saranno tutte distrutte, ferocemente, e Grace non potrà trattenere le lacrime.

Grace rimarrà inchiodata a Dogville, umiliata, incatenata con un sonaglio al collo, lei ha sbagliato e deve essere punita, stuprata, derisa. Tutti lo sanno. Dogville: la città dei cani, appunto.

L’arroganza sta nel voler punire la natura di questa gente oppure nell’accettarli così come sono? L’arroganza sta nella violenza o nel perdono? “Loro seguono solo la loro natura, sono come i cani, non puoi cambiarli”, dice Grace al padre: in questo c’è l’arroganza di sentirsi superiori, “esseri umani”, rispetto a loro, e di non poter fare nulla per loro, quindi? Oppure l’arroganza sta nella violenza del volerli educare, come cani? È un problema di difficile risoluzione, questo, e non c’è argomentazione che tenga.

La vendetta di Grace sarà tremenda. La natura resisterà in ogni caso, è il cane, alla fine, ad alzarsi e ringhiare, a resuscitare, sempre e comunque. Il perdono rimane umano, ma non sembra esserci umanità qui. Chiusa nella miniera, Grace s’è fatta cagna anch’essa.

Le foto che scorrono alla fine sembrano lì messe a voler dimostrare come questo film sia Realtà: “Guardate” sembra sogghignare il buon Lars “in questo film non vi ho mostrato finzioni, solo verità, queste cose di cui vi ho parlato ci sono veramente”.

I bambini di questo film sono tutti sporchi…sempre…il bambino chiede le botte, e si prende il potere di poter ricattare, così…non c’è proprio nessuna speranza, a questo mondo, Lars?

 

www.tvropa.com/Dogville

visto da sand | novembre 21, 2003 19:22 | commenti (5)







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