spoiling days cinema
«Chiediamo solo questo: le gomme vanno appiccicate sotto le poltrone o inghiottite in fretta, i sacchetti di popcorn lasciati all'ingresso. Il film non ha un finale a meno che non siate voi a scriverlo... Spegnete le luci». (weldon kees)

venerdì, 14 settembre 2007

20 anni, ecco il lasso di tempo che ci separa dagli eventi ci cui ci parla questo film.

Non sono poi tanti, no?

Ma c’è stato un tempo in cui in un paese dell’est-Europa era illegale abortire, difficile farlo quindi, pericoloso, quasi mortale. Forse queste situazioni non sono poi così lontane nel tempo e nello spazio, in verità. Sono cose che si ripetono, sicuramente, e se prima cose come queste erano regolate dalla legge, oggi sono regolate da dogmi sicuri e mentalità sbagliate, niente cambia quindi.

 

I colori di questo film sono freddi, e non solo perché è inverno.

È freddo anche lo studentato che ospita le studentesse protagoniste di questo dramma, Gabita e Otilia. Sono ragazze giovani queste, e nella freddezza che le circonda riescono ancora a sopravvivere, vivere addirittura, qualcuna di loro vende sigarette e cosmetici sottobanco, e si sorride pensando al prossimo colore che avranno i propri capelli.

C’è chi ti controlla che ti venga il ciclo mensile, per evitare che qualcuno contravvenga alla legge, ma al contrario della burocrazia la vanità è donna, e una ragazza è pur sempre una ragazza.

 

Gabita è rimasta incinta, e Otilia è qui per aiutarla, sono amiche.

Hanno organizzato un incontro con tale signor Bebe che pratichi l’aborto, che a questo punto aborto più non è: perché qui si tratta di un feto di 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, ci spiega didascalicamente il regista.

Gabita ha detto qualche bugia, è giovane, e per questo le cose vanno peggio del previsto.

Il signor Bebe vuole ciò che gli è dovuto, e la cosa più triste è che tutto ciò pare inevitabile, l’unico modo di risolvere le cose.

Otilia ruba un coltello dalla valigetta dell’amorevole dottore, ma a cosa serve, è solo una preoccupazione in più.

 

La cosa che colpisce non è tanto l’inquadratura insistita sul feto, non mostrarlo sarebbe stato lo stesso, ma l’eclissi sul rapporto sessuale, cosa da tenere nascosta.

Il regista “accetta” il fu-stato delle cose ma non ci mostra quando Gabita rimane incinta, non ne conosciamo proprio il suo fantomatico fidanzato in verità; e ancora, quando il fidanzato bacia Otilia lei dice di lasciarla, si vergogna; non vediamo l’abuso da parte dell’amorevole signor Bebe, infine.

In una società dove c’è chi ti controlla anche le mestruazioni, il sesso non può che venire nascosto, e vissuto in questo modo.

Tutto appare così meccanico, e spaventosamente accettato, nella sua (a-)normalità: il pagamento per riparare alla colpa (non mostrato), il disfarsi del risultato del peccato (questo sì mostrato, inutilmente).

Nella Romania comunista dell’età dell’oro di Ceauşescu quello che conta è ciò che può essere misurato e controllato, toccato, non cose immateriali come i sentimenti, meglio nasconderli, seppellirli, tenerli per sé.

 

La vera protagonista di questo film è Otilia, ragazza che studia per una nuova vita, e che sa adattarsi alla realtà in cui vive, ma questo non significa accettarla; è pratica e sveglia, vive al meglio della sua possibilità, e cerca di mettere riparo agli errori, regalando sigarette, dando tutta se stessa.

La scena del pranzo a casa dei genitori del suo ragazzo è la più bella, la più triste, la più significativa: camera fissa, i giovani seduti al centro, zitti, in silenzio, schiacciati da genitori abituati a una realtà chiusa che parlano, ridono, discorrono di ricette tradizionali e di possibilità di vita che possibilità non sono, questi adulti che dimostrano la loro autorità stupidamente, pretendendo un’educazione vecchio stampo che dovrebbe essere l’ultima delle loro preoccupazioni, in quella società; Otilia ha gli occhi bassi, il tormento dentro, non parla quasi.

 

L’unica soluzione sembra essere dimenticarsi di tutto ciò che è successo, e che succede, andare avanti, anche se con la tristezza nel cuore.

(sito)

visto da sand | settembre 14, 2007 16:24 | commenti (3)

giovedì, 15 febbraio 2007


Nella stanza (verde) dei conigli ce ne sono tre apparentemente, anche se le ombre proiettate sul muro – a un certo momento – sono quattro: due donne e un uomo, un triangolo quindi.

Una donna-coniglio veste una vestaglia rosa e sembra intenta a preparare qualcosa da mangiare (o a stirare?) in quella che una cucina non è, gli altri due sono seduti sul divano: parlano e ogni loro frase è accompagnata da applausi e risate finte.

La donna-coniglio seduta sul divano ha una minigonna che lascia vedere le sue lunghe (attraenti?) gambe ricoperte di pelo marrone, l’uomo-coniglio è appena tornato a casa e deve sorbirsi tutta una serie di lamentele; forse quindi la donna-coniglio in vestaglia rosa non è altri che la madre di uno dei due, forse dell’uomo, e in questi casi il triangolo è ancora più pericoloso, perché di natura incestuosa e quindi portatore di un amore ancora più forte, e devastante.

Ora sarebbe assai stupido sentire paragoni, fare richiami, a Donnie Darko, film che metteva al centro di sé un non meglio identificato essere-feticcio dalle grottesche sembianze di un gigantesco coniglio(-uomo) nero et inquietante, film che doveva molto a Lynch, peraltro; certo non è da escludere che il buon David, anche se non nuovo ai rabbits, nel mettere su questa grottesca sit-com conigliesca abbia voluto in un certo senso anche, chissà, un po’ “deridere” quel film-culto/generazionale che non sembrava altro che un episodio dilatato del suo serial più famoso: Twin Peaks. Ma ovviamente queste supposizioni lasciano il tempo che trovano.

Certo è che, anche, in quest’ultimo, dilatatissimo, film del maestro ritornano molte di quelle fredde atmosfere in cui ci aveva avvolto quella strana cittadina montana, e non solo perché alcune facce non risultano nuove: l’immobilità, l’inquietudine, è proprio quella.

Non accade nulla, eppure i fantasmi sono sempre gli stessi.

 

Il film di Lynch, azionato il proiettore, comincia con una misteriosa scena in un bianco e nero (virato al viola, al blu, forse) interpretata da due personaggi, la loro lingua è straniera, le loro facce sfumate. La donna chiede all’uomo cosa vuoi che faccia, l’uomo le risponde domandandole se sa cosa fanno le puttane; le puttane scopano, dice lei, mentre comincia a spogliarsi, e lui conclude dicendo che sa lui cosa vuole che lei faccia. Da qui in poi tre ore di cinema, o sogno forse.

Questi due personaggi non ritorneranno più, o forse sì, i conigli li vedremo spesso… i conigli, il lato animale dell’uomo, come si dice: Scopare come…, conigliette, vengono dette le ragazze di (un) playboy, e poi giù riso, finto o meno è pur sempre una delle manifestazioni emotive più sincera e spontanea dell’uomo. Segui il Bianconiglio…, scriveva d’altronde qualcun altro.

La protagonista del film è una donna, Nikki, il cui viso è quello spigoloso di Laura Dern, lei è stata ingaggiata per un film (sì) e salta e ride come una pazza, come un’adolescente, appena appresa la notizia, anche se giusto poco prima una disturbante vicina che vive in una casa invisibile dalla strada l’aveva avvertita di un pericolo incombente, un omicidio.

Tutto il film gira intorno a Nikki, o forse sarebbe meglio dire Susan, il personaggio interpretato da Nikki per Kingsley Stewart: quello che stiamo guardando è il film di Lynch o del regista interpretato da Jeremy Irons?

La chiave è nei nomi, attenzione, o potrebbe capitare di scambiare una persona per un’altra, come accade nei sogni: credi di essere vicino a uno, e invece ti ritrovi accanto a un’altra.

Il film in questione è maledetto, il remake di un originale mai portato a termine: perché?

Nessuno sembra saperlo.

Gli attori precedenti sono stati ammazzati… forse perché il marito dell’una ha ucciso ambedue, causa tradimento. Ecco, il punto centrale: il tradimento.

Nel film di Stewart ci sono una donna e un uomo che hanno una storia, pare di capire, ma riusciranno, gli attori, chiede subito loro una laida conduttrice di talk-show, a non infilarsi l’uno nel letto dell’altra? Andando avanti (o indietro) i piani di realtà (?) s’intrecciano, Susan sta scopando con Billy (il personaggio) o piuttosto Nikki sta facendo l’amore con Devon (l’attore)?

Chi li guarda, tuttavia, è sempre unico, oltre a noi, certo: il marito, pazzo e feroce, di Susan.

La stanza è tutta illuminata di blu, e i due corpi vicini, vicinissimi, lasciano ampio sfogo al loro lato animale.

 

Ci sono delle scene, in questi due film, riempite di giovani donne provocanti: una di loro si alza la canotta e lascia ammirare a tutte delle tette palesemente rifatte. Con queste cadranno tutti ai miei piedi, pensa e dice ognuna di loro; è il Femminile che prepotente rimbomba nell’intimo di ogni donna: quanti uomini sono capace di conquistare? Sono sposata, ma sono ancora piacente?, potrebbe chiedersi una perplessa Susan. E la risposta sarebbe: you gotta swing your hips, now. Seduzione, that’s it

Una di queste giovani donne chiede a Susan se si sono mai conosciute, e Susan non sa davvero cosa risponderle perché probabilmente lei quelle lì non le ha mai viste, ma poi capisce e con fare sguaiato comincia a chiedere anche lei, in strada, come una puttana qualunque: ci siamo mai incontrate?

L’uomo chiama puttana e uccide chi in tempi antichi era qualcosa di sacro, per possederla e sottometterla al fine di mettere fine alla propria paura.

I sogni sono fatti di simboli, e quelle donne più che una conoscenza nel vero senso della parola stanno chiedendo conto a Susan di altro: è ancora capace lei, donna sposata e adulta, di dimenare i suoi fianchi come una spogliarellista? È ancora capace lei, donna responsabile e fedele, di conquistare un uomo (come una puttana?) e affrontarne le conseguenze?

Ecco, il tradimento… e il senso di colpa.

(tradimento di sé, o dell’altro?)

 

È come se questo film fosse girato tutto all’interno della mente di Susan, ed ecco che il titolo acquista un (nuovo) senso, completo: l’impero della mente. Il tradimento c’è stato, o forse no, ed ecco quindi Susan sprofondare all’interno di sé, divorata dal senso di colpa.

In una scena di questi film c’è Susan, il volto livido e tumefatto, che si ritrova in un palazzo fatiscente, sale le scale e ad aspettarla di sopra c’è un uomo grasso, impiegato burocratico che la guarda indagatorio attraverso occhiali posti di sbieco: Non so nemmeno perché sono qui, lei dice, e subito torna in mente un certo Joseph K.. Qual è la colpa? Ma soprattutto, c’è stata colpa?

Il tradimento è avvenuto, o no? Il cinema s’è fatto vita – queste battute sembrano prese dal nostro copione, urla isterica Susan – o è la vita a essere diventata sogno?

(nota: esiste un posto dove le stelle diventano sogni, e i sogni diventano stelle)

Non ha importanza quello che è successo, perché basta il pensiero, ed ecco quindi Susan sprofondare, folle-mente, all’interno di sé, combattuta e divorata dal suo stesso femminile: un femminile perturbante che stordisce e confonde nel momento stesso in cui prepotentemente ritorna a farsi sentire (la sconsideratezza delle giovani donne sicure di sé) e deve fare i conti, adesso, con la mente, adulta. Susan ha ancora un corpo? Cosa ne è rimasto?

 

Questo film è alfine un lungo processo quindi, la cui fine lieta e familiare lascia sfuggire un «bello», ironico e compiaciuto, sì… così come bella è una giovane donna, sensuale e conturbante, donna a cui manca una gamba, però. Le sue labbra sono bellissime, i suoi occhi invitanti, possiamo andare a letto con lei, avere il suo corpo, ma niente cambia il fatto che lei non sia, e mai sarà, perfetta.

…e non c’è meditazione trascendentale che tenga, quando ci si ritrova a vagare nell’oscurità.

 

 

(le vie dell’Amore sono infinite, comunque)

 

 

 

http://www.inlandempirecinema.com/

 

visto da sand | febbraio 15, 2007 13:26 | commenti (10)

lunedì, 25 settembre 2006

Questo è un film su una traduzione. Traduzione significa portare le cose da un posto all’altro, che siano parole o altro non fa differenza, fa lo stesso. La traduzione presuppone un uomo, o una donna, che si faccia carico di queste cose e che le porti, materialmente o mentalmente, dal posto d’origine al posto d’arrivo. Il traduttore in questione deve armarsi soprattutto di buona volontà, perché tradurre è un lavoro difficile che molto spesso può sfociare nel tradire, e cosa peggiore non può esserci per un traduttore: tradire il senso, il significato, l’essenza di una cosa, un concetto, una persona (Gesù Cristo fu tradotto nel giardino del Getsemani, e lì tradito).

Il traduttore di questo film si chiama Vincenzo Buonovolontà, appunto, e per mestiere fa il manutentore, si occupa di cose e del loro funzionamento cioè, sta attento che queste cose funzionino bene e non causino problemi. È un lavoro di responsabilità, che può anche diventare un’ossessione.

Pare di capire che però Vincenzo (Vincè, si traduce in napoletano) abbia perso il lavoro, o che almeno al momento non lavori, sia disoccupato quindi: la fabbrica di cui si occupava, la sua fabbrica, è in procinto di essere smontata pezzo per pezzo ed essere portata in Cina da alcuni dirigenti cinesi, onnipresenti moderni.

Questo è un film su una traduzione, che vi avevo detto?

 

Un vocabolario tecnico è quello che ci vuole, in casi come questi.

Ma in questi vocabolari qui non sempre, anzi quasi mai, sono presenti tutti i termini necessari a imprese come queste, perché di imprese si tratta, e faticose. Per esempio in un vocabolario tecnico può essere presente una parola come dismissione, sì, ma in che senso?

Se a uno gli dici che è stato dimesso, e siamo sicuri che una cosa come questa oggi accada più di quanto si pensi, di sicuro questo qui si offenderà, e non poco. Ha ragione. È come dire vattene, non servi più a niente, sei inutile, le tue conoscenze sono inutili.

Ma Vincenzo Buonavolontà è un uomo tenace e (come dicevano i latini?) il destino ce l’ha scritto nel nome. Si è convinto che in quella fabbrica, la sua fabbrica, smontata pezzo per pezzo, c’è qualcosa che non va, un pezzo mancante, e il rischio è grande, il danno possibile, possibilissimo; lui che di mestiere fa il manutentore deve stare attento proprio a questo, che non si verifichino problemi, come si è già detto, la sua è una responsabilità precisa, non può permettere che accadano cose come queste, tipo che muoia un operaio. Vincenzo sa che il suo lavoro non è finito ancora quindi, quella fabbrica è roba sua, deve funzionare, ci lavora da anni al suo buon funzionamento.

Perciò alla grande traduzione della fabbrica Vincenzo affianca la sua, una piccola traduzione, modesta ma importante: ovvero porta con sé il pezzo che non c’è, una centralina studiata con ostinazione negli anni e assemblata con perizia in un attimo, una centralina che a sentire Vincenzo è fondamentale per il buon funzionamento della fabbrica. Anche tradurre è una questione di responsabilità, soprattutto e prima verso sé stessi. Che poi il tutto possa trasformarsi in un’ossessione, questo è possibile, ma non sempre deleterio.

Vincenzo parte per la Cina quindi, che una lingua s’impari sul posto è risaputo, non puoi imparare una terra da un vocabolario, meno che meno da un vocabolario tecnico: quelle pagine non contengono un popolo, e va a finire che poi pronunci una parola in un modo sbagliato e ti rendi ridicolo. Un po’ di cinese Vincenzo lo sa, il resto verrà da sé. L’idioma straniero non suonerà più tale alle sue orecchie, con l’andare del tempo. All’avventura dunque, sulla strada.

 

Eppure quando arrivi in una terra nuova non smetti mai di stupirti: come si dice quando vedi un bambino che mangia felice spaghetti in una fabbrica inalandone allo stesso tempo i fumi tossici? Come fai a spiegare che in Cina esistono palazzi-formicai dove vivono ottomila persone, e città dove ne vivono otto milioni, di persone? Esiste una parola che indica una fabbrica che funziona anche di notte, accanto a un albergo? E per dire di quelle lunghe file di camion dirette chissà dove, cariche di manodopera (è questo), come si fa? Bisogna vederle queste cose, per capire.

Solo sul posto puoi renderti conto che non tutto è stato cartografato, indicicizzato, denominato.

 

Lo stupore può avere valenza positiva o negativa, magari i tuoi occhi si riempiono di meraviglia di fronte alla più grande diga mai costruita da mano umana, ma la gente del posto ti saprà dire che una canna da zucchero non è dolce da tutti e due i lati. Saggezza popolare, una cosa presente a tutte le latitudini.

Può essere che a un certo punto tu ti senta pure tradito, «straniero in terra straniera» si dice, ma la saggezza del posto ti ricorderà ancora una volta che dopo che ti ha fatto lo sgambetto il tuo ospite ti aiuterà ad alzarti. È in casi come questi che una guida torna utile.

Ti aiuta a vedere le cose con gli occhi dell’ospite, ti fornisce la giusta – per quello che può significare – visione. È uno scambio.

 

Dalle nostre parti si dice che adesso si buttano pure i giocattoli (la stella che ancora non c’è, e se c’è mai stata non funziona), come le scarpe, non si aggiusta più niente. È una frase che può essere detta con il sorriso, anzi il più delle volte è proprio così, ma è una frase che contiene anche un minimo di insofferenza, come a dire che stai a perdere tempo, (ri-)comprati una cosa nuova. Il nuovo che avanza. La Cina è vicina, e via così.

In realtà quella frase, quella dove si butta via tutto e non si aggiusta più niente, è una frase malinconica, nostalgica del tempo che fu. Cercare sul vocabolario malinconia, e anche nostalgia.

Chissà perché i tempi andati ci sembrano sempre migliori dell’oggi.

 

Modernità regresso, il dialogo che non c’è.

Eppure potrebbe anche capitare di innamorarsi, talvolta.

 

 

 

(capitare che i silenzi si riempiano di parole)

 

visto da sand | settembre 25, 2006 20:08 | commenti (15)

giovedì, 25 maggio 2006

«Io sono il Diavolo, e sono qui per fare il lavoro del Diavolo», dice infine lo stakanovista Otis al povero Roy dopo averlo invitato a pregare il suo Dio, che lo salvi se esiste, che scenda un fulmine dal cielo a fulminarlo, qui e adesso.
Ma nessun fulmine scenderà a fulminare chicchessia, Dio non esiste, anzi è morto e sepolto nell’America narrata dallo Zombie Rob… e meno male, aggiungiamo noi, ma vi prego non capite male, non fraintendeteci.
 
Questo è solo un film e come tale va considerato, non ci sono lezioni o morali da fare, o almeno le lezioni vanno cercate nei punti giusti, e non certo in superficie, a prima vista.
Zombie mica invita tutti a prendere la macchina e andare in giro ad ammazzare allegramente chiunque ci attraversi la strada, no di certo, ma invita ad guardare meglio la realtà piuttosto, a scavare una fossa in profondità e magari buttarci dentro il cadavere di questa realtà putrescente.
Certo il buon Rob è un’entusiasta, come tutti gli appassionati, un bambinone che si crea questi personaggi giustizieri che si fanno giustizia da sé (da un lato, e pure dall’altro) torturando e ammazzando chiunque non gli vada a genio, ma parliamoci chiaro: chi è più deprecabile, un disturbato mentale che se ne sta a casa sua e campa come meglio crede e può, o uno sceriffo disturbato anch’egli ma legittimato? Una sadica ragazzina aspirante ballerina di burlesque,o degli orripilanti e stupidi commentatori tivvù?
A ognuno la sua scelta morale, ma se i reietti del Diavolo sono come i protagonisti di questo film, questa non è che un’altra prova a dimostrazione della tesi che l’Inferno è un posto molto più divertente dell’ebete Paradiso.
Il Diavolo avrà pur le sue ragioni per scegliersi tali compagni di giochi.
 
Ma basta con queste disquisizioni morali che lasciano il tempo che trovano e buttate lì per scherzo più che altro, e torniamo al film.
La casa del Diavolo (The Devil’s Rejects in originale, appunto) non è altro che il tanto atteso sequel di quel La casa dei mille corpi (House of 1000 Corpses, cadaveri in originale) che un paio d’anni fa tanto sconvolse chi di cinema horror sia appassionato un minimo: «Capolavoro!», fu l’urlo unanime degli appassionati. E a scanso di equivoci diciamolo subito, non può essere altro che «Capolavoro!» anche il (nostro) giudizio per quanto riguarda questo nuovo capitolo della saga di questi simpatici pazzerelli inventati da Rob, sì perché la saga mica finirà qui, come capirà il fortunato spettatore che andrà a vedere questo film… be’, almeno così lascia intuire il più o meno idilliaco epilogo della vicenda. Speriamo.
(Continua così, Rob! Siamo tutti con te!)
 
Questo film qua riprende più o meno le mosse dal punto in cui lasciammo i nostri alla fine del primo film: le conigliette tutte sporche di sangue sono giù in cantina nelle loro brave gabbiette a gemere e piangere, la famiglia più simpatica del mondo è a letto a godersi il meritato riposo. A un certo punto, com’è come non è, mentre il piccolo Tiny (il bello della famiglia) è intento a trascinare con i gentili modi che lo contraddistinguono una nuda ragazzina (morta, pare di capire) per il bosco chissà a quale scopo, la polizia circonda tutta l’accogliente fattoria intimando agli assassini di venire fuori con le mani in alto secondo l’usanza di rito.
Il fatto è che i nostri un errore l’avevano commesso, nel film precedente: avessero continuato ad ammazzare ragazzine in età da paginone centrale di playboy e relativi stupidi ragazzotti magari in questo mondo malato l’avrebbero pure fatta franca, ma no, loro dovevano ammazzare pure lo sceriffo locale fratello dello sceriffo disturbato di cui sopra, ed è qui che hanno origine i guai.
Fattisi carico delle proprie responsabilità e senza lasciarsi prendere dal panico i nostri eroi quindi si buttano a capofitto giù dal letto e, infilatisi in costumi di ferro (non saranno comodi come una vestaglia di cachemire ma sono più che adatti allo scopo, ossia difendersi) all’ultima moda, si danno allo scontro a fuoco. Dato l’ultimo saluto alle conigliette, solo due di loro riusciranno a scappare al massacro attraverso il passaggio più congeniale a dei tipi come loro: le fogne.
I due fortunati sono il cristico Otis e la sensuale Baby, mentre Rufus resterà ucciso, Mother Firefly verrà incarcerata, Tiny chissà. Otis e Baby si ricongiungeranno poi con Capitan Spaulding, simpatico clown paparino di Baby, e da qui in poi sarà tutto un attraversare l’America più squallida e malata, in fuga da uno sceriffo che con l’aiuto di due tagliagole professionisti nonché orrendamente sfregiati vuole fargli la pelle; da un motel da quattro soldi fino a passare per un allucinato bordello, si tornerà infine alla fattoria di famiglia dove avrà luogo il gran finale: questo è un film on the road, tutto girato a spalla, un viaggio.
 
Il bello di questo film è che il regista non ha paura di mostrare ciò che va mostrato, la tensione sale e così la paura e il disgusto, mica come certi aborti patinati e tanto sponsorizzati che parlano d’improbabili ostelli porno-horror, eh. Altro che Quentin Tarantino, se l’imbolsito Quentin non riuscirà ad uscirsene con qualcosa di meglio di questi inutili e ruffiani “Quentin Tarantino presenta” non disperate e segnatevi questo nome: Rob Zombie, aspirante al titolo di nuovo dio dei b-movie. Fatto? Adesso possiamo andare avanti.
Come si diceva, Rob non ha paura di mostrare ciò che va mostrato, ecco qualche esempio: una tortura psicologica a sfondo sessuale fatta tanto per vedere l’effetto che fa, un massacro a colpi di bastone, un paio di chiodi che penetrano nella carne (Mel, questa è per te!), una poveretta mascherata con il viso del suo (ex-)ragazzo che finisce maciullata da un tir.
Certo anche Rob qualche volta fa i suoi “errori”, tipo mostrarci la dolce Baby (di cui noi tutti maschilisti maschietti non possiamo non ammirare le perfette grazie) sinceramente impaurita da uno che quanto a torture non vale nemmeno l’unghia del mignolo di suo fratello Otis, ma a lui perdoniamo queste piccole incongruenze: stiamo pur sempre guardando un film horror, non abbiamo mica bisogno di coerenza, paura e divertimento è quello che ci basta.
Il film ogni tanto sembra impantanarsi in certi tempi morti anche, sembra che non c’entrino nulla col film e invece no, sulla lunga distanza questi rallentamenti acquistano un loro senso, è la tensione che cresce appunto, e crediamo che queste pause non servano ad altro che ad aumentare l’effetto realtà: insomma un (serial) killer come si deve non sta mica sempre lì ad ammazzare, anche lui si prende i suoi meritati momenti di riposo.
 
Inutile e superfluo aggiungere poi che tutto il film è un caleidoscopio di tecniche cinematografiche varie (ralenti, istantanee congelate, primi piani estremi, sfocature) e di citazioni cinefile sparse (L’esorcista, Easy Rider, Natural Born Killers, addirittura Thelma e Louise?), lo stesso Rob Zombie in una gustosa e dissacrante sequenza ci mostra esplicitamente cosa pensa dei critici cinefili sempre lì a cercare rimandi e significati lì dove niente di tutto questo è importante. Molto meglio il rock’n’roll di Elvis suggerisce il musicante Rob, ma anche un certo country alla Johnny Cash, perché no? A pensarci adesso, questo film in definitiva potrebbe benissimo essere un western.
Comunque la cosa buffa è che, tutti presi come siamo stati a cercare inquadrature horror nel film precedente, non abbiamo colto la citazione più palese: i Fratelli Marx che danno il nome ai componenti dell’intera famiglia. Chiniamo la testa in attesa del perdono, caro Rob.
In fondo è questa la chiave con cui, superata la paura (e il disgusto, certo), va guardato questo tipo di film: l’ironia. Tutto il resto è sciocchezza.
 
 
Abbiate il coraggio di entrare quindi, prego, accomodatevi.    
 
 
 
http://www.thedevilsrejects.com/
 

visto da sand | maggio 25, 2006 12:45 | commenti (13)

domenica, 16 aprile 2006

 

Non siamo più abituati al silenzio.
Sempre a sentire musica – generazione iPod – e con il cellulare acceso anche di notte, figuriamoci resistere a quasi tre ore di quello che si presenta come “il grande silenzio”.
Perduti in frenetici ipermercati e ottenebrati da trasmissioni televisive perennemente in onda (abbasso il monoscopio!) ci si dimentica che eppure, sì, c’è gente che sceglie di vivere così.
Nel completo silenzio rotto solo da rumori naturali, una forbice che taglia un tessuto, scarpe che strusciano sul pavimento. La bocca è sigillata, si parla il meno possibile, semmai si sorride, si prega, si canta.
Il Signore mi ha sedotto, e io mi sono lasciato sedurre…  ho lasciato tutto ciò che possiedo…  eccetera eccetera; cose così ripete lo schermo. Meditazione, contemplazione, lavoro.
In solitudine.
 
E mentre scorrono immagini di monaci che conducono la loro vita monotona ma felice, in sala arrivano le voci sguaiate di litigiosi adolescenti all’ultima moda.
Deve essere la sala giochi adiacente al cinema.
 
Dall’altra parte del mondo intanto l’acqua continua a scorrere, tranquilla.
Adesso c’è la neve e i monaci giocano a scivolarci sopra, ridono.
In cielo sta passando un aereo, e non fa alcun rumore.
Dei gatti aspettano che gli si dia da mangiare.
Io quasi mi addormento, stanco.
È il troppo silenzio.
Non la pace.
 
 
http://www.diegrossestille.de/english/

visto da sand | aprile 16, 2006 10:32 | commenti (7)

domenica, 02 aprile 2006

 
 
 
“Nel clamore dell’insurrezione, noi potremmo anche dimenticare l’obiettivo della nostra lotta…
Danzare forse? Una spalla profumata? Pupille allargate dal desiderio o il vino?
Che abbracci l’anarchia il fracasso delle bombe e il fuoco dei cannoni…
Ma sempre ami di più la musica.”
 
 
Meglio mettere subito le cose in chiaro: rispetto al fumetto questo film è il nulla.
Lì dove infatti Alan Moore scriveva la fantastica – eppur assai verosimile – storia del vendicatore V che ci insegnava a come diventare liberi attraverso la potenza rigeneratrice dell’anarchia e la ricchezza della cultura, questo film non fa che banalizzare il tutto raccontandoci una storiella dove un terrorista “buono” si vendica contro un illiberale governo di brutti e cattivi che odia omosessuali e immigrati, e come se non bastasse ci aggiunge anche la storiella d’amore d’ordinanza: ma certo, chi non vorrebbe una storia d’amore con la dolce Natalie Portman? Anche i terroristi hanno un cuore.
 
Ma ai lettori di fumetti non interessano queste smancerie.
Il lettore di fumetti si immerge in mondi fantastici, alieni, irreali, non certo per cercare sdolcinatezze, il più delle volte egli preferisce la battaglia epica.
Va bene, ci saranno pure bellissimi fumetti che parlano d’amore (un nome per tutti: Blankets di Craig Thompson), ma non è questo il punto. Il punto è che quando vai a vederti un film tratto da uno dei fumetti più apprezzati di tutti i tempi, ti aspetti se non un capolavoro – perché lo sai già che non potrà mai essere un capolavoro – almeno un qualcosa di apprezzabile, decente, un film che ti faccia ritrovare quel mondo in cui ti sei immerso per un paio d’ore della tua vita, non un qualcosa che ti faccia uscire dal cinema amareggiato.
Perché sì, è questa la sensazione dopo la visione: amarezza, dovuta ancora una volta a un’occasione sprecata. Certo, a chi non ha letto l’opera del barbuto bardo questo potrà sembrare pure un buon film, addirittura un ottimo film, così come sembrò un gran film quell’altro obbrobrio di From Hell, tratto sempre da un altro fumetto capolavoro di Moore, ma chi ha letto il fumetto… be’, leggetevi il fumetto e capirete.
Moore questa volta (rimase scottato anche da The League Of Extraordinary Gentlemen) però ha imparato, e ha totalmente disconosciuto il progetto vietando ai produttori di apporre anche solo la propria firma ai titoli. Un grande.
 
E dire che il film parte pure bene: molto buono l’incipit con la rievocazione delle gesta del cospiratore Guy Fawkes (di cui V adotta l’effigie) che nel 1605 tentò di far saltare il parlamento inglese nella famosa “Congiura delle Polveri”, e poi V sembra proprio V, Evey sembra proprio Evey, i cattivi – anche se la caratterizzazione fumettistica va perduta – sono quelli, l’atmosfera scura e malsana di un mondo ormai allo sfascio ci sta tutta. La prima apparizione di V con il suo parlato estremamente lirico e il suo veloce duellare emoziona addirittura.
Ma di pari passo al film avanza anche la noia, è il modo in cui è stata adattata la storia che proprio non convince, anzi delude: banalizzazione è la parola chiave, come si diceva in apertura.
Moore ci narrava di ANARCHIA, la nuova amante di V tradito e deluso dall’amata Giustizia, questo film invece ci parla di terrorismo: eh sì, l’11 settembre ha fatto più danni di quanto si pensi se ha un effetto retroattivo anche sulle opere di fantasia.
Anarchia è una parola scomoda, troppo pericolosa, e quindi è meglio non toccarla, non nominarla nemmeno una volta, modificare le battute se necessario, in ogni caso non mostrarla alle masse che vanno al cinema che sicuramente sono molto più numerose di quelle che possono leggere uno “stupido” fumetto; molto meglio raccontare la storia di un terrorista che cerca la libertà quindi, un terrorista che va contro il governo sì, e alla fine tutti si mettono la maschera e diventano terroristi sì, ma è tutto un gioco, si fa per scherzare: la ribellione è finta se a produrti è la solita multinazionale di turno.
Come si dice? Entrare nel sistema come un virus per poi distruggerlo dall’interno? Sì, peccato che sia una bugia: un sistema costruisce i propri anticorpi sulla base del virus che l’ha infettato, di conseguenza lo ingloba, e quando tutti si mettono una maschera vuol dire che l’omologazione è già al lavoro: un ottimo sostrato per una nuova dittatura sponsorizzata.
 
Anche Moore nel suo fumetto auspicava che tutti diventassero V, ma non in un modo così scontato come si vede nel film, la differenza è sottile ma forte: nel fumetto non c’era bisogno di maschere perché non esisteva più nessuno da cui nascondersi, tutti sarebbero stati liberi, se solo avessero voluto seguire il “fa ciò che vuoi” predicato da Aleister Crowley; Moore per bocca di V spiegava, educava, ispirava: V è un’idea, anzi un ideale, non un modello da imitare, ma una nuova vita a cui aspirare.
Una vita libera anche a costo della felicità momentanea (“la prigione più subdola di tutte”, la definisce V), è questo che insegna V: anarchia significa senza capi, non senza ordine, perché se l’anarchia inizia come verwirrung, ovvero caos e distruzione, ecco spiegate le bombe che fanno saltare i simboli istituzionali, proseguirà poi come ordnung, ovvero ricostruzione sulle macerie, ecco perché… Ma non si può più andare avanti per non rovinare la sorpresa a quelli che vorranno andare a leggersi il fumetto, piuttosto che vedere il film.
Basti dire che tutto l’approfondimento politico e filosofico presente nel fumetto di Moore nel film di James McTeigue viene a mancare, certo rimane la lotta per la libertà, ma ridurre un’opera tanto complessa all’ennesimo filmetto con i combattimenti alla Matrix (i produttori sono i fratelli Wachowski, proprio i registi della famosa – già obliata? – trilogia) e adattarla goffamente ai tempi moderni (quei cappucci neri sono così familiari) con tanto di aggiunta di musica trendy e citazioni colte,rivela un approccio superficiale e semplicistico, e l’opera ne esce svilita; sono troppe le cose rimaste fuori dal film, a cominciare dalla vera storia di V, per non parlare poi di stupide modifiche (il motto dittatoriale e il simbolo sono diversi: era proprio necessario?) e aggiunte arbitrarie come una ridicola parodia televisiva del cancelliere e di V e una storia d’amore strappalacrime tra V e Evey totalmente fuori luogo: se si dipinge V in questo modo vuol dire che non si è capito nulla di lui e, se vogliamo dirla tutta, anche il personaggio di Evey non ne esce troppo bene considerando il suo carattere nel fumetto.
Infine non può mancare – ovviamente – la nota di demerito per i dialoghisti italiani: l’avranno letta la traduzione italiana del fumetto? Si dice “Prevalga l’Inghilterra”, non “L’Inghilterra domina”.
 
Sono le caratteristiche del mezzo cinema si dirà, si è dovuto comunque apportare qualche cambiamento per rendere più scorrevole (davvero? a tratti il film è parecchio confusionario e incoerente) il tutto, saranno i limiti di un pubblico cinematografico ormai assuefatto a esplosioni e popcorn, ma si doveva proprio stravolgere il personaggio?
V è altro, e cambiarlo equivale al più grave dei delitti.
Se non si è capaci di mantenere lo spirito originale dell’opera allora si dovrebbe desistere: quindi attenti a voi registi che vi accingete a trarre film da Watchmen (sempre Alan Moore) e Sandman (di Neil Gaiman), nessuna pietà ci sarà per voi.
Ma comunque sappiamo già che purtroppo i più considereranno questo un buon film, cosa che in effetti da un certo punto di vista è… se si tralascia il fumetto, cioè: però questa non è la storia di V, e perciò, piuttosto che una “buona visione”, preferiamo augurarvi una “buona lettura”.
Prevalga Alan Moore.
 
 
“Ma un brindisi ai nostri attentatori, ai nostri bastardi, ai meno attraenti, ai più imperdonabili.
 Beviamo alla lor salute…
Per non incontrarli più.”
 
 
 
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visto da sand | aprile 02, 2006 11:15 | commenti (12)

domenica, 19 marzo 2006

 

“Corruption charges… corruption? Corruption is government intrusion into market efficiencies in the form of regulation. That’s Milton Friedman. He got a goddamn Nobel Prize. We have laws against it precisely so we can get away with it. Corruption is our protection. Corruption keeps us safe and warm. Corruption is why you and I are prancing around in here instead of fighting over scraps of meat out in the street. Corruption… is why we win.”
 
 
 
Syriana è un film che turba, è meglio dirlo subito, nel profondo.
Esci dal cinema e non riesci mica a distrarti da quello che hai appena visto: certo la storia è confusa e talvolta si fa fatica a seguirla, questo film è come tanti tasselli di un puzzle sparsi su un tavolo, puzzle di cui non hai il disegno di riferimento e quindi la soluzione procede per tentativi ed errori, e finito il film dalla nebbia – anzi dal fumo nero – sembra uscire fuori qualcosa, se non una “soluzione” una sorta di consapevolezza, una consapevolezza molto amara.
 
E così anche un gesto in fin dei conti semplice (?) come andare dal benzinaio a fare il pieno di quella cosa – la benzina – che sembra essere il nostro unico e necessario mezzo di sostentamento, nel nostro ricco e rapace occidente, si tinge di oscurità, inquietudine, perché dopo aver visto questo film non puoi non pensare a cosa ci può essere dietro: come c’è arrivato il petrolio, qui? Chi ce l’ha portato? Chi lo ha deciso? Quanto ci è costato? Quanto è costato a chi ce l’ha venduto?
Certo, non c’era mica bisogno di questo film per rendersi conto che c’è del marcio in Medio Oriente (ma forse più in Occidente), dirà il lettore più accorto. Ma non tutti sono accorti.
Non tutti si rendono conto di quanta speculazione, e sangue, ci sia dentro la nera viscosità del petrolio. Film come questi sono quindi da apprezzare, perché ci sbattono in faccia il problema, con violenza, e tristezza, eppure dopo cosa resta?
Un stupido oscar per attore non protagonista al massimo, e un persistente senso di sconfitta ben esplicitato dal solito disclaimer para-avvocati posto a fine film: sebbene questo film si ispiri a una storia vera, tutte le situazioni e i personaggi rappresentati sono frutto di fantasia… e bla bla bla.
I pescecani si rimettono al lavoro, tutto riprende a marcire.
 
La storia raccontata dal film in fine si rivela semplice: dei petrolieri americani preoccupati dal colosso cinese che avanza hanno trovato un nuovo staterello arabo da sfruttare e devono vedere come mettersi d’accordo con l’emiro a capo dello staterello in questione, senza dargli a intendere che lui – il suo paese – in realtà ci ricaverà poco o nulla dalla transazione, certo gli saranno dati milioni, miliardi, di dollari, soldi buoni a calmare le armi per un po’, ma poi, quando il petrolio sarà finito?
Quando il petrolio sarà finito lo staterello arabo ritornerà a essere lo staterello di sempre, senza più niente da vendere però: il popolo, semmai vogliamo augurarci che ci abbia guadagnato qualcosa (scuole? infrastrutture? lavoro?), si ritroverà più povero di prima, il paese – depredato delle proprie risorse naturali – ancora più disastrato, l’emiro ormai inutile per le mire degli affaristi occidentali nel frattempo già passati alla prossima vacca da mungere.
È questo quello che dice uno spregiudicato ma coscienzioso consulente finanziario (la cui fulminea carriera si fonda sulla disgrazia personale) al nuovo possibile emiro dello staterello in questione: sfruttate questi grossi guadagni per il vostro popolo, dategli un futuro. Sembra esserci bontà sincera nelle sue parole.
Sembra esserci bontà anche nelle mire del nuovo possibile emiro, un emiro che si augura un futuro migliore per il suo popolo, una democrazia, la possibilità di uscire dalla miseria; un emiro pazzo, un visionario che non può certo andare bene all’Occidente: se un popolo si affranca dalla miseria e dall’ignoranza è certo che la sua preoccupazione maggiore diventerà quella di come far fruttare meglio le proprie ricchezze piuttosto che essere derubato.
Questo lo sanno bene i capi degli stati occidentali ed è chiaro che devono pur premunirsi contro tali assurdità: una vacca grassa che vuole fuggire dal pescecane? Inconcepibile, meglio tenersi una vacca grassa che acconsente a essere munta nell’illusione di guadagnarci.
È a questo punto che entrano in gioco i servizi segreti: gli agenti iniziano a fare il loro dovere, senza che sia necessario sapere perché stanno facendo quello che stanno facendo. Lo scopo è la missione compiuta, il resto non serve. Tra un doppio gioco e l’altro, può capitare poi di rimanere invischiati in qualcosa di ancora più oscuro e denso di quello che si credeva, e iniziare a porsi delle domande, ma anche questo non importa, ci sarà sempre qualcuno che – in un modo o nell’altro – risponderà a quelle domande. Poi qualcuno più in alto di te prenderà il tuo posto e continuerà il lavoro affinché gli affari vadano avanti.
Gli affari dei grossi petrolieri devono continuare, è naturale, a discapito di qualsiasi legge e morale. La corruzione? È così che si va avanti, le cose sono sempre andate così. Un piccolo e zelante avvocatucolo non fermerà certo il meccanismo ben oliato, verrà inglobato anche lui nel gioco, invischiato fino al collo, nessun problema, ognuno ha il suo prezzo.
Gli affari verranno conclusi come sempre, niente più visioni di un futuro migliore, le basi militari sostituiranno la possibilità di una democrazia, una qualsiasi. Lo staterello arabo rimarrà povero, o meglio: il popolo rimarrà povero, con giovani senza nulla da perdere pronti a farsi scoppiare (il video-testamento è già pronto) contro lo stesso nemico con cui il loro rispettato emiro ha concluso gli affari il giorno prima.
 
Questa è la storia di Syriana, agognato nuovo territorio medio-orientale modellato secondo le mire occidentali, una storia confusa come un miraggio, ma chiara come una visione: il film procede per incroci e scarti, su più livelli, geograficamente mobile, mobilissimo, passa dal macro al micro: grosse lobbies (petrolieri americani, emirati arabi) che vanno a frantumarsi in storie individuali (l’avvocato nero, il consulente finanziario, gli studenti della scuola islamica, l’agente della CIA) nel tentativo di dare un quadro completo della situazione (opera di fantasia, certo): perché tutto è collegato, come recita l’agente segreto (bendato e imbavagliato) nella locandina del film: è la globalizzazione.
Un film complesso, e non solo per com’è girato, un film puzzolente come petrolio, accecante come fumo nero, brillante come un esplosione chirurgica nel mezzo del deserto… Un film che purtroppo non regala facili speranze, ma lascia intravedere un piccolo – piccolissimo – spiraglio di salvezza: basterà?
 
 
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visto da sand | marzo 19, 2006 11:20 | commenti (7)

mercoledì, 15 febbraio 2006

Questo film inizia con una fellatio, o meglio, l’inquadratura parte dal primo piano del protagonista Marcos, un occhialuto messicano, e poi inizia a scendere in basso, lungo la pancia, Marcos è sovrappeso, il suo basso ventre è nascosto dalla testa di una ragazza, dai suoi capelli rasta.
L’inquadratura non è mai completa, passa da un lato all’altro, quasi il regista accarezzasse la testa della ragazza, il suo sguardo è amorevole, pudico, non pornografico, ma quello che sta accadendo è innegabile: un pompino, appunto.
Questa scena ritornerà più volte nel film, come contrappunto ad azioni e pensieri, ma rimarrà sempre incompleta, a metà, interrotta, per un motivo o per un altro: a un certo punto la ragazza sussurrerà un Ti amo poi, ma il tutto apparirà così irreale che sarà impossibile crederci. 
 
La ragazza – al contrario dell’uomo – sembra molto bella, si chiama Ana, è la figlia del padrone di Marcos. È appena tornata a casa, da scuola pare di capire, forse per le vacanze estive; è Marcos che va a prenderla all’aeroporto. Marcos è un poveretto che si arrangia a fare dei lavoretti: ha una giacca con su scritto “sicurezza”, fa l’autista, alza e ammaina la bandiera per l’esercito, aiuta la moglie; la moglie di Marcos se possibile è ancora più obesa di Marcos, forse più vecchia, ha una bancarella nella metropolitana della città: vende in modo apatico torte e gelatine di frutta, orologi, sveglie.
Il frastuono dato dal funzionamento degli orologi è ossessivo, l’andirivieni nei tunnel deformati e deformanti della metropolitana continuo, i vagoni affollati da gente improbabile: un anziano con un sacchetto per la sua urina, un uomo mascherato, teppisti che rompono gli occhiali di Marcos… rendendolo miope.
Quando Marcos va a prendere la figlia del padrone la moglie gli ha già comunicato la notizia che cambierà la sua vita per sempre: il neonato che hanno sequestrato per ricattare una loro conoscente è morto, per caso.
 
La città dov’è ambientata la vicenda è Città del Messico, calda, afosa, nervosa: c’è un pellegrinaggio in atto che va avanti da giorni, i canti religiosi onnipresenti a ogni ora del giorno e della notte. Un benzinaio per non sentirli tiene musica classica ad alto volume tutto il tempo, anche di notte. I numerosi pellegrini, inginocchiati e salmodianti, continuano per la loro strada verso il santuario. Ma queste sono cose che non toccano tutti, solo i derelitti sono interessati ad avere di là quello che non hanno mai avuto di qua, una ricompensa ultraterrena che li ripaghi di tutti i dolori e le sconfitte.
 
Certo una come Ana non è interessata a queste cose, giovane e bella ha una famiglia ricca, un fidanzato ricco, tatuaggi e taglio all’ultima moda, si prostituisce per hobby; insieme ad altre sue amiche, ricche come lei probabilmente, passa il suo tempo libero in un luogo chiamato la boutique, infatti: è qui che intrattengono uomini di mezza età naturalmente ben felici di essere intrattenuti da così belle e disponibili ragazze. È la noia esistenziale che viene messa a tacere, tutto avviene in modo tranquillo – ma comunque annoiato – perché non c’è nessun risvolto sentimentale in gioco.
Ana offre a Marcos una delle sue amiche, se vuole divertirsi un po’, sarà mica fedele alla moglie? No ma… Marcos conosce Ana da quando era bambina, la ama, vuole fare l’amore solo con lei, non vuole scoparsi nessun’altra. Marcos confessa le sue colpe ad Ana, e si sente meglio; Ana, in un modo e pure nell’altro, allevia le sue sofferenze. Marcos dice ad Ana che andrà a consegnarsi alla polizia, Ana risponde che a lei Marcos non mancherà perché lo porterà dentro di sé, come Marcos farà con sua moglie.
 
Questa storia si dipana lenta, angosciosa, dolente, desolante, perché tale è la vita del protagonista Marcos: lenta, angosciosa, dolente, desolante, inutile a prima vista. Marcos è un uomo brutto, forse non troppo intelligente, ma un uomo buono che si ritrova ad avere a che fare con cose più grandi di lui; Marcos è molto più vero di quanto possa essere un tanto esaltato quanto patinato cowboy gay, probabilmente. Perché quanti uomini come Marcos esistono, oggi?
Li vediamo scorrerci accanto ogni giorno, con quella loro aria mesta, si siedono accanto a noi in metro, sono davanti a noi nella fila nella posta, stanno facendo la spesa proprio come noi; eppure non ce ne accorgiamo, se non per uno sfuggente pensiero di pietà magari, poi si ritorna alla propria vita.
Ma cosa vuol dire essere brutti? Che effetto fa la bruttezza? Abbrutisce chi è (già) brutto, o chi la subisce dall’esterno?
 
Il suo aspetto preclude forse a Marcos la possibilità di provare certi sentimenti? Forse che il suo corpo lo rende un uomo peggiore? Marcos è un uomo tenero, si vede da come fa l’amore con la moglie, il regista ci mostra questi corpi senza alcuna ipocrita censura, non ha paura di provocare ribrezzo, perché ci può essere tenerezza – amore – anche nei gesti e nelle carezze di un uomo brutto di mezza età; anche Marcos è capace di innamorarsi, perché l’Amore – al di là di tutto – colpisce tutti, con una violenza cieca che non fa distinzioni di sorta e, in maniera complementare, un sesso fatto così, distrattamente, per gioco, avrà sempre le sue drammatiche conseguenze.
Chi è che non vuole essere amato?
 
Non sappiamo dire se questo sia un film “bello”, ma questo è un film sicuramente disturbante, un film che parte in contraddizione con se stesso già nell’immagine scelta per la locandina pubblicitaria: la ragazza bellissima e nuda languidamente abbandonata su bianche lenzuola è molto più attraente di un uomo grasso e brutto, no?
Forse questo è un film per pochi coraggiosi (ma non c’è tanto da scegliere, visto che le copie distribuite sono pochissime), un film per pochi spettatori disposti a indugiare con lo sguardo su un’umanità derelitta, ma anche grottesca, un’umanità quasi mai “bella”, talvolta meschina, squallida, ma pur sempre tenera e vera in fine… Un film per spettatori disposti a intraprendere e concludere questa – personalissima o no – battaglia nel cielo.

visto da sand | febbraio 15, 2006 11:41 | commenti (11)

domenica, 06 novembre 2005

the descent - discesa nelle tenebre

Un buon horror non si vede da quanto sangue mostra ma dal modo in cui viene mostrato, questo sangue, ma anche da ciò che non mostra; un buon horror si vede anche da come mostra certi accadimenti tragici eppur normali, roba che potrebbe accadere benissimo anche a te al di là dello schermo, cioè.
Perché se è assai improbabile incontrare mostri cannibali nella vita reale, avere un incidente automobilistico o spezzarsi una gamba che esce l’osso fuori è più che probabile, possibilissimo anzi. E non iniziate a fare gli scongiuri grazie, sono esempi adatti alla circostanza.
Infatti una delle donne protagoniste di questo film ha un tragico incidente, e forse la colpa è un po’ sua; un’altra si spezza tragicamente una gamba, e la colpa è proprio tutta della sua incoscienza. In tutti e due i casi l’occhio che guarda non ha remore né pudori, lo sguardo va sulla carne viva, scava all’interno, il sangue zampilla e la visione non è attenuata da nessuna asettica disinfezione da sala operatoria. L’operazione, come si dice, avviene dal vivo e senza nessuna anestesia o censura televisiva di sorta.
Ma poi, a dire la verità, nel caso dell’incidente non si vede quasi niente, tranne che per due lance che infilzano, un po’ di sangue che schizza, tutto il resto è lasciato all’immaginazione, non c’è bisogno di andare tanto oltre quando l’orrore è già dentro di noi… perché si rallenta a vedere un incidente stradale? Per rubare uno sguardo alla morte? Per intravedere com’è la morte vera? Per vedere se è come pensiamo? O è come abbiamo visto alla televisione?
Ma non divaghiamo, in questa scena – come già scritto – niente si vede: un buon horror si vede anche da ciò che non mostra, no?
 
E allora torna alla mente di quando si era giovani e si andava a letto con il librone dei racconti lovecraftiani, erano consigli sclaviani quelli eppure non si riusciva a capire tanto bene: cioè, dov’erano quei mostri di cui tanto si favoleggiava? Il richiamo di Chtulu sì, ma dove?
Ogni sera, al riparo delle coperte, la luce accesa, il librone aperto, si confidava in un qualche incontro mostruoso, una descrizione raccapricciante di una qualche maligna creatura arrivata dallo spazio lontano… ma il massimo che si poteva avere era una – talvolta noiosa, eh sì cronaca in prima persona dell’impazzire di un tizio che vedeva, o credeva di vedere, mostri che a noi non era dato di incontrare. Certo da giovani l’immaginazione è più sviluppata, il sogno ad occhi aperti più frequente, ma si ha anche bisogno di cose più concrete.
Ecco perché un tipo come Clive Barker dava più soddisfazione: in una manciata di secondi i suoi cenobiti ti artigliavano la carne senza scampo, e tu ti ritrovavi già bello che morto di paura.
Signore e signori, il vostro film di sangue è pronto.
E non stiamo certo parlando a vanvera, badate.
 
Perché a una prima lettura la trama di questo film può farlo assomigliare al solito, stupido, noioso, slasher movie: sei più o meno giovani donne si ritrovano a fare i conti con mostri che tenteranno in tutti i modi di farle fuori, anzi di mangiarsele; ma oltre a questo c’è dell’altro però, questo non è il solito slasher movie.
Lo splatter è abbondante certo, anche il gore è copioso,ma come si diceva in apertura il problema del genere horror non è la quantità del sangue mostrato, ma la qualità dell’assassinio, il problema è come si arriva a questo sangue cioè.
È un po’ lo stesso problema che si ha con il porno che da molti viene considerato il genere gemello e complementare dell’horror: non è ciò che mostri, ma come lo mostri, ché la noia è giusto dietro l’angolo.
Ma sarà meglio andare avanti prima che prendiate il vostro recensore di fiducia per uno di quei pazzi che i mostri ce li hanno in testa o uno di quei perversi che invitano a casa demoni sadomaso.
 
Le protagoniste di questo horror sono sei amiche che, in seguito al tragico incidente in cui una di loro perde marito e figlia, decidono di affrontare un’avventura speleologica: un calarsi all’interno di grotte sconosciute che diventerà una vera e propria immersione all’interno di se stesse. Antri angusti e buchi oscuri che ben presto riveleranno anche altro però: presenze maligne che abitano lì chissà da quanto, ci sono dei graffiti preistorici sulle pareti, mostri carnivori e all’occorrenza anche cannibali che si sono adattati all’ambiente in cui vivono, demoni ciechi e albini che comunicano attraverso suoni e ultrasuoni, proprio come i pipistrelli. Alcuni hanno visto in questi oscuri esseri rassomiglianze con il tolkieniano Gollum, ma permetteteci di dire che il gracile e patetico Gollum è un agnellino in confronto a queste bestie.
Queste creature si muovono agili nelle grotte, scalano anfratti, strisciano, ti arrivano alle spalle e azzannano, sì, non aspettano che tu sia morto, ti mangiano vivo.
 
Ecco allora da dove esce fuori Clive Barker, non è solo la rassomiglianza fisica a certi demoni da lui immaginati, ma ecco anche perché si parlava di Lovecraft, perché queste caverne sono buie, non si vede nulla, ciò che fa paura è il buio, un rumore, ciò che si crede di vedere, ciò che si crede vivere nel buio. Non a caso nel trailer originale del film non c’è nemmeno un’inquadratura, dei mostri.
È ciò che non si conosce che terrorizza, una delle protagoniste chiede a un’altra (è un medico! la fredda razionalità personificata!) con cosa hanno a che fare: è una domanda che serve a capire come uscirne.
 
Ma poi, rapportandoci ancora al porno, come si fa a non notare un che di voyeuristico in questo film: le protagoniste sono tutte donne, e tutte più o meno belle. Come si fa a non leggere una metafora sessuale in questo discendere tutto al femminile (sono amazzoni? virago? addirittura lesbiche?) all’interno delle viscere della terra, quando già il comunicato stampa del film dava fin troppo facilmente adito a battute di cattivo gusto.
Solo un essere che sanguina per cinque giorni senza morire (le signorine lettrici scusino la southparkiana citazione sessista) può sperare di uscire vivo da una situazione del genere e placare i (propri?) demoni ostentando – come insegna il buon Elio – come insegnasicumera: una donna che va incontro alle sofferenze del ciclo mestruale ogni mese sa il dolore fisico cos’è, il contatto con il sangue non le è estraneo, sa come affrontare queste cose. E se le signorine lettrici continuano a storcere il naso (perché? non è mica maschilismo, semmai proprio il contrario: ammirazione) a leggere queste parole, aspettate di vedere – letteralmente – il bagno di sangue (mestruale?) a cui va incontro una delle femmine protagoniste.
Sì perché alla fine il tutto si riduce al femminile, non c’è niente di più spaventoso di una donna a cui viene rubato l’uomo o, peggio ancora, di una donna che difende la prole: l’unico modo per sopravvivere è proprio regredire, è la femminilità più pura e primordiale (l’istinto) a farsi strada tra gli ultimi barlumi di razionalità, si ritorna belve feroci… e se ne esce vittoriose.
 
E questo è finalmente un grande horror che non lascia insoddisfatti, né stupido né noioso, un horror che permette di scrivere addirittura una recensione decente… oddio, si è tentato almeno. Speriamo che sia il primo di una nuova rinascita, e abbasso Hollywood e i suoi patinati remake.
Ma certo sarà difficile avere dei buoni film fino a quando l’horror continuerà ad essere visto solo come un genere da andare a vedere con una ragazza in modo da avere una scusa per abbracciarla… Che il popcorn vi vada di traverso e gli incubi vi mangino il sonno, se la pensate così.
 
 
http://www.thedescentthemovie.co.uk/

visto da sand | novembre 06, 2005 12:36 | commenti (13)

domenica, 16 ottobre 2005

don't come knocking

Non è il modo migliore scoprire di avere un padre di cui hai ignorato l’esistenza per grossomodo vent’anni nel buio di un parcheggio, mentre sei intento a baciare la tua ragazza e sei anche un po’ alticcio. Il minimo che puoi fare è sospettare di lui, chiedergli cos’hai da guardare, perché mi stai seguendo, quasi tirargli un pugno secco. E il minimo che può fare questo scomparso padre è mettere in moto e andarsene, ecco.
 
Che poi va a finire che non ci capisci più niente, della tua vita, e hai paura (ma anche voglia) che lui entri dentro di te, e inizi a tirare giù dalla finestra tutto, la vita presente e quella passata, perché davvero non ci capisci più niente, di questa vita, e mandi via tutti, e non vuoi vedere più nessuno, men che meno questo presunto padre.
Che lui ha anche la faccia tosta di ripresentarsi, sotto la tua finestra andata in frantumi, e allora tu scendi e quasi lo sfidi a duello, come in un western sì – la vita vera si mescola al film e noi preferiamo l’epopea filmica da sempre, questo si sa – e gli urli in faccia tu chi sei, io non ti conosco, proprio lì in mezzo alla strada, tra tutti i resti della tua vita, che a un certo punto niente ti sembra avere più significato.
E allora te ne vai, lasciando lì quel vecchio patetico cowboy a dormire tutta la notte su quel divano così kitsch e così sfondato, ché la luce è calata su di lui.
 
Ma poi ci ritorni, tra i numerosi detriti e i vecchi dischi in vinile, perché come fai a esorcizzare il blues che hai dentro se non suonando, come fai, come fai. Perciò prendi una chitarra da due soldi e l’attacchi a un piccolo amplificatore semi-sfondato e ti metti a suonare e a cantare fuori l’anima, ecco come fai.
E ti chiedi, ancora una volta, dov’è finito tuo padre, dov’è andato a finire ancora una volta quel padre che non hai mai visto, tanto che quando ti si è parato davanti quasi non potevi crederci di avercelo davvero, questo padre.
 
Perché questo è un film non solo su padre e figlio, ma un film sulla ricerca di se stessi, un viaggio che passa tra goffe manicure e scintillanti casinò. Chi siamo, dove andiamo, quelle robe lì. Stupidate, ma che fanno fremere il cuore però.
 
Cowboy in fuga da se stesso torna dalla mamma e si ritrova papà, ecco un buon titolo a effetto se qui si trattasse di scrivere un pezzo senza pretese, di ordinaria amministrazione, ma così non è, ché qui si cerca di fare cinema.
E questo è un film semplice, un po’ inquieto ma in definitiva tranquillo, tutto virato in blu, fateci caso; un film che si nutre di grandi spazi e grandi vuoti, e non solo dell’anima.
Quei grandi spazi che spaventano – di non far entrare il mondo esterno all’interno, perché nulla è cambiato dagli antichi orrori, consiglia sulla via del ritorno il saggio avvocato al cowboy sperduto – ma che, se presi per il verso giusto, sono grande fonte di libertà.
 
E allora guardarsi indietro, quando le rughe iniziano a scavarti il viso e ci si sente così persi, può essere un azzardo e anche un modo un po’ egoista per dire aiutami, dammi un riparo dalla mia vita, ma non solo questo però; guardarsi indietro significa anche tornare e rimediare ai propri errori, tornare da un figlio di cui non si era mai venuti a conoscenza, tornare da una figlia i cui genitori – preziose reliquie – sono conservati in una chiavetta usb e in un’urna (blu), tornare da una cameriera che ti piange disperata in faccia tutti i tuoi sbagli, eh sì.
 
Perché in questo film i maschi non parlano, troppo infantili – più che orgogliosi – non sanno proprio cosa e come dire, al massimo ti buttano un divano sulla testa o ti regalano una macchina anni ’50 e credono di aver risolto tutto così, e perciò sono le femmine (una ragazza, una donna) a dover parlare e a darti i brividi giù lungo la schiena, e a niente può servire chieder loro vuoi star zitta per favore?
 
Non serve nemmeno chiedere di non bussare alla mia porta – e poi perché farlo? –  ché il passato ritorna sempre, in forma di piccola cittadina (dimenticata ma presente) con tutte le sue discese e le sue salite, sta a ognuno trarne guadagno poi, e questo è.
 
 
http://www.dontcomeknocking.com/

visto da sand | ottobre 16, 2005 11:47 | commenti (3)







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